Cold Eyes

La giovane poliziotta Yoon-ju (Han Hyo-joo, Masquerade), leggermente nevrotica e dotata di una memoria fotografica tridimensionale, ha fatto domanda per entrare nell’unità speciale di sorveglianza della Polizia Metropolitana di Seoul. Lo scarmigliato e occhialuto investigatore capo Hwang (Seol Gyeong-gu, Peppermint Candy) la prende sotto la sua ala protettrice e le attribuisce il soprannome di Porcellino (su una scacchiera fatta su misura, ogni elemento della squadra viene rappresentato da una pedina con le sembianze di un animale: Scoiattolo, Serpente, Scimmia, e così via). Anche se, a dire il vero, è un po’ troppo cocciuta, Yoon-ju dà presto mostra di intelligenza pronta, resistenza fisica e ottime capacità di valutazione. La squadra, però, trova pane per i suoi denti in un misterioso criminale chiamato James (Jung Woo-sung, Musa), che mette a segno un audace colpo in banca proprio sotto il loro naso. Cold Eyes è un thriller piacevolmente equilibrato, remake dell’hongkonghese Eye in the Sky, diretto nel 2007 dallo sceneggiatore storico di Johnny To, Yau Nai-Hoi.

Al pari di Blind (2011), è un film notevole non tanto per quello che fa (e quello che ci si aspetta da esso, lo fa estremamente bene) ma soprattutto per quello che non fa: non ci sono tipi duri delle opposte fazioni che si fissano negli occhi in un metaforico abbraccio (omoerotico), non c’è nessuna impennata melodrammatica che tenta di tiranneggiare lo spettatore costringendolo a sentirsi “commosso”. È vero che Yoon-ju a un certo punto crolla e scoppia in lacrime, ma più a causa della frustrazione che della sua condizione di personaggio femminile “amorevole”. Attraverso l’interpretazione misurata di Han Hyo-joo, risulta allo stesso tempo gradevole e convincente come una giovane professionista con plausibili abitudini fastidiose e difetti caratteriali, ma contraddistinta innanzitutto e soprattutto dalle sue abilità professionali.

Dal canto suo, Seol Gyeong-gu attenua la sua intensità interpretativa stile Metodo per consentire ad Han e ad altri comprimari di mettersi in luce. Il suo investigatore Hwang non è solo “eccentrico”, ma è anche un fine manipolatore di rapporti umani e, come il film suggerisce, di giochetti politici all’interno dell’agenzia. Forse, però, la maggior sorpresa del film è il modo in cui concepisce il cattivo, James. Uno dei migliori ruoli di Jung Woo-sung negli ultimi tempi è stato quello di antagonista di Michelle Yeoh in quell’ingegnoso ibrido tra noir e wuxiapian che era Reign of Assassins (La congiura della Pietra Nera, 2010); ma si trattava pur sempre di una variante del ruolo per il quale è sempre stato scritturato, vale a dire il protagonista romantico che soffre in silenzio. Qui invece Jung interpreta un maestro del crimine che sparisce dentro il suo “lavoro” e il cui unico motivo di gioia nella vita è osservare come i suoi piani criminosi architettati fin nei minimi particolari vengono portati a compimento dalla sua banda (in un affascinante momento metanarrativo, l’investigatore Hwang scherza dicendo che James pare assumere “l’atteggiamento di un autore onnisciente”).

Eppure, scegliendo una penna stilografica come arma letale, Jung veste anche i panni di un assassino freddo e spaventosamente spietato che, quando dice che preferisce non lasciare nulla a metà, lo pensa davvero. Il suo James è un malvagio incallito e autentico, non come quei pastiche chiacchieroni dei film di Tarantino, bensì uno di quelli che si trovano, ad esempio, nei romanzi di Donald Westlake (o in un loro durissimo adattamento cinematografico come Organizzazione crimini [1973]). È ironico che il meno sentimentale, il meno concentrato sul personaggio figo-e-macho, il più duro e brillante tra i thriller coreani che mi è capitato di vedere negli ultimi anni (e non ho neanche parlato dell’affascinante prospettiva politica della storia: una specie di Fritz Lang incrociato con Derek Flint e Organizzazione U.N.C.L.E) sia il rifacimento di un film di Hong Kong. Ma naturalmente, verso la metà degli anni 2000, l’industria del cinema di Hong Kong aveva già superato il vecchio modello del “noir hongkonghese”. Chiunque senta la mancanza di Chow Yun-Fat che fissa lo spettatore con uno sguardo sexy mentre vola in aria scaricando due pistole nella classica scena al rallentatore che è diventata il marchio di di John Woo, forse troverà Cold Eyes piuttosto freddo. Il film invece è caldamente consigliato, soprattutto al giovane pubblico femminile che ha perso interesse nei thriller sulla malavita a causa della mancanza di eroine in cui identificarsi: questa ragazza è diversa, ve lo assicuro.
Kyu Hyun Kim
FEFF: 2014
Regia: CHO Ui-seok and KIM Byung-seo
Anno: 2013
Durata: 118'
Stato: South Korea

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