Fin dalla sequenza iniziale, che lo riprende mentre strilla alla troupe della Cina continentale durante le riprese di Romancing in Thin Air (2012), o nelle più tranquille interviste a quattr’occhi a Hong Kong, Boundless si avvicina moltissimo al cuore e all’anima del prolifico regista e produttore Johnnie To – e in modo certamente più completo rispetto al documentario di un’ora realizzato dal francese Yves Montmayeur dal titolo Johnnie Got His Gun!
(2010), che in lui vedeva soltanto il geniale creatore di film polizieschi d’azione.
Ferris Lin, nato nella Cina continentale, ha seguito To per circa due anni, durante la produzione di Romancing e di Drug War (2012) in Cina e di Blind Detective a Hong Kong. Il risultato è in primo luogo un fresco ritratto personale di To come regista in attività e solo in secondo luogo un’analisi critica dei suoi film (l’unico critico intervistato è il veterano Shu Kei, che ha prodotto il documentario). Anche se Boundless è più indicato per chi ha già una certa familiarità con i film di To, sono circa novanta minuti davvero appassionanti.
Boundless evita l’approccio biografico classico (non ci sono dettagli sulla vita privata di To, o riferimenti sul suo lavoro per la televisione o sui film realizzati prima che fondasse la sua casa di produzione, la Milkyway Image, nel 1996) e si incentra piuttosto su una vasta gamma di temi: il difficile rapporto di To con la Cina e con l’industria cinematografica continentale, i suoi sentimenti (positivi e negativi) verso Hong Kong, sua città nativa, il suo impegno per rilanciarne la travagliata cinematografia, il suo modo di lavorare con la sua squadra abituale, la sua convinzione di avere ancora, dopo una trentina d’anni, molto da imparare su come si fanno i film.
Arricchito da clip tratte da una dozzina di film e da interviste a una ventina di suoi collaboratori, Boundless è il ritratto denso ma ben ritmato di un professionista che ha trascorso la sua intera carriera nell’industria cinematografica ed è ancora, umilmente, aperto a nuove idee e alla continua evoluzione del settore.
Il film è molto franco rispetto al disprezzo di To per le coproduzioni con la Cina continentale, dove ha girato il suo primo film, il dramma di arti marziali in costume The Enigmatic Case (1980), ma che poi ha accuratamente ignorato per trent’anni, fino a quando finalmente ha deciso di provarci con Romancing e Drug War.
Quelle riprese così difficili (che in Boundless sono descritte con immagini di repertorio prive di fronzoli) sembrano supportare la sua convinzione che la rinascita a lungo termine del cinema di Hong Kong non dipenda da co-produzioni con il gigantesco vicino ma dal rafforzamento della propria cultura distintiva, anche attraverso il programma Fresh Wave dell’Arts Development Council, di cui si è occupato per nove anni.
To è un democratico istintivo, che si infuria di fronte all’incapacità di un qualsiasi governo di dare ascolto alla gente e considera il cinema come un’”arma”, anche se, a parte episodi sporadici come Election 2 (2006), usa raramente i suoi film in modo apertamente politico. Di volta in volta il documentario lo mostra come un artigiano professionista, un uomo pratico attento ai dettagli, che favorisce un sistema cooperativo e che ottiene un’estrema fedeltà dalla sua famiglia professionale quando è necessario – come nei primi tempi della Milkyway, quando l’industria locale era sull’orlo del collasso e nelle casse della società non c’era neanche un centesimo.
È stato grazie a quella fedeltà che To è riuscito a portare a termine l’ormai mitico The Mission (1999), realizzato nel periodo più buio della Milkyway e senza uno script completo, e anche Exiled (2006), girato anch’esso senza copione e senza nessuna idea di dove si andasse a parare. To non solo è abituato a buttarsi senza paracadute, ma riesce anche trarne nuova ispirazione.
Questi e altri aneddoti rendono Boundless molto godibile e concentrato sull’uomo stesso. Non avrebbe guastato qualche dettaglio in più su Sparrow (2008), una delle sue lettere d’amore più personali a una Hong Kong ormai perduta, e qualche parola sul fondamentale The Longest Nite (1997), che non è nemmeno citato. Nel complesso però il documentario, procedendo a tutto campo, copre tutto il percorso di To e soprattutto, mette in evidenza tutte le motivazioni di uno dei registi più impegnati di Hong Kong.
Derek Elley