Il titolo di
Creepy (
Kuripi Itsuwai no Rinjin), il nuovo terrificante film del navigato maestro dell’horror Kurosawa Kiyoshi suona come una battuta autoironica poco comprensibile ai più. Sarebbe un po’ come intitolare una nuova commedia di Adam Sandler “Sciocco” (o, qualora non voleste far sconti, “Schifoso”).
Ma il titolo del film, che è stato presentato al Festival di Berlino di quest’anno, è anche il titolo del romanzo di Maekawa Yutaka dal quale è tratto e, malgrado la meritatissima fama di far venire al pubblico la pelle d’oca, Kurosawa ha anche realizzato normalissimi drammi ben accolti dalla critica, come Tokyo Sonata, che nel 2008 ha vinto a Cannes il premio Un Certain Regard. Era un cupo film sulla disgregazione della famiglia, che però conteneva anche passaggi surreali... paurosi, se vogliamo.
Lo stesso vale per questa nuova pellicola, malgrado l’inizio sembri quello di un dramma standard su un poliziotto in crisi. Takakura (Nishijima Hidetoshi), un detective esperto in psicologia criminale, dà le dimissioni dalle forze di polizia quando il suo tentativo di convincere un pericoloso sospetto ad arrendersi fallisce clamorosamente. Takakura diventa un docente universitario e, con l’aiuto della comprensiva moglie Yasuko (Takeuchi Yuko), inizia a rimettere in carreggiata la sua esistenza.
Ma uno sbirro rimane sempre uno sbirro. Quando un suo ex collega (Higashide Masahiro) si rivolge a lui per il caso di una famiglia scomparsa sei anni prima, Takakura non può fare a meno di condurre delle indagini, e queste lo conducono all’unica superstite, la figlia Saki (Kawaguchi Haruna), che all’epoca della sparizione era una bambina e ora è una giovane donna ancora traumatizzata.
Nel frattempo Yasuko familiarizza fin troppo con Nishino (Kagawa Teruyuki), il loro nuovo e bizzarro vicino di casa, che passa inopinatamente da una mansueta ossequiosità a una minacciosa violenza verbale. Takakura si chiede quale sarà mai il problema dell’uomo, oltre alla figlia adolescente problematica e alla moglie depressa che non si vede mai.
Kurosawa, che ha scritto la sceneggiatura a quattro mani con Ikeda Chihiro, si prende il suo tempo per legare insieme i vari fili di questa storia, finché il film sembra diventare più di atmosfera che di azione. Ma… che atmosfera!
Se riandiamo a The Cure (Kyua), il film che lo ha fatto conoscere a livello internazionale nel 1997, Kurosawa aveva utilizzato fenomeni normalissimi, come una brezza che attraversa i cespugli o la luce del sole che balugina in una stanza ammuffita, per creare un senso di malessere e paura. Ora fa la stessa cosa in Creepy.
Ma gira anche scene in cui un Takakura sovreccitato interroga un Saki poco collaborativo mentre gli studenti dell’università in cui insegna si aggirano silenziosamente sullo sfondo, dietro le imposte di grandi vetrate.
L’effetto è nel contempo naturale (gli studenti non fanno nulla fuori dall’ordinario) e inquietante (il loro silenzio, la distanza e la luce biancastra che filtra dalla finestra conferisce loro un aspetto spettrale). Inoltre, le scene da film poliziesco che si sviluppano in un ambiente che sembra quasi di un altro mondo intensificano la spiacevole sensazione che ci sia qualcosa che non va.
Quanto non vada, diventa spaventosamente chiaro quando Takakura scopre finalmente la verità sull’instabile Nishino e, per dirla nel modo più vago possibile, su tutto quello che aveva dato per scontato. Kurosawa ha già affrontato in altri film dei passaggi entro bizzarri stati alternativi, fra cui un’onirica esperienza pre-morte vissuta dal protagonista di Tokyo Sonata.
In Creepy, però, egli abbandona ogni pretesa di normalità, compresa l’esperienza banale di avere a che fare con vicini strambi. All’improvviso, sparisce persino la luce filtrata e ci ritroviamo nelle tenebre vischiose del Mondo dell’Orrore.
Nel ruolo di Nishino, Kagawa Teruyuki si trasforma nell’ultimo effetto terrificante della storia senza la necessità di ricorrere ai soliti trucchi da film di mostri, ma creando uno sfumato ritratto di un caso borderline, la cui maschera di normalità è una fragile copertura per una rabbia fredda e malata, che lo rende più carnefice che vittima.
Seppur in modo contorto, però, Nishino risulta anche carismatico.
Laddove il gentile Takakura arranca seriamente e si fa strada disperatamente, Nishino arriva subito al punto e piega il debole e l’indifeso al suo volere. È vero, il film arriva ad apparire molto ovvio in questo percorso, ma è così anche per i peggiori incubi – o per titoli più agghiaccianti che riempiono le pagine dei tabloid.
Continuate a ripetervi che nulla di tutto questo può realmente accadere. Sarebbe troppo pauroso pensare il contrario.