Nel 1998, a ridosso della caduta di Suharto, una nuova generazione del cinema indonesiano veniva annunciata dalla presentazione pubblica, a più di un anno dalla complessa realizzazione clandestina, di un film indipendente ad episodi intitolato Kuldesak. I registi dei quattro episodi, Nan T. Achnas, Mira Lesmana, Riri Riza e Rizal Mantovani hanno tutti proseguito, in maniera diversa, come registi di cinema commerciale (Rizal Mantovani), d’autore (Nan T. Achnas) o di entrambi (Riri Riza) o come produttori (Mira Lesmana), il proprio percorso nell’industria locale che all’epoca stava risollevandosi da una crisi devastante. Circolato confidenzialmente all’epoca, Kuldesak è divenuto nel tempo il manifesto di un epocale cambiamento nel cinema indonesiano.
Flash forward al 2010. L’industria cinematografica indonesiana, dopo un decennio di crescita, dà segni di una nuova crisi, questa volta marcatamente creativa. A conclusione di un’annata di caduta negli incassi medi, di contrazione della produzione e di modesto livello qualitativo del prodotto stesso, un barlume di speranza si è manifestato nuovamente sotto forma di un film ad episodi indipendente, destinato ad una circuitazione alternativa, Belkibolang.
Diretto da nove registi venti-trentenni sin qui attivi nel cortometraggio o con in curriculum al massimo un lungo, Belkibolang nasce da un’iniziativa tutta al femminile. La sceneggiatrice e coproduttrice Titien Wattimena ha proposto l’idea di un film costituito da una serie di brevi storie che raccontano la metropoli Jakarta di notte, mostrandone i lati più assurdi ed inconsueti, a Meiske Taurisia, produttrice indipendente che ha realizzato Blind Pig Who Wants to Fly (2008) il primo lungometraggio di Edwin, il più affermato tra i registi poi coinvolti. Tutti i nove giovani filmmaker chiamati a contribuire hanno discusso con Titien lo spunto narrativo e con lei sviluppato la sceneggiatura. Ognuno ha mantenuto la propria individualità di racconto e stile, eppure, il lungometraggio ha nel complesso una tenuta unitaria piuttosto inusuale, dovuta certo proprio alla firma di Titien.
Il primo episodio, Umbrella di Agung Sentausa è una delicata sinfonia giocata su un tenero gioco di attrazione, tra incertezza, paura di fraintendimento e semplice offerta d’amichevole cortesia attorno all’oggetto del titolo, in una notte di pioggia tropicale.
In Chitchat di Ifa Isfansyah si assiste ad un curioso esercizio di stile, basato su un arrangiamento di parole, messinscena e montaggio funzionanti come un palindromo - e ad una divertita dissertazione sui rapporti tra uomini e donne.
Con Mamalia, Tumpal Christian Tampubolon firma una salace sketch basato sull’interessato passaggio offerto da un guidatore motocicletta ad una procace signorina alla ricerca di un misterioso (e ovviamente introvabile) indirizzo.
Elephant Planet di Rico Marpaung è un collage d’immagini e musica incentrato su una relazione romantica.
La rivelazione del lotto arriva poi Gecko di Anggun Priambodo, interpretato da Edwin. Un vero tripudio di folle invenzione cinematografica che descrive con efficacia le frustrazioni causate da uno degli improvvisi blackout controllati che colpiscono i quartieri della metropoli indonesiana.
In Peron di Azhar Lubis è di nuovo la musica a farla da protagonista: un giovane alla stazione ascolta la selezione del suo iPod mentre osserva una ragazza in attesa al binario di fronte che pare muoversi al ritmo dei brani della playlist.
Wisnu Surya Pratama con Ella affronta temi ponderosi connessi alle contraddizioni sociali del più grande paese musulmano del mondo con tono sorprendentemente leggero: l’ultima notte del mese di digiuno rituale una prostituta si prepara a tornare dalla madre a Surabaya, tra lavoro e conversazioni con un venditore di strada che cucina carne d’anitra.
Anggun Priambodo ricambia il favore di Edwin recitando nel suo Rollercoaster, un gioco osé tra amici in una camera d’albergo che stupisce e diverte; un’altra vera perla!
Il capitolo conclusivo, Full Moon di Sidi Saleh si svolge la notte di Capodanno a bordo di un taxi e racconta di una coppia in crisi... con una chiusa davvero galvanizzante!
Forse non tutti e nove i registi di Belkibolang troveranno la via per lasciare il segno nel futuro del cinema indonesiano, ma si può scommettere che si sentirà ancora parlare di alcuni di loro e che in questa occasione hanno tutti ben saputo “svoltare a sinistra”... Il titolo Belkibolang è infatti un’abbreviazione jakartana per belok kiri boleh langsung, ossia “girando a sinistra si può passare”, un’indicazione stradale contraria all’usuale precedenza a destra. La trasgressione più salutare di Belkibolang è certo lo spirito libero, divertito e non pretenzioso che lo attraversa e lo rende una boccata d’aria fresca nell’asfittico panorama del cinema indonesiano dell’ultima annata.
Paolo Bertolin