Alla grande: i film di Hong Kong nel 2015

Il 2016 si è aperto con una nota positiva per i registi di Hong Kong, visto che il talento locale ha continuato a infrangere record nei cinema di tutta la Cina.
 
In febbraio la commedia di Stephen Chow Mermaid ha fatto furore nelle sale cinematografiche del continente con un’apertura da record e in meno di due settimane è diventato il film campione assoluto di incasso di tutti i tempi per la Cina. Il film, che è la storia eco-consapevole di una giovane sirena che cerca di liberare la sua comunità dalle devastazioni dell’incombente sviluppo immobiliare, fa parte di una folta schiera di grandi successi dei produttori e dei registi di Hong Kong.

Ben piazzata in testa alla classifica del botteghino per la Cina continentale per il 2015 c’era un’altra produzione di Hong Kong, Monster Hunt, un misto di animazione e azione dal vero. Il film, diretto da Raman Hui, è un bizzarro fantasy che racconta gli sforzi compiuti per salvare un simpatico principe mostro; uscito durante l’estate, ha conservato il record nazionale assoluto di incasso fino a quando non è uscito Mermaid. 
 
Tornando a Hong Kong, nel 2015 i segni vitali del cinema locale non sono stati sempre altrettanto eccitanti. Gli appassionati di cinema nella città hanno riempito le sale come sempre, e si deve a loro l’aumento del 20% degli incassi al botteghino nel 2015.
Il numero totale di film per lo scorso anno è aumentato del 7%, arrivando a quota 332, incalzato nella fascia alta dai blockbuster hollywoodiani, ma per le produzioni locali il quadro è stato meno incoraggiante. Il numero di film di produzione hongkonghese è aumentato a cinquantanove, rispetto ai cinquantadue dell’anno precedente, ma la loro quota di mercato è calata dal 22,4 % al 19,4 %.

Quando sono usciti i dati complessivi relativi al 2015, si è visto come un solo film locale, lo strappalacrime sull’infanzia Little Big Master di Adrian Kwan, è entrato nella top ten, mentre invece nel 2014 erano stati due.
Il film di Kwan era una piccola produzione, eppure è arrivato lontano con la sua vicenda ispiratrice che, mettendo in evidenza le pecche del sistema educativo, coinvolgeva facilmente i genitori. 
 
Ma è stato un successo eccezionale, mentre altri film con tematiche legati a Hong Kong entravano e uscivano dalle sale senza farsi notare.

Per gli irriducibili del cinema hongkonghese, che cercano di tenere traccia di ogni singolo film locale, è un compito che può essere sempre più improbo, con i film più piccoli che escono anche solo in una o due sale, o che vengono programmati a orari scomodi, mentre le fasce orarie migliori vanno ai film d’importazione.
Come è stato anche negli ultimi anni, l’industria cinematografica di Hong Kong rimane caratterizzata da un sistema a doppio binario: da un lato propone produzioni che possono cavarsela bene nel grande mercato della Cina continentale ma rivelarsi meno attraenti per gli hongkonghesi; dall’altro offre film più piccoli e con tematiche locali, nella speranza di trovare un sostegno nel pubblico di Hong Kong. 
 
Le coproduzioni con partner del continente garantiscono l’accesso all’immensa rete di multisala della Cina, e raggiungono cifre sempre più grandi al botteghino, tanto che non è possibile realizzare film costosi come Mermaid e Monster Hunt senza rivolgersi a tale mercato. Per registi molto ambiziosi come Tsui Hark il potenziale delle mega-produzioni può essere sfruttato per realizzare film ancora più grandiosi, come il thriller bellico dello scorso anno The Taking of Tiger Mountain
 
Ne beneficiano anche coproduzioni minori, come I Am Somebody di Derek Yee, incentrato sugli immigrati che lavorano come comparse negli immensi studi cinematografici Hengdian in Cina. Il film di Yee coglie un soggetto intrigante che va ben al di là di ciò che propone di solito il cinema locale, mentre molti film a medio budget ambientati a Hong Kong vengono realizzati puntando al grande mercato cantonese della vicina provincia di Guangdong. I problemi delle coproduzioni hongkonghesi però permangono.
 
Se Mermaid, che si svolge per intero sul continente, è riuscito a posizionarsi in testa alla classifica lo scorso Capodanno lunare, non tutte le coproduzioni hanno la stessa fortuna con gli spettatori di Hong Kong, che spesso evitano le storie ambientate oltre confine. I gusti del pubblico tra Hong Kong e la Cina continentale possono variare moltissimo, dalle tendenze della cultura pop agli stili comici ai divi preferiti; ed è facile che siano in particolare i giovani hongkonghesi a preferire le caratteristiche locali rispetto ai temi graditi alla Cina.

Mentre Monster Hunt è andato alla grande in tutta la Cina, a Hong Kong ha incassato meno di un quarto rispetto a Little Big Master. È andata molto peggio lo scorso autunno per The Crossing II, opera di John Woo su un disastro marittimo cinese, approdato in due sole sale e con un numero limitato di proiezioni.

Tra le altre lamentele che ricorrono a proposito delle coproduzioni c’è l’adesione al sistema di censura cinese che si applica anche ai film distribuiti a Hong Kong, come stabilito dall’accordo commerciale CEPA (Closer Economic Partnership Agreement, accordo di partenariato economico di prossimità).

Contenuti politici palesi sono ovviamente vietati, e altri divieti relativi al sesso, la morale, la violenza e altro vanno aggirati, a volte attraverso soluzioni maldestre che minano l’esperienza visiva.
Gli spettatori che guardano una storia di fantasmi, per esempio, si chiederanno in che modo verrà fornita alla fine, senza mezzi termini, una spiegazione razionale per l’elemento soprannaturale centrale. I cineasti devono anche fare i conti con il rischio che un attore finisca nella lista nera cinese.

Tra le complicate vicende produttive di Monster Hunt, è stato necessario rifare una lunga serie di riprese dopo che l’attore protagonista originale era stato arrestato durante un’operazione antidroga a Pechino.
La spiccata attenzione dell’industria cinematografica per l’entroterra cinese si è avvertito nettamente a Hong Kong durante il Capodanno lunare, una stagione di punta per il cinema. Mermaid, insieme ad altre due coproduzioni – l’epopea fantasy di Soi Cheang The Monkey King 2 e la commedia poliziesca di Wong Jing From Vegas to Macau III – hanno tenuto alta la bandiera del cinema in lingua cinese durante il periodo festivo.
 
Ma alla schiera dei film mancava qualcosa: il solito, classico film da Capodanno. In passato c’era sempre almeno un film che si atteneva a una formula tradizionale in cui una serie di frivolezze assortite convergono verso una festosa scena finale, piena di saluti agli spettatori.

Non è necessariamente cinema di qualità, ma è la commedia cantonese, che può fare da contrappunto ai film più furbi realizzati con una particolare attenzione per l’entroterra e nessun legame chiaro con il nuovo anno lunare, e molti hongkonghesi hanno notato l’assenza.
Nonostante le sorti altalenanti del settore, nel 2015 i registi di Hong Kong hanno fatto le cose per bene, presentando un ventaglio variegato di proposte.

Il cinema d’azione si conferma il piatto forte con film come SPL 2: A Time for Consequences di Soi Cheang.
 Il film riprende con nuovi personaggi SPL: Kill Zone di Wilson Yip, del 2005, con l’inserimento di modernissima azione spettacolare ambientata a Hong Kong e in Thailandia, basata su una sceneggiatura solida e incentrata sui personaggi. Cheang ha proseguito la sua ottima carriera con The Monkey King 2, un fantasy di pregevole fattura basato sul romanzo classico Viaggio in Occidente, superbamente interpretato da Aaron Kwok e Gong Li. 
 
Wilson Yip invece ha riproposto l’azione di arti marziali più tradizionale con Ip Man 3, interpretato nuovamente dal divo Donnie Yen nel ruolo principale. In questo episodio l’accento è posto sul rapporto tra Ip e la moglie, grazie a una sceneggiatura che delinea abilmente i personaggi principali, mentre l’azione è assicurata dagli incontri con gli avversari, Max Zhang e persino il pugile americano Mike Tyson.

Sempre restando al genere d’azione, il veterano Ringo Lam è tornato alla regia con Wild City, un thriller ambientato a Hong con una donna misteriosa e una valigia piena di soldi. Dante Lam nel frattempo ha cambiato marcia rispetto ai thriller malinconici per dirigere To the Fore, una storia enfatica di ciclisti professionisti impegnati nel circuito competitivo asiatico.
Tra gli altri piatti forti del cinema d’azione un posto spetta a un film grandioso come The Vanished Murderer, un sequel di The Bullet Vanishes del 2012, sempre di Lo Chi-leung, in cui un caso di omicidio è ambientato in una città cinese fittizia in piena depressione e animato da trovate creative come un inseguimento a cavallo in interni. 
 
Nel campo del cinema horror, l’exploit più clamoroso è costituito dall’opera seconda dell’attore Nick Cheung, Keeper of Darkness. Il film, che è ambientato a Hong Kong e attinge alla superstizione tradizionale, parla di un esorcista (interpretato dallo stesso Cheung) e mette insieme con grande aplomb un dramma familiare, scene spaventose e grandi risate.

Si è fatto notare, anche con una caterva di nomination e premi di fine anno, il cupo thriller di Philip Yung, Port of Call. Il film è uscito in sala in una versione più breve di 20 minuti rispetto a quella presentata a Udine lo scorso anno, e si è distinto per come si avventura in modo inconsueto nella violenza vietata ai minori e per le notevoli interpretazioni degli attori esordienti Jessie Li e Michael Ning.

Tra gli altri film riservati a un pubblico adulto figura Imprisoned: Survival Guide for Rich and Prodigal di Christopher Sun, un film ambientato in carcere e tratto da un romanzo uscito sul web, che aumenta la propria credibilità a livello locale grazie al massiccio utilizzo del più recente gergo cantonese.

Tra i film drammatici si è distinto Office, un audace musical di Johnnie To ambientato nel mondo degli uffici. Il film è tratto da una pièce teatrale locale che affrontava temi come il mondo degli affari e il capitalismo, ma Office si distingue non soltanto per l’insolito approccio tutto canti e balli e per la presenza di divi di primo piano come Sylvia Chang e Chow Yun-Fat. To ha ambientato tutto il film, dagli uffici alla strada a una stazione ferroviaria, in teatri di posa con set stilizzati e trasparenti e si è affidato al meticoloso impegno dell’allestimento, della scenografia e del sound design per mostrare i cambiamenti di spazio, riuscendo anche a ottenere interpretazioni eccezionali dal suo cast.
 
She Remembers, He Forgets di Adam Wong è un dramma più convenzionale, interpretato da Miriam Yeung, regina dello schermo di Hong Kong, e uscito con grandi aspettative dopo il successo a sorpresa raccolto nel 2013 dal regista per The Way We Dance.

Wong ha fatto largamente ricorso alla nostalgia in questo film delicato, orientando la storia di un intreccio romantico dei tempi di scuola in modo tale da attrarre il pubblico locale di mezza età.
 
Mabel Cheung è tornata alla regia dopo più di un decennio con A Tale of Three Cities, in cui la vicenda romantica si basa sulla storia vera dei genitori di Jackie Chan, interpretati da Lau Ching-wan e Tang Wei, in mezzo agli sconvolgimenti della Cina continentale tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Novecento. 
 
Passando a film drammatici meno ricercati, Patrick Kong ha continuato la sua serie di storie d’amore di fascia bassa con Anniversary, interpretato di nuovo dai divi Stephy Tang e Alex Fong, quasi dieci anni dopo la loro prima collaborazione in un film di Kong.
 
Anniversary ha segnato la fine di un anno molto impegnativo per il produttore e regista Kong, che ha realizzato cinque film nel 2015. Chi è alla ricerca di nuovi talenti registici ha avuto diversi film importanti da guardare lo scorso anno. All’inizio del 2015, lo sceneggiatore Lau Ho-Leung ha proposto Two Thumbs Up, un thriller comico dell’assurdo in cui degli aspiranti ladri si travestono maldestramente da poliziotti.

Un altro sceneggiatore che ha fatto il grande balzo passando dietro la macchina da presa è stato Jody Luk, un collaboratore abituale del regista Pang Ho-cheung, con Lazy Hazy Crazy, un film per adulti interpretato da attrici emergenti, che racconta la storia articolata dell’amicizia tra tre ragazze.

Con le molte scene di nudo e la sessualità esplicita, il film si discosta dal cinema hongkonghese consueto. Anche Nick Leung si è avventurato in un territorio cinematografico insolito per il cinema locale con l’eccentrico Get Outta Here, nel quale compare a Hong Kong un vampiro in stile occidentale che contribuisce a proteggere la sua famiglia adottiva dagli speculatori immobiliari. Benny Lau, un conduttore radiofonico diventato regista, propone una leggera storia romantica in Wong Ka Yan, il racconto nostalgico di un ragazzo isolano che perlustra la città alla ricerca della ragazza dei suoi sogni, che ha incontrato una volta al cinema. 
 
Nuovi registi come questi continuano ad avere l’appoggio di case di produzione commerciali che spesso si destreggiano tra film grandi e piccoli, nel tentativo di far emergere nuovi talenti.
 
Un’altra realtà che supporta i registi emergenti è il concorso annuale per cortometraggi Fresh Wave, che lo scorso anno ha celebrato il suo decimo anniversario. Fresh Wave continua a essere una benedizione per gli aspiranti registi, studenti compresi, che si cimentano nel cinema e si fanno un nome con cortometraggi finanziati da fondi pubblici e proiettati nell’ambito di questo programma.
 Un ulteriore supporto è costituito dal First Feature Film Initiative, un’iniziativa del governo che nel marzo di quest’anno ha lanciato il suo terzo concorso per sceneggiature, volto a finanziare completamente opere prime di lungometraggio a basso budget.
 Il primo film completato grazie a questa iniziativa, Weeds on Fire, una storia sul baseball di Chan Chi-fat, è stato presentato sempre in marzo all’Hong Kong International Film Festival.

Tuttavia verso la fine del 2015 un’opera di insospettabile rilievo si è affermata in modo del tutto indipendente: si tratta del film antologico a bassissimo budget Ten Years, realizzato da talenti emergenti e composto da cinque cortometraggi di Kwok Zune, Wong Fei-Pang, Jevons Au, Chow Kun-wai e Ng Ka-leung. Ten Years propone un’immagine desolante di Hong Kong tra dieci anni ed è stato girato senza aspirazioni commerciali.
 I temi dei cortometraggi riflettono le preoccupazioni per le interferenze politiche, per le minacce alla lingua locale, per la censura e molto altro, e comunque ha saputo toccare il cuore degli spettatori e l’eco sollevata nei media della Cina continentale ha accresciuto l’interesse per il film.

Quando è stato smontato dalle sale, prima del Capodanno lunare, Ten Years aveva totalizzato incassi che rivaleggiavano o addirittura superavano quelli di film mainstream a medio budget, e questo nonostante il numero limitato di proiezioni (molte delle quali avevano registrato il tutto esaurito). Se le cose stanno andando bene per il sostegno ai nuovi talenti registici, lo stesso non si può dire sul fronte della recitazione. 
Come negli ultimi anni, le grandi produzioni continuano ad attingere a un bacino stabile di attori affermati, come Lau Ching-wan, Louis Koo, Andy Lau, Chow Yun-Fat, Nick Cheung, Jacky Cheung e Aaron Kwok, mentre pochi giovani attori locali sembrano destinati a ottenere un riscontro analogo. 
In particolare, Koo nel 2015 ha interpretato cinque film da protagonista, da Little Big Master a SPL 2 a Wild City, senza contare alcuni camei. Gli attori hongkonghesi nei ruoli da protagonisti sono affiancati il più delle volte da attrici dell’entroterra per le coproduzioni, mentre sono poche le attrici di Hong Kong che ottengono parti di primo piano. Miriam Yeung, che nel 2015 ha interpretato Little Big Master e She Remembers, He Forgets, rappresenta l’eccezione più significativa, mentre Karena Lam torna sulla scena con film come il recente dramma di Steve Yuen Heaven in the Dark.
 Film più piccoli, come le produzioni di Patrick Kong, danno spazio ad attrici locali – come Ivana Wong nella commedia trash di Jil Wong Love Detective – ma troppo spesso sembra che le stelline emergenti vengano scelte più per l’aspetto e la notorietà che per le reali credenziali recitative. 
Per giunta, le star taiwanesi ottengono sempre più ruoli di fascia alta: Eddie Peng (To the Fore) è diventato un regular delle grandi produzioni, e Amber Kuo (Keeper of Darkness), un’attrice che va per la maggiore nel cinema della Cina continentale, ha recitato in tre importanti film di Hong Kong nel 2015. I registi della città comunque non dovrebbero riposare sugli allori di fronte alla concorrenza dell’entroterra.
 L’anno scorso, in particolare, alcuni registi cinesi hanno ripreso nei propri film lo stile del cinema di Hong Kong e hanno visto i loro sforzi profumatamente ricompensati.
La commedia poliziesca di Xu Sheng Lost in Hong Kong si scatena attraverso vari luoghi della città e mette bene in scena l’elemento nostalgico del cinema locale, tanto che alla fine si è piazzato al secondo posto per i film cinesi nel 2015 (gli hongkonghesi, da parte loro, hanno largamente ignorato il film, come fanno con la maggior parte delle produzioni continentali che escono nei cinema di Hong Kong).
 
Xu non è stato il primo regista a ispirarsi allo stile cinematografico di Hong Kong: lo ha fatto anche Ding Sheng, e il suo film è un ottimo esempio di come un regista della Cina continentale possa tranquillamente assumere un ruolo di primo piano nell’adattare tale materiale al suo pubblico di riferimento.
 Destano preoccupazione anche alcuni deludenti prodotti di alto profilo di Hong Kong. Quest’anno From Vegas to Macau III, realizzato sulla scia del grande successo del secondo capitolo, ha abbandonato in gran parte le emozioni elettrizzanti del gioco d’azzardo, centrali nelle puntate precedenti, a favore di una miscela abborracciata di fantascienza e diversivi casuali da due lire, come uno scontro finale di ping-pong.
Il cast, affollato di grandi divi come Chow Yun-Fat e Andy Lau, ha contribuito a far sì che il film incassasse oltre un miliardo di RMB (173 milioni di dollari), ma prodotti triti come questo rischiano di danneggiare il marchio di Hong Kong.

 Fortunatamente, il listino di film previsti per il 2016 continua a mantenere la giusta quota di produzioni che promettono bene.

Con l’avvicinarsi della Pasqua e delle uscite estive, si profilava per i cinefili di Hong Kong una gamma diversificata di film. Johnnie To figurava con un paio di titoli: in veste di produttore per il poliziesco Trivisa, diretto da Frank Hui, Jevons Au e Vicky Wong, ex partecipanti di Fresh Wave, e in veste di regista per il thriller Three.
 
Il film d’azione transfrontaliero The Bodyguard ha visto l’attesissimo ritorno di Sammo Hung alla regia, mentre con The Mobfathers Herman Yau ha proposto una nuova saga sulle triadi. E c’è ancora più azione in serbo nel thriller di Sunny Luk e Longman Leung Cold War 2 e nel film wuxia di Derek Yee Sword Master. In modo rassicurante, l’offerta di film hongkonghesi di quest’anno presentava registi veterani insieme a esordienti, e riusciva a conciliare temi marcatamente locali con film dalla portata molto più ampia.
 Detenere il record assoluto di botteghino in Cina rappresenta indubbiamente una bella iniezione di fiducia per il settore, ma per mantenere in salute il cinema hongkonghese è altrettanto importante sostenere la varietà di temi e ampliare il bacino di talenti.
Tim Youngs