Far East Film Festival 19

Udine Italy April 21st/ April 29th 2017
The Film Festival For Popular Asian Cinema

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Mohican Comes Home

Quanti sono i giapponesi venuti dalla campagna che hanno fatto fortuna a Tokyo? Milioni, gran parte dei quali è arrivata durante il boom del dopoguerra, quando si trovava lavoro ovunque e il futuro sembrava radioso.

Ma molti, come il protagonista musicista punk rock della commedia familare anticonformista e piena di calore Mohican Comes Home (Mohican Kokyo ni Kaeru) di Okita Shuichi, finiscono per fare inversione di marcia, in modo temporaneo o permanente. Questo è un tema che popola i film giapponesi da diversi decenni, come indica il riferimento del titolo al classico di Kinoshita Keisuke Carmen ritorna a casa (Karumen Kokyo ni Kaeru) del 1951.

Il film, di cui Okita ha firmato anche la sceneggiatura originale, possiede elementi comuni non solo a quei film del passato, ma anche alla vita reale degli emigranti provenienti dalle campagne. Il protagonista Eikichi (Matsuda Ryuhei) che sfoggia un taglio alla mohicana, ha cercato per ben sette anni di far fortuna a Tokyo come rockettaro punk, ma finisce su una nave che lo riporta alla sua bella isola natìa nel Mare Interno del Giappone, con al seguito la fidanzata incinta Yuka (Maeda Atsuko).

All’arrivo, riceve un’accoglienza tutt’altro che calorosa dal suo irascibile padre (Emoto Akira), il quale gli intima di tagliarsi i capelli e cercarsi un lavoro – richiesta che Eikichi prontamente rifiuta. Poi al papà viene diagnosticato un cancro in fase terminale e il ragazzo, essendo il figlio maggiore, si sente obbligato a portare avanti il negozio di liquori di famiglia. Fin qui, tutto nella norma… o no?

Non esattamente, visto che Okita – autore nel 2012 dell’apprezzatissima commedia The Woodsman and the Rain (Kitsutsuki to Ame), anch’essa su una burrascosa relazione padre-figlio – rifiuta le convenzioni di genere, compreso un certo sentimentalismo scontato. Questo diventa così un raro film giapponese in cui un tumore inoperabile ai polmoni viene trasformato in qualcosa di buffo e tragico allo stesso tempo e che presenta la persona affetta dal cancro come qualcuno comicamente sciocco e lacrimevolmente triste.

Inoltre, pur essendo un vecchio da film giapponese abbastanza tipico, dal cuore tenero sotto la dura scorza, Papà è anche lui un rockettaro. Da quando ha assistito allo spettacolo (vero) della pop star degli anni Settanta Yazawa Eikichi al Budokan, un’arena per concerti di Tokyo (e, aggiunge lui con orgoglio, a occhi rigorosamente chiusi), è diventato un superfan; anno dopo anno, ha insegnato all’orchestra di ottoni della scuola media locale un motivo di successo di Yazawa (che, segretamente, l’ultima formazione della banda considera terribilmente datato). Ottimo spunto, questo, per delle gag sull’ennesimo baby boomer che non sa da che parte cominciare.

Ma una volta scoperta la malattia del babbo, il film assume un tono serio pur senza abbandonare affatto il suo lato comico. Sono anche tutti un po’ imbranati, a cominciare dalla mamma di Eikichi (Motai Masako), una fanatica del baseball, fino all’effervescente futura sposa (la quale dice alla mamma che lei ed Eikichi formano una bella coppia perché “Non sono poi così brillante”). Ma nessuno qui è ridicolo e basta.

Malgrado l’acconciatura a cresta e i suoi modi da lavativo, persino Eikichi si rivela uno spirito gentile, che vuole fare la cosa giusta accanto al suo litigioso padre, e nel contempo rifiuta di abbandonare i suoi sogni – o di tagliarsi i capelli. Il frutto, come vediamo, non cade mai lontano dall’albero genitoriale. Bisogna fare i complimenti all’interpretazione di Ryuhei, che mantiene un basso profilo ma è decisamente solida.

Nel ruolo del padre, il navigato Emoto Akira svolge la sua ormai abituale routine dell’anziano un po’ folle, passando dalle urla alle risate fragorose e, in una scena memorabile, inseguendo come un pazzo Eikichi attorno al tavolo di famiglia. La sua interpretazione sopra le righe ha uno scopo ben preciso, ma spiegarlo qui significherebbe svelare il finale travolgente del film.
 
Come ha già mostrato in quello che è ad oggi il suo miglior film, il bizzarro A Story of Yonosuke (Yokomichi Yonosuke, 2013), Okita può essere sia un miniaturista sul piano stilistico, che cesella meticolosamente l’immagine e l’atmosfera di ogni scena, sia un massimalista della narrazione, che affronta temi importanti con profondità e umana empatia. E, in Mohican Comes Home tocca due argomenti fondamentali, quelli della nascita e della morte, dimostrando che non sono poi così distanti uno dall’altro.

Chiedendo scusa a Yazawa possiamo concludere citando Bob Dylan: “That he not busy being born is busy dying” (chi non è impegnato a nascere, è impegnato a morire).


Mark Schilling
Regia: 
OKITA Shuichi
Anno: 
2016
Durata: 
124'
Stato: 
Japan

Trailer

https://www.youtube.com/watch?v=sudyav2yMKk

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