LA REALTÀ NON FA SCONTI: IL CINEMA COREANO NEL 2016

Non è infrequente, per il cinema, di ritrovarsi a competere con gli eventi del mondo reale. Una giornata in cui il tempo è eccezionalmente bello può far passare alle persone la voglia di entrare in una sala cinematografica. Se una nazionale di calcio sta giocando particolarmente bene ai Mondiali, sarà inevitabile che i risultati di botteghino crollino durante la sua serie di vittorie consecutive. Nel caso della Corea del Sud, gli ultimi mesi hanno visto l’industria del cinema affrontare un tipo diverso di distrazione alternativa: milioni di persone si sono riversati nelle strade chiedendo la deposizione della presidente della repubblica.

La politica coreana è sempre stata interessante, ma il 2016 ha raggiunto livelli scandalistici che hanno rivaleggiato con i thriller politici più creativi. Era inevitabile che la presidenza della reazionaria Park Geun-hye – figlia del dittatore Park Chung-hee, rimasto al potere dal 1961 fino al suo assassinio, avvenuto nel 1979 – sarebbe stata decisamente controversa. Le politiche che lei imponeva erano profondamente conflittuali: ad esempio, ha commissionato dei testi di storia per le scuole scritti dal governo, o ha compilato segretamente delle liste nere in cui comparivano migliaia di figure culturalmente rilevanti alle quali il sostegno del governo doveva essere negato. Tra questi nomi ce n’erano anche di molto noti, come quello del regista Park Chan-wook e dell’attore Song Kang-ho.
Ma delle rivelazioni su Choi Soon-sil, una figura alla Rasputin che rimaneva nell’ombra e controllava la carriera politica della presidente da dietro le quinte, sono riuscite a cogliere di sorpresa anche gli osservatori più imperturbabili. Choi Soon-sil, figlia del leader religioso di una setta, non aveva alcun incarico ufficiale, ma spesso toccava a lei l’ultima parola su questioni relative a linee politiche, nomine del personale, discorsi del presidente, e persino sul suo guardaroba. Intanto Choi utilizzava le sue relazioni con la presidente per fare pressioni su gruppi economici come Samsung ai quali chiedeva di dare a lei e a sua figlia tangenti per milioni di dollari. Eppure non è stata tanto la corruzione a sconvolgere la popolazione coreana, quanto la presa di coscienza che la presidente era sostanzialmente inetta e che non era in grado di andare avanti senza la guida di una donna che si approfittava tranquillamente di lei.

È stato verso la fine dell’autunno del 2016 che lo scandalo è scoppiato con tutta la sua forza, e i cittadini hanno reagito riversandosi in massa nelle strade con manifestazioni che sono arrivate a contare fino a due milioni di persone nel solo centro di Seoul. I membri dell’Assemblea Nazionale hanno approvato una mozione di impeachment, sospendendo temporaneamente Park dalle sue funzioni, mentre la Corte Costituzionale apriva un’indagine per stabilire se le sue azioni giustificassero una rimozione permanente dalla carica. Per i successivi tre mesi la nazione è rimasta col fiato sospeso finché finalmente il 10 marzo di quest’anno, dopo un’attenta valutazione, la Corte si è pronunciata in una sentenza in cui ha confermato l’impeachment. Le elezioni per il nuovo presidente coreano si terranno all’inizio del prossimo mese di maggio.
Per gli addetti ai lavori dell’industria del cinema gli ultimi anni sono stati cupi dal punto di vista politico: il Busan International Film Festival è stato fortemente danneggiato da rappresaglie politiche dopo aver presentato, nel 2014, un documentario altamente critico nei confronti del governo. I fondi governativi destinati al cinema indipendente e di nicchia sono stati tagliati, mettendo in ginocchio i piccoli distributori e le sale d’essai. Sul versante mainstream, anche il gruppo CJ ha dovuto affrontare pressioni e minacce dirette da parte dell’amministrazione di Park Geun-hye, che hanno spinto la società di distribuzione CJ Entertainment ad evitare di finanziare film che divergevano in modo troppo evidente dalle priorità della presidente.
Da un punto di vista più generale, tra la fine del 2016 e i primi mesi del 2017 la politica è stata una grande distrazione per l’industria cinematografica. I film che hanno avuto la sfortuna di uscire in sala alla fine dello scorso autunno hanno sicuramente subito un duro colpo al botteghino a causa delle massicce manifestazioni di protesta che si tenevano ogni sabato. Intanto le decisioni politiche al Korean Film Council e al Ministero della Cultura e del Turismo (ministero che è particolarmente implicato nello scandalo della presidente) si sono arenate e poi interrotte completamente negli ultimi sei mesi.

Dati gli alti livelli di supporto governativo di cui tradizionalmente gode l’industria del cinema, la Corea del Sud è un paese in cui la politica ha davvero un grosso influsso sul cinema. In tal senso, le prossime elezioni presidenziali sono quell’iniezione di ottimismo di cui la comunità cinematografica aveva bisogno da molto tempo. Se, come ci si aspetta, l’opposizione vincerà le elezioni per il prossimo presidente, questa potrebbe essere la notizia più positiva per l’industria del cinema dopo diverso tempo.
Per quanto riguarda i film, gli ultimi dodici mesi sono stati caratterizzati da un’inconsueta concentrazione di uscite da parte di registi coreani importanti, come Park Chan-wook (The Handmaiden, presentato al festival di Cannes), Na Hong-jin (The Wailing, sempre a Cannes), Kim Jee-woon (The Age of Shadows, a Venezia), Kim Ki-duk (The Net, anch’esso a Venezia), e Hong Sangsoo (On the Beach at Night Alone, che ha valso a Kim Min-hee il premio per la miglior attrice al Festival di Berlino). Una collezione di film insolitamente forti, che hanno tutti ricevuto recensioni decisamente positive.
Un evento di rilievo è stata la prima a Cannes di Train to Busan, primo live action del regista indipendente di film di animazione Yeon Sang-ho. Il film, che è uscito in Corea lo scorso luglio e racconta un attacco di zombie su un treno ad alta velocità, è subito arrivato in cima al box office annuale con 11,6 milioni di biglietti venduti ed è piaciuto molto anche all’estero. È infatti riuscito a stabilire nuovi record di botteghino per un film coreano, con incassi per quattro milioni di dollari USA a Singapore, 5,2 milioni di dollari in Malaysia, sei milioni di dollari nelle Filippine, 10 milioni di dollari a Taiwan e la strabiliante cifra di 9,3 milioni di dollari a Hong Kong.

I film summenzionati hanno fatto il giro del circuito festivaliero e sono già stati distribuiti in diversi paesi, Italia compresa. Ma le opere comprese nella selezione del Far East Film Festival di quest’anno forse possono fornire un esempio più rappresentativo dell’attuale stato dell’arte cinematografica in Corea.
Un esempio è Bluebeard, diretto da Lee Soo-yeon, che rappresenta una sorprendente novità nell’ambito della lunga tradizione dei thriller nel cinema coreano. Cho Jin-woong (The Handmaiden) interpreta un pacato medico specialista in colonscopie che si trasferisce in campagna e sviluppa una strana relazione con il suo losco vicino di casa. Il trattamento raffinato dell’atmosfera e della tensione da parte della regista Lee ricorda il suo film precedente, The Uninvited (2003), attualmente considerato un classico contemporaneo.
Vanishing Time: A Boy Who Returned segna il debutto nel cinema mainstream del regista Um Tae-hwa, che nel 2013 aveva attirato l’attenzione del pubblico con Ingtoogi un film indipendente a basso budget. Questo ultimo film, un malinconico fantasy su un ragazzo e una ragazza che vengono colpiti da una strana deformazione del tempo, è caratterizzato da sorprendenti effetti speciali e da un’interpretazione straordinaria dell’attrice esordiente Sin Eun-su. La storia è pervasa da un tono malinconico che si rivelerà un omaggio agli studenti morti nel naufragio del traghetto Sewol, avvenuto nel 2014.
The Last Princess di Hur Jin-ho è l’ultimo arrivato di una delle più forti tendenze attuali del cinema coreano, quella dei film che parlano dell’epoca della colonizzazione giapponese (1910-1945). Tratto da un romanzo su uno degli ultimi discendenti della stirpe reale coreana, il film si prende moltissime libertà nei confronti della storia, ma fornisce all’attrice Son Ye-jin le basi per un’interpretazione straordinaria. Oltre a ciò, esprime una nuova evoluzione stilistica nell’ambito del melodramma coreano, in qualche modo più assimilabile al cinema hollywoodiano classico quanto a tono e presentazione. Distribuito nell’agosto del 2016, il film ha superato di gran lunga le aspettative di botteghino, con ben 5,6 milioni di biglietti venduti.
In termini più ampi, si può dire che il 2016 è stato un anno decoroso al box office nonostante le manifestazioni in strada di fine anno. Sebbene solo una pellicola (Train to Busan) abbia superato la soglia dei 10 milioni di biglietti venduti, le statistiche annuali nel complesso reggono tranquillamente il confronto con quelle del 2015, anno in cui erano stati superati diversi record. Quest’ultimo anno, infatti, ha registrato un leggero aumento dei ricavi e una leggera riduzione dei biglietti venduti rispetto all’anno precedente. Il cittadino coreano medio ha visto 4,2 film nel 2016, che rimane ancora il tasso di frequenza più alto di tutto il mondo.  

Una delle tendenze che conducono a un risultato importante al botteghino è la persistente forza dello star system, e la crescente propensione degli studios a mettere insieme, nelle produzioni più importanti, un cast sulla falsariga di film come Ocean’s Eleven, con tre o quattro grossi divi come protagonisti e tutta una serie di famosi attori in ruoli secondari. I modelli da seguire sembrano essere The Thieves, film del 2012 su una rapina del regista Choi Dong-hoon, e Assassination, una sfarzosa pellicola in costume del 2015, che hanno avuto entrambi moltissimo successo.
L’esempio più recente di un simile confezionamento è il blockbuster The Master, che vede come interpreti i tre divi di prima grandezza Lee Byung-hun, Gang Dong-won e Kim Woo-bin. Diretto da una vecchia conoscenza del FEFF, Cho Ui-seok (Cold Eyes), questo dramma criminale presenta diverse scene d’azione magistrali e un ambizioso finale girato a Manila. Distribuito durante l’alta stagione, giusto prima di Natale, The Master ha venduto complessivamente 7,2 milioni di biglietti.
Preoccupazioni sul potere e la corruzione (argomento tempestivo, non c’è che dire) sono il nucleo di un altra uscita recente, New Trial, basato su un evento realmente accaduto. Il divo del cinema e della televisione Jung Woo veste i panni di un cinico e demoralizzato avvocato che finisce per sostenere gli sforzi di un giovane povero che tenta di liberarsi da un’accusa di omicidio. Il regista Kim Tae-yun (Another Family) ci consegna un film interessante e riesce anche a iniettare una certa dose di idealismo e di indignazione morale nella storia, che ha dimostrato di adattarsi perfettamente agli umori del pubblico e al botteghino ha superato ogni aspettativa, con 2,4 milioni di biglietti venduti.
Un numero simile di spettatori è stato attratto al cinema sempre nella stagione natalizia, ma all’inizio del 2017, dal più giocoso Fabricated City, anch’esso incentrato su un giovane ingiustamente accusato di omicidio. La tanto attesa nuova opera di Park Kwang-hyun (regista del grande successo del 2005 Welcome to Dongmakgol, vincitore del Premio del pubblico al FEFF) dispiega una vivace sfilza di personaggi e una sensibilità anarchica e fumettistica che si adatta bene al pubblico giovanile. Anche se nella storia c’è uno stravagante villain (interpretato in modo consapevolmente ammiccante dal divo di How to Use Guys with Secret Tips, Oh Jeong-se), questo film mostra come un normale cittadino possa facilmente diventare vittima di ricchi e potenti.  
Altri film di rilievo degli ultimi mesi sono Split, opera prima del regista Choi Kook-hee, ambientato nell’ambiente del bowling e delle scommesse illegali dove si sviluppa un rapporto di amicizia del tutto inaspettato. L’idea è originale e il film è sorprendentemente ben interpretato e ben realizzato per un regista alle prime armi. Canola, girato principalmente nella pittoresca isola di Jeju, racconta anch’esso la storia di due persone appartenenti a mondi molto diversi che si sforzano di creare un rapporto. L’anziana Gae-chun, interpretata in modo commovente dall’attrice Youn Yuh-jung (The Actresses), ha vissuto gli ultimi dodici anni stordita dall’improvvisa scomparsa della sua nipotina. Poi, un giorno, inaspettatamente questa ricompare, diventata ormai una giovane donna.
Run-Off, invece, descrive le battaglie di un eterogeneo e inesperto gruppo di donne che sono state messe insieme per rappresentare la Corea del Sud nell’hockey femminile ai Giochi Asiatici. Il film – che dal titolo sembra un remake del successo del 2009 Take Off, anche se l’unico collegamento tra i due film è il concetto di base – segue una traiettoria prevedibile, ma diventa molto avvincente verso la fine, in parte per merito dell’intensa partecipazione di Soo Ae nel ruolo di una nordcoreana che giocava a hockey nel proprio paese prima di defezionare.
The Prison viaggia su note più cupe, con l’attore veterano Han Seok-kyu (Shiri) nel ruolo di un minaccioso detenuto di nome Ik-ho che, dalla sua cella, riesce a orchestrare crimini elaborati e audaci all’esterno della prigione. Quando arriva un nuovo detenuto Ik-ho vede nel nuovo arrivato qualcosa di inconsueto e decide di metterlo a posto. House of the Disappeared invece è interpretato dalla coprotagonista di Shiri, Kim Yun-jin (in seguito diventata famosa nella serie televisiva Lost), nel ruolo di una donna accusata di aver assassinato la propria famiglia. Dopo aver scontato diversi anni di carcere la donna esce di prigione e raggiunge la propria casa fatiscente, convinta che essa sia la chiave per ritrovare il figlio perduto da tempo.

Cosa ci dicono tutti questi film sulla situazione attuale del cinema commerciale sudcoreano? Intanto fanno il ritratto di un’industria che è più strettamente legata a generi ben definiti rispetto a una decina di anni fa, ma che continua a fare lo sforzo di realizzare qualcosa di interessante e nuovo entro quei confini. I registi meno affermati non godono della stessa libertà creativa di Park Chan-wook o Kim Jee-woon, ma in opere come quelle citate si possono comunque percepire la loro energia creativa e il loro alto livello di competenza.
I film di cui sopra presentano anche diverse ottime interpretazioni e questo ci ricorda che il cinema sudcoreano può beneficiare non solo del potere divistico, ma anche di un alto grado di dedizione e perfezionismo degli attori coreani, che ormai è dato per scontato. Negli ultimi anni persino gli attori bambini hanno dimostrato incredibili possibilità e duttilità nelle loro interpretazioni.
E per quanto riguarda il futuro? I mesi a venire promettono una soluzione della crisi presidenziale che ha così chiaramente inciso sull’industria del cinema. Ma le acque non si sono calmate del tutto: una situazione di stallo con la Cina in merito al dispiegamento del sistema antimissile THAAD (“Difesa d’area terminale ad alta quota”) fornito dagli Stati Uniti ha causato rappresaglie da parte della Cina, che ha sospeso gli scambi culturali, i viaggi turistici e i rapporti legati alla produzione cinematografica tra i due Paesi. Dato che le due industrie cinematografiche avevano considerevolmente approfondito i reciproci legami negli ultimi anni, questa improvvisa inversione di rotta ha inferto un duro colpo al cinema coreano. Per non parlare poi dell’influenza destabilizzante delle recenti provocazioni nordcoreane, e del comportamento imprevedibile dell’uomo che governa gli Stati Uniti.
Ma i cineasti coreani non mostrano segni di cedimento e stiamo attendendo, per quest’anno, alcune uscite tremendamente ambiziose, come Okja, un film del regista Bong Joon-ho prodotto da Netflix, e The Battleship Island di Ryoo Seung-wan. Dati questi presupposti, è fortemente probabile che prima della fine dell’anno il cinema coreano si sarà riappropriato delle luci della ribalta che la politica gli aveva sottratto.

Darcy Paquet