ALL THAT JAZZ INTERVISTA CON ICHIKAWA JUN

Di cosa parla il suo nuovo film Tony Takitani? Alcuni scambiano il personaggio principale per Tony Tani, un attore che era famoso alcuni decenni fa; ma il film non ha niente a che fare con lui, si basa su una storia di Muratami Haruki intitolata Tony Takitani. Prima della guerra, a Shanghai lavoravano diversi jazzisti giapponesi. Uno di questi, il padre del nostro eroe, torna in Giappone dopo la guerra e quando la moglie mette al mondo un figlio lo chiama “Tony”. Era un jazzista e gli piacevano le cose americane, così ha dato al figlio un nome dal suono americano. Ma non ci sono giapponesi con quel nome, giusto? E questo rende la vita difficile al ragazzo. L’inizio del film spiega tutto questo. È un seishun eiga (film giovanile) su un ragazzo che ha un nome insolito. Tony si isola diventando una specie di hikkikomori (eremita), vive un’adolescenza solitaria, e tutto per colpa del nome. C’è una specie di storia d’amore, ma muore anche un sacco di gente. Tony resta sempre più solo. Il film è tratto da un’opera letteraria, e quindi è più complesso, più filosofico del consueto seishun eiga. Il set assomiglia a un’opera teatrale e in effetti abbiamo costruito un palcoscenico in esterni cambiando solo l’arredamento per le varie scene, come a teatro. È come Dogville. Cosa pensa oggi di BUSU, quasi vent’anni dopo averlo fatto? Beh, era il mio primo film. In quel periodo giravo spot pubblicitari per la tv e imbroccavo un successo dietro l’altro. Un produttore televisivo mi ha contattato per un film che avrebbe dovuto essere come uno dei miei spot, ma quando lo girai risultò abbastanza deprimente. Il produttore voleva qualcosa di leggero e divertente, ma io ho preso la cosa molto sul serio. Sono cresciuto a Kagurazaka (Tokyo), dove BUSU è stato girato. Era un quartiere di geishe allora, e tornare là per le riprese del film mi faceva venire nostalgia. Avevo circa 37 anni. Avevo sempre fatto spot da 15-30 secondi, e mi chiedevo se sarei stato davvero in grado di girare un film di due ore. Ero preoccupato di andare oltre le mie possibilità. Ma BUSU finì per essere votato come uno dei dieci migliori film dell’anno dalla rivista Kinema Junpo (nel voto dei critici) e questo mi ha dato fiducia. Aveva dei punti di riferimento per il film? Aveva in mente dei registi o degli attori in particolare? Ero un appassionato di cinema. Uno dei miei film preferiti era I quattrocento colpi di Truffaut, e mi piaceva Gion Shimai (Sisters of the Gion) di Mizoguchi Kenji e gli altri suoi film sulle geishe. Ero anche un grande fan di Naruse. Ho visto un mucchio di vecchi film giapponesi crescendo, che hanno avuto una grande influenza su di me. Non sapevo se sarei riuscito a fare un secondo film, così volevo mettere nel primo tutto quello che potevo. Per fortuna BUSU è stato un successo e in questo modo da allora ho potuto realizzare film a un ritmo abbastanza costante. Pensava veramente che sarebbe stata un’esperienza isolata? Sì, temevo che non avrei avuto un’altra possibilità; così volevo metterci dentro tutto quello che potevo e ottenere l’essenza di tutti quei vecchi film giapponesi che amavo tanto. Molta gente mi ha detto di avere apprezzato il film, di esserne rimasta davvero colpita. Spesso le opere prime hanno questo potere, tendono ad essere bei film. È un film sugli adolescenti, ma il finale non è tipico di un film di quel genere, specialmente hollywoodiano. Io ero giovane negli anni Sessanta, quando c’erano le proteste studentesche contro la guerra in Vietnam, eccetera. I giovani cercavano di dare il via a una rivoluzione, di far saltare tutto per aria, per cui un finale violento mi intrigava visivamente. Pensavo alla mia generazione mentre giravo il film, e un lieto fine non mi sembrava giusto. Io stesso non ero un adolescente molto felice e l’eroina del film esprimeva in parte quello che provavo all’epoca. Ma mi è dispiaciuto per la protagonista. Lei è stato abbastanza crudele nei suoi confronti alla fine. Sarei stato in imbarazzo a finire con un grande trionfo e farla felice. Quella parte riflette la mia stessa giovinezza. Mi avrebbe imbarazzato avere tutta quella gente ad applaudirmi. Dying at a Hospital ha un’atmosfera più universale, non è tanto un guardarsi indietro nella propria stessa vita, ma piuttosto un’affermazione sulla vita in generale. È tratto da un bestseller scritto da un medico. In quel periodo c’erano stati diversi film ambientati in ospedale, era quindi un argomento di attualità. Mi mandarono il libro, che parlava di gente che moriva di cancro in un ospedale. Era una lettura deprimente e dolorosa, ma mia moglie mi disse che secondo lei ne sarebbe venuto fuori un film interessante. La morte è un grande livellatore, perché è un avvenimento che si verifica per tutti. Io morirò, tu morirai, tutti moriranno. Davanti alla morte, siamo tutti uguali. Così ho pensato che un film sulla morte non avrebbe dovuto avere un eroe, tutti dovevano essere eroi. Sembra esserci un messaggio buddhista nel film, anche se forse non è quel che lei intendeva. A dire il vero era un libro difficile da trasporre sullo schermo. Io non sono religioso, in realtà. Il messaggio, credo, è che rispetto alla morte siamo tutti uguali, ricchi o poveri, e questo può dare l’impressione che il film guardi a tutti con gli occhi di Dio. Sarà interessante vedere come reagirà un pubblico straniero. Lei dopo Dying at a Hospital ha realizzato diversi film per i quali molti l’hanno paragonata a Ozu, come Tokyo Siblings (Tokyo Kyodai, 1995) e Tokyo Lullaby (Tokyo Yakyoku, 1997). Poi lei ha girato Tadon and Chikuwa (Tadon to Chikuwa, 1998), che rappresentava un cambiamento radicale. L’idea mi è venuta all’epoca dell’avvelenamento nella metropolitana con il gas nervino (ad opera della setta Aum Shinrikyo) e del terremoto di Kobe. Sembrava che ci fosse qualcosa di anormale nella società giapponese in quel periodo e volevo mettere queste sensazioni in un film. Avevo fatto tutti questi film carini, gentili, e volevo cambiare; mi sembrava di imitare me stesso. In seguito ho realizzato Osaka Story (Osaka Monogatari, 1999) e Tokyo Marigold (2001). Questi film erano diversi da quelli precedenti. Poi ho fatto Ryoma’s Wife, Her Husband and Her Lover (Ryoma no Tsuma, to Sono Otto to Aijin, 2002), ma è stato un fiasco. Lo sceneggiatore, Mitani Koki, ed io andavamo abbastanza d’accordo, ma il film è stato una specie di disastro. Forse avrebbe dovuto dirigerlo lui, le nostre sensibilità non erano molto compatibili. Suzuki Kyoka però ha vinto diversi premi per la sua interpretazione nel ruolo di moglie di Ryoma. Lei è bravissimo a tirare fuori il meglio dalle attrici, anche dagli idoli come Tomita Yasuko (BUSU) e Tanaka Rena (Tokyo Marigold). Hanno mostrato un lato di sé che negli altri loro film non appare. Gli attori leggono la sceneggiatura e si presentano con una certa interpretazione, ma non è veramente loro. L’hanno raccolta da qualche altra parte. Io dico loro di dimenticarsi di tutto quello che hanno messo insieme. La loro prima scena di solito è, in qualche modo, sbagliata. Pensano di offrire una grande interpretazione, ma a me non piace quello che loro pensano sia grandioso. Forse in altri film sono stati apprezzati per questo, ma a me non piace. Ci danno dentro, ma è solo quando smettono di darci dentro che ottengo l’espressione che cerco. A volte devo continuare a dirgli di smettere, fino a che non ottengo un’espressione naturale. Così sono le mie riprese: dire agli attori “basta, basta”. Le attrici giovani, quando pensano di essere grandi, di solito si sbagliano. Per BUSU Tomita Yasuko è diventata nevrotica, sono stato troppo duro con lei. Busu significa brutta, ma il suo personaggio non era brutto fisicamente. Lo era il suo cuore, ecco cosa volevo che lei mostrasse. Anche il personaggio interpretato da Tanaka Rena in Tokyo Marigold è solitario, ma è più aggressivo nella sua ricerca d’amore. Ho avuto la sensazione che la stessa Tanaka avesse avuto molte esperienze in amore e volevo che lei facesse uscire quei ricordi. Più che cercare di recitare un certo ruolo, volevo che lei aprisse quella parte di sé. Tokyo Marigold quindi non era come BUSU, nel quale lei ha attinto alle sue esperienze personali. Quando ho realizzato BUSU ero sulla trentina. Mi ricordavo ancora della mia giovinezza. Ma quando ho fatto Tokyo Marigold mi stavo avvicinando alla cinquantina, ero un po’ più adulto. La maggior parte della gente ama le celebrazioni, ma oggi a me interessa quello che succede, una volta che la celebrazione è finita, a quelli che restano indietro, come i personaggi di Ryoma. La società giapponese sembra essere diventata conservatrice ultimamente, almeno in politica. Non ci sono movimenti di protesta come ai vecchi tempi. È un po’ triste. Non capisco proprio cosa pensino oggi i giovani. La mia giovinezza è stata completamente diversa da quello che vedo oggi. I giovani si stanno ripiegando su loro stessi. Il fenomeno degli hikkikomori (solitari). L’eroina di BUSU è una specie di hikkikomori. Il processo attraverso il quale lei si libera del suo guscio è il tema del film. Lei è approdato all’industria del cinema attraverso gli spot televisivi, ma sembra che oggi molti giovani registi provengano dalla fiction tv. Quando ho iniziato c’erano diversi scrittori che facevano film. Muratami Ryu era uno dei più noti. Ma non sono durati. Beat Takeshi [Kitano], d’altra parte, ha fatto il balzo con successo. Era un comico televisivo. Oggi persone provenienti dai settori più disparati diventano registi. Sembra però esserci una differenza tra i registi che hanno esordito con la fiction tv e quelli, come lei, che lavoravano in altri campi. I registi di drammi televisivi tendono a realizzare film che somigliano a drammi televisivi. Con gli spot televisivi cerco di fare veri e propri piccoli film, metto tutto quello che posso in 15 o 30 secondi. Mi piace farlo perché sono un patito del cinema. Ma la gente che è cresciuta guardando la televisione finisce per fare film simili ai drammi televisivi e agli spot. Per me è il contrario. Dopo aver fatto spot di 15 secondi, mi fa piacere girare qualcosa di più lungo. Con i film non ci sono limiti di tempo. Fare film è il mio modo di alleviare lo stress. Ma i film devono andare bene al botteghino, vero? Questo mi spaventa. E poi, con gli spot televisivi, il mio nome non compare mai. Non c’è “diretto da Ichikawa Jun”. Con i film invece il mio nome si vede bene, e anche questo mi fa paura. Beh, non ho mai avuto successi enormi. I video dei miei film però vendono abbastanza bene. Avrei bisogno di qualcuno come Mori Mayayuki, che gestisce Office Kitano, qualcuno che possa spingere i miei film commercialmente. Forse tu puoi aiutarmi, Mark! Sarebbe un onore!
Mark Schilling