The Cool Comedian: An Interview with Fujita Yosuke

Fujita Yosuke fa il regista da vent’anni: ha vinto il Gran Premio per la sezione cortometraggi al Festival Cinema Giovani di Torino nel 1987, ma non aveva diretto nessun lungometraggio prima della commedia Fine, Totally Fine (Zenzen Daijobu), che il distributore Style Jam ha fatto uscire in Giappone in gennaio. Nel frattempo Fujita ha realizzato film per la compagnia teatrale “Otona Keikaku”, ed ha lavorato su progetti esterni con i leader della troupe stessa, Kudo Kankuro e Matsuo Suzuki. Ha anche fatto molti lavori per sbarcare il lunario, per un lungo periodo ha fatto il generico in ospedale. Tutte esperienze che ha utilizzato per scrivere la sceneggiatura di Fine, Totally Fine (per la quale è stato premiato), incentrata sulla comica rivalità tra due fratelli (Arakawa Yoshiyoshi e Okada Yoshinori) per la stessa ragazza sbandata (Kimura Yoshino). Incontrato di persona, Fujita ha avuto una piccola crisi di nervi - mi ha detto che ero il primo giornalista straniero a intervistarlo - ma ha preso confidenza molto presto, man mano che discuteva del suo film e della sua filosofia della commedia.

Il suo approccio realistico alla commedia è abbastanza diverso da quello del suo ex collaboratore Kudo Kankuro, il cui stile registico è più vignettistico. Lei era consapevole di qualche influenza?

Non proprio. Lo stile del film deriva da quello che provavo all’epoca. Non pensavo alle linee di tendenza del cinema giapponese. Ho lavorato a lungo per la troupe di Kudo, e con il divo del film, Arakawa. Conosco abbastanza bene lo stile brillante di Kudo, ma non è nelle mie corde. Mi piace guardare i suoi film, ma a 45 anni il suo genere di estremismo (comico) diventa subito noioso.

Lei ha iniziato girando film in 8mm. In che modo questo ha plasmato il suo modo di fare film?

C’è una sensazione di libertà che si può avere solo con un 8mm. Chi arriva direttamente ai film commerciali senza questa esperienza non è in grado di creare quel tipo di sensazioni. Penso quindi che sia stato un vantaggio per me, mi ha insegnato la libertà di espressione.

Ci sono molte gag visive che immagino non ci fossero nella sceneggiatura. Le ha inventate sul set?

Una volta terminata la sceneggiatura, ho iniziato a pensare a come espanderla. Mi sono venute delle idee proprio fino alla fine delle riprese. Non seguivo strettamente il copione, al contrario. L’ottanta per cento della sceneggiatura è composto da quello che mi è venuto in mente naturalmente, il restante venti per cento viene da un ragionamento più logico. Quando una sceneggiatura è scritta solo con la logica, diventa noiosa. All’inizio scrivo naturalmente, poi il resto è pensiero logico. Altrimenti la sceneggiatura non funziona: l’equilibrio è importante.

Il cuore del film è il personaggio di Arakawa Yoshiyoshi. Mi fa pensare a un comico del cinema muto: riesce a far ridere senza dire una parola.

Mi fa piacere sentirglielo dire. Credo che i film muti siano la base di tutto il cinema: ottenere un impatto tramite le sole immagini è molto cinematografico. Il mio primo film non aveva dialoghi, solo musica. Penso sia bello se si riesce ad apprezzare un film con l’audio spento.

Arakawa mi ha sorpreso in questo ruolo - non fa la solita macchietta, crea un personaggio.

Nei ruoli secondari funziona soprattutto per la sua faccia da fumetto, ma questo non basta per un ruolo da protagonista, che deve esprimere emozioni più articolate. Penso che ci sia riuscito abbastanza bene.

Le scene comiche sono dettagliatissime. Ci sono volute istruzioni dettagliate da parte sua?

Sì, ho fatto richieste molto dettagliate (agli attori). Volevo creare un sentimento ambivalente. Avrei voluto più tempo per le prove, ma a causa dei tempi strettissimi abbiamo potuto provare solo il giorno prima di iniziare a girare. Io davo consigli per la recitazione ad ogni occasione, ripetendo riprese su riprese. Abbiamo girato in video ad alta definizione, che è molto più economico della pellicola.

Sembra che lei abbia dedicato molto tempo alla scelta degli interpreti. Tutti gli attori risultano perfetti per il loro ruolo.

Sono stato davvero insistente sul casting. Anche se dovevano apparire in una sola scena, gli attori hanno dovuto fare un’audizione come se dovessero essere i protagonisti. Io voglio filmare la gente in un certo modo per i miei film, e così scegliere l’attore giusto per un dato ruolo è importantissimo. La naturalità della sua interpretazione è ciò che enfatizzo. Se ci si gingilla dall’inizio alla fine non è divertente. Come base ci vuole l’atmosfera normale, naturale della vita di tutti i giorni - poi quando arriva l’evento assurdo è divertente.

Come quando Akari (Kimura) preme il bottone dell’ascensore, e il suo dito si piega.

Sì, quel genere di cose, quando il suo dito si piega a novanta gradi, non può accadere nella realtà. Quel tipo di scherzo estremo è divertente solo se l’ambiente circostante è ritratto con naturalezza. Se c’è una gag estrema dietro l’altra, ci si annoia, ci si allontana.

È molto realistico il modo in cui sono descritti il negozio di libri usati e l’ospedale.

Ho lavorato facendo le pulizie in un ospedale, quindi so com’è. Ho fatto quel lavoro per otto anni. Una sala operatoria diventa tutta insanguinata e scivolosa (proprio come nel film). Adoro anche frequentare i negozi di libri usati, quel genere di posti in cui sei l’unico cliente, la radio è accesa e il proprietario fissa il vuoto. Volevo mostrare quel genere di situazione in un film. Se non si sta mai fuori, al sole, se non ci si muove un poco, probabilmente si diventa depressi come il proprietario della libreria nel film.

A proposito di particolari, anche gli oggetti di scena e la scenografia giocano un ruolo importante nel far ridere.

Punto molto su queste cose. Il pubblico non può entrare nel mondo del film se oggetti di scena e scenografia sono fatti a casaccio. Quando giro un film, presto estrema attenzione anche al più piccolo particolare.

Quelle figurette horror che somigliano ad Arakawa sono davvero impressionanti.

Sì, gli assomigliano più di lui stesso! Sono state realizzate da un professionista famoso in quel campo, bravissimo nelle rappresentazioni dal vero.

Mark Schilling