Zen è la figlia autistica nata da una relazione clandestina tra Masashi, membro della yakuza, e la sua amante thailandese Zin, che ha tradito il suo boss Number 8 e la sua gang di spietati transessuali. Le loro vite vengono risparmiate dopo che Masashi ritorna in Giappone e Zin apparentemente interrompe qualsiasi contatto con lui. La piccola Zen, che non fa altro che mangiare cioccolatini, osservare i ragazzi che si allenano al Muay Thai nella casa accanto e guardare i film d’azione di Tony Jaa, diventa una ragazza molto taciturna dotata di un’insolita abilità nelle arti marziali e nell’afferrare oggetti al volo. Quando a Zin viene diagnosticato un tumore, il suo giovane nipote Moom aiuta Zen a diventare un’artista di strada per pagarle la chemioterapia. Inoltre Moom si propone di recuperare i soldi dovuti a Zin, ma quando le sue richieste vengono respinte, Zen svela il suo talento. Uno dopo l’altro fa fuori tutti i debitori e i loro gorilla - in una fabbrica di ghiaccio, in uno stabilimento della “Choco”, e in un mercato della carne. Nel frattempo, Zin è minacciata da Number 8 a causa dei suoi nuovi contatti con Masashi, e quando la banda di transessuali rapisce Moom, per Number 8 è giunta l’ora della resa dei conti.
Chocolate non è soltanto una vetrina per le stupefacenti capacità di Jeeja nelle arti marziali e negli stunts (nella vita reale è un’esperta di taekwondo), ma anche una rete di riferimenti che indicano la direzione dei film d’azione thailandesi. Con il gioco di parole dei cioccolatini (Zen mangia gli Smarties per diventare smart, intelligente), la risposta ai film di Tarantino (dall’animazione di Kill Bill al combattimento tra samurai nella resa dei conti, oltre al brillante pugile epilettico che ricorda lo schiavo in abbigliamento sadomaso di Pulp Fiction) e il tributo a Bruce Lee nella scena nella fabbrica di ghiaccio ispirata a Il furore della Cina colpisce ancora (Zen doveva guardare in tv i film di Lee invece che quelli di Tony Jaa, ma a causa di problemi di copyright non è stato così), Chocolate esibisce una sicurezza che riassume un insieme di fonti in qualcosa di totalmente nuovo. Tra l’altro, una delle possibili origini del termine “muay” è riunire diversi fili in una sola treccia. La presunta etnia mista di Zen, nippo-thailandese, è la personificazione di questo ibridismo. Come ne L’ultimo combattimento di Chen, di Bruce Lee, il film sviluppa via via le abilità e la complessità delle scene di combattimento con il progredire dell’azione. La “semplice” rissa di strada con un gruppo di zoticoni che ci rivela il talento nascente di Zen, si evolve alla fine in un lungo climax che comprende scherma, Muay Thai e kung fu, oltre a salti e cadute in spazio e tempo reali. Questa scena si sposta da un normale interno al caotico esterno della Bangkok urbana per sottolineare il ritmo e l’emozione del combattimento sempre più frenetici mentre Zen dà la caccia ai suoi avversari. La sequenza finale, una poesia di salti, calci e pugni, rappresenta una delle scene d’azione più liberatorie della storia del cinema - ed è la conferma che i film thailandesi sono i più tonificanti e innovativi del momento nel genere dell’action realistico. |