Originariamente River di Hiroki Ryuichi si ispirava alla storia vera di un massacro avvenuto il 7 giugno 2008 ad Akihabara, il quartiere dello shopping dell’elettronica di Tokyo. Uno squilibrato, dopo aver preso a noleggio un furgone, lo ha lanciato contro la folla, uccidendo tre persone e poi ne ha accoltellato a morte altre quattro prima di essere catturato dalla polizia. L’incidente è finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, che si sono affrettati a commentare sulla condizione disperata e alienante della gioventù emarginata in Giappone.
Dopo il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone l’11 marzo del 2011, però, Hiroki ha deciso di riscrivere il copione di River in modo da riflettere l’ultima tragedia, il cui impatto sulla psiche nazionale è stato anche più devastante.
River rappresenta quel genere di film sommessi, lirici e dal ritmo lento che i produttori delle opere più commerciali di Hiroki – come il dramma in costume del 2010 The Lightening Tree (Raiou) – considerano sicuramente veleno al botteghino. Hiroki invece riesce a coniugare le due linee narrative in un insieme organico che va al di là dei titoloni dei giornali per commentare dilemmi universali: come lasciarsi andare, come perdonare, come trovare uno scopo quando tutto sembra futile e arbitrario.
Il film comincia con una lunga carrellata sulla protagonista, Hikari (Renbutsu Misako), che esce dalla stazione di Akihabara e cammina per le strade del quartiere con un’aria solitaria e pensosa che, abbinata al suo soprabito arancione, la distinguono dalla folla animata intorno a lei. Una fotografa (Nakamura Mami) si interessa a lei e, mentre scatta foto a tutto spiano, le tira fuori la sua storia: il fidanzato di Hikari, Kenji, era una delle vittime del killer e, dopo un lungo periodo di depressione e solitudine, Hikari va a vedere il luogo dell’omicidio.
Nel corso della giornata Hikari incontra un giovane tormentato (Emoto Tokio), anche lui collegato in qualche modo al killer, un’amichevole musicista di strada (Aoki Michiko, che canta sotto il nome di “Quinka, with a Yawn”), che la commuove con la sua musica, e un losco individuo di mezza età che sta cercando una cameriera per un bar (Taguchi Tomorowo), le cui lusinghe risollevano l’ego della ragazza. Per capriccio inizia un periodo di prova come cameriera, ma la sua breve conoscenza con una collega stremata (Nanana) la convince che fingere di essere un’altra persona per spillare denaro a uomini creduloni non fa per lei.
Alla fine incontra Yuji (Kobayashi Yukichi), un giovane che vende componenti per l’elettronica, il quale potrebbe aver conosciuto Kenji. Lui però è irritato dall’ossessione di Hikari per il passato. “Questa è la realtà”, le dice indicando un programma televisivo di informazione sul recente disastro. Ma anche lui sta fuggendo dal suo passato – vale a dire, dai suoi genitori distanti, che vivono in una città devastata dallo tsunami.
Alternando riprese girate con la macchina a mano che osserva discretamente a distanza e primi piani che catturano i personaggi nei momenti più rivelatori e di maggiore vulnerabilità, Hiroki crea un’atmosfera caratteristica, intima e obiettiva insieme. Allo stesso tempo, egli ama tirar fuori le sue attrici dai ruoli in cui si sentono a loro agio (come Terajima Shinobu nel suo capolavoro Vibrator del 2003, per esempio), e Rembutsu Michiko non fa eccezione. All’inizio del film e alla fine Hiroki le dedica lunghe inquadrature in cui l’attrice disvela le mutevoli emozioni di Hikari in un fluire naturale e delicato più che con virtuosismi di teatralità.
Come capita spesso nei film di Hiroki, il protagonista maschile, Yuji, funge da catalizzatore per l’eroina, ne spacca il guscio aprendola a nuove possibilità. Ma questo derelitto che conosce la strada, col suo berretto di lana, è solo e sperduto a modo suo proprio come Hikari. Kobayashi Yukichi riesce a trasmettere il mix di sofferenza interiore e disinvoltura esteriore di Yuji in modo trasparente e naturale.
River è un ottimo titolo per il film, in quanto sia Hikari e Yuji sembrano essere alla deriva, come relitti nella corrente, ma entrambi si stanno anche muovendo verso qualcosa di più vasto rispetto alle loro esistenze individuali, man mano che si liberano da rancori o rimpianti del passato. Hiroki lascia a noi decidere cosa sia quel “qualcosa”, mentre sui titoli di coda parte Moon River – una scelta insolita ma appropriata, a meno che non abbiate visto Colazione da Tiffany troppe volte e non riusciate a togliervi Audrey Hepburn dalla testa.