Ping Pong di Sori Fumihiko è l’ultimo di una lunga serie di film giapponesi su eroi solitari in sport “sfigati”, dei quali il più famoso è Shall We Dance? di Suo Masayuki. Tratto dalla serie manga in cinque volumi di Matsumoto Taiyo, il film svela un universo parallelo da cartoni animati, in cui tutti agiscono come personaggi di manga e giocano a ping-pong come delle macchinette, con effetti di computer graphics surreali a evidenziare i momenti critici.
Sori, alla sua prima esperienza registica, è un mago della computer graphics che ha fatto il suo apprendistato con James Cameron sul set di Titanic e da allora è diventato il numero uno nell’industria cinematografica giapponese. Fa sfrecciare le palline da ping-pong come elettroni in collisione e blocca il tempo per spettacolari e definitive epifanie sfolgoranti di luce. È meno interessato a mantenere quella suspense del tipo “Ce la faranno?” che alimenta la maggior parte dei film sportivi; invece, intraprende un percorso digressivo verso l’obbligatoria partitona finale, esplorando rapporti, personalità e filosofie dei suoi protagonisti.
Il film è incentrato su due amici d’infanzia, soprannominati Peko (Kubozuka Yosuke) e Smile (Arata), che sono cresciuti giocando a ping-pong (che i professionisti chiamano propriamente “tennis da tavolo”). L’eterno ragazzino Peko ama questo sport con passione, mentre Smile, prematuramente invecchiato, lo considera come un passatempo per “mantenerlo occupato fino alla tomba”. Smile è un genio del ping-pong che vince senza neanche sudare, mentre Peko, nonostante sia molto veloce, è sempre stato messo in ombra dal suo amico.
Kubozuka Yosuke, che lo scorso anno ha fatto incetta di premi per la sua interpretazione in Go, interpreta Peko come lo farebbe Jim Carrey: un sempliciotto angelico, che prende in prestito dal Carrey di Scemo & + scemo persino i capelli a caschetto. Arata, ex modello diventato attore, impersona un nerd apatico al cui confronto Woody Allen potrebbe ricevere il titolo di Ottimista dell’Anno. Eppure c’è qualcosa di vincente nella timida integrità e nel cuore tenero di questo ragazzo cupo. Il vero brivido in Ping Pong non è guardarlo vincere, ma vederlo finalmente essere all’altezza della propria fama.
Mark Schilling