Far East Film Festival 20

Udine Italy April 20th/ April 28th 2018
The Film Festival For Popular Asian Cinema

HONG KONG 1997-2017: 20 ANNI IN 11 FILM

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La sezione “Creative Visions: Hong Kong Cinema 1997-2017” vuole celebrare il cinema di Hong Kong degli ultimi venti anni, un periodo caratterizzato dalla ripresa commerciale del settore e dagli esordi di voci artistiche appartenenti a una giovane generazione di registi. La selezione dei film riflette la creatività ininterrotta dei cineasti di Hong Kong e l’evoluzione delle tendenze affermatesi con l’inebriante mix tra le ambizioni artistiche della New Wave e i film d’azione di genere degli anni Ottanta. Oggi, un pioniere della New Wave come Tsui Hark ha trovato la vasta tela su cui dipingere le sue grandiose visioni nei blockbuster ricchi di effetti speciali che realizza in Cina, spesso come co-produzioni con Hong Kong. Nei film di Hark possiamo vedere continuamente un instancabile anelito alla sperimentazione tecnologica, sulla spinta di una fantasia illimitata. Uno sguardo ai film degli ultimi venti anni ci permette di ricostruire la carriera cinematografica successiva dei registi pionieristici della New Wave hongkonghese dei primi anni Ottanta e di restare impressionati dal fatto che le loro energie creative rimangono immutate. A Simple Life di Ann Hui ne è un esempio – un film radicato nel cinema cantonese di conflitto e compassione domestica, che cattura al suo centro l’umanità essenziale di una società spesso caratterizzata come materialistica. Pur rammaricandoci della sporadicità delle produzioni di un’altra figura prominente della New Wave come Patrick Tam, in After This Our Exile cogliamo un’espressione di fede e di spiritualità che i capricci del mondo esterno non riescono a offuscare. Le opere che questi registi realizzano oggi testimoniano la profonda maturazione della loro visione del mondo. È come se tutta la loro attività filmica nel corso degli anni avesse distillato l’essenza della vita. Hong Kong e il suo cinema, tuttavia, non si fermano a rimuginare sul passato: una città cosmopolita è sempre in movimento. Come crocevia dell’Asia, Hong Kong assorbe e sintetizza esperienze e idee, sia nelle arti che nel commercio. Due registi che si sono affermati con forza nel periodo preso in esame sono assai diversi ma dimostrano, ciascuno nella propria maniera, una personale sintesi cinematografica. Wong Kar-wai, forse il regista hongkonghese più facilmente riconoscibile a livello internazionale, ha creato mondi tutti suoi, modulati con l’estetica e le esperienze non solo di Hong Kong e della Cina, ma anche del Sud America, della Francia, dell’America e oltre. Se l’opera di Wong è essenzialmente una contemplazione della cultura e della comunicazione non verbale (il suo tropo autoriale del desiderio è quasi un mezzo di espressione prediletto), tale gestazione trova un’espressione elevata nella sua opera del 2013 The Grandmaster, in cui stili diversi di arti marziali si sovrappongono, come in una babele linguistica – le parole diventano pugni, le frasi diventano schemi. Le diverse strutture sintattiche delle arti marziali sono prese a calci, lanciate in aria, comprese e incomprese. Il desiderio è una conseguenza di ciò che è “perduto nella traduzione”. Nel suo peculiare modo, anche Johnnie To è diventato uno dei volti del cinema di Hong Kong. La sua fertile produzione comprende incursioni in una gamma di generi che spesso riflettono i tempi e anche il flusso del cinema mondiale: uno dei motivi per cui le sue opere entrano così facilmente in sintonia con il pubblico straniero. To si muove attraverso diversi universi: la costellazione melvilliana dei suoi film di gangster, un pianeta Noir con un’atmosfera bressoniana (PTU, The Mission), una costruzione alla Tati per il musical Office, le commedie romantiche che riprendono tutta una serie di prospettive hongkonghesi, taiwanesi e occidentali. Eppure, ogni film porta la sua inconfondibile firma, il segno di un vero autore che nonostante i riferimenti cinematografici, i generi e le convenzioni, emerge trionfante nella sua genuina originalità. Essa deriva in parte dalla sua padronanza della narrazione e dalla sua facilità di direzione di cast corali; To lavora spesso con la stessa scuderia di attori, che comprende Louis Koo, Simon Yam, Anthony Wong, Lam Suet e per molti anni Wong Tin-lam, grande regista spesso trascurato dell’epoca del cinema cantonese: suo era The Wild Wild Rose (1960), che costituisce una sorta di cifrario per la produzione commerciale contemporanea di Johnnie To e il suo collegamento con le ricche tradizioni del cinema di Hong Kong. Tra gli esponenti delle nuove generazioni che sono emersi negli ultimi venti anni, il pubblico locale e internazionale ha apprezzato la voce di Pang Ho-cheung. Nel solco della vera tradizione hongkonghese, Pang incarna una sorta di eccentricità che non è né un capriccio né un vezzo, ma è fondata sulla realtà. Quando guardavo i suoi film al cinema a Hong Kong, nei primi anni del Duemila, restavo sempre colpito dal fatto che le persone del pubblico somigliassero ad alcune delle persone sullo schermo. Pang si è dimostrato abilissimo nella commedia stravagante, apparentemente audace ma in realtà sorprendentemente casta e toccante. Da AV a Vulgaria, possiamo vedere una mente che si delizia nella moralità dell’immoralità. Con i film della serie Love in the… (Puff/Buff/Cuff), che riguardano gli alti e bassi del rapporto di una vivace coppia tra Hong Kong, Pechino e Taipei, Pang ha trovato una modalità narrativa che soddisfa il suo tocco delicato e si rivolge a un vasto pubblico. Con i film di Philip Yung (Port of Call), Heiward Mak (High Noon) e Adam Wong (The Way We Dance) tra gli altri, assistiamo alla progressiva comparsa di una nuova generazione di registi. Mentre nella visione della maggior parte del mondo il cinema di Hong Kong è caratterizzato da film d’azione e di genere, questi registi più giovani portano naturalmente una nuova prospettiva ai generi più popolari del cinema hongkonghese. La presente selezione è ben lungi dall’essere esaustiva, ma ci auguriamo che “Creative Visions” permetta di gustare e apprezzare le caratteristiche del cinema di Hong Kong degli ultimi venti anni, e che questo assaggio possa stimolare l’appetito del pubblico!
Roger Garcia