Barbara Wong Chun-chun si è laureata alla Hong Kong
Academy for Performing Arts School of Drama prima di
entrare alla Hong Kong Commercial Radio e diventare una
disc jockey. Nel 1993 si è iscritta alla New York University
Film School e il suo film di laurea, Hugo, è stato premiato
come miglior film studentesco della N.Y.U. Nel 1997 Wong
ha prodotto, diretto e interpretato il suo primo lungometraggio
indipendente, A Carburetor for Suzy. È tornata a
Hong Kong nel 1999 e nel 2001 ha realizzato il documentario
Women’s Private Parts. Nel 2003 Truth or Dare: 6 th
Floor Rear Flat è stato il successo decisivo per Wong ed è
stato seguito nello stesso anno da Protégé de la Rose
Noire, co-diretto insieme a Donnie Yen.
L’introduzione di Truth or Dare: 6th Floor Rear Flat dice che
è tratto da una storia vera. Come nasce il film?
All’inizio, parlando con la [società di produzione] Filmko
avevo detto che avrei voluto fare un film su alcuni giovani
single che vivono insieme. All’epoca non c’era l’idea del
gioco a “Dire, fare, baciare…” [Truth or Dare]. Poi mi
sono vista con la mia sceneggiatrice Fan, ci siediamo,
chiacchieriamo. E lei mi ha detto: “Sai una cosa? Io ho un
posticino dove possiamo stare insieme e giocare, bere,
divertirci”. È in Tsim Sha Tsui, è un appartamento sul retro
al sesto piano; è proprio l’indirizzo giusto. Così ci sono
andata e ho incontrato i suoi amici, e alla fine siamo rimasti
là due settimane circa, giocavamo sempre a “Dire, fare,
baciare…”, e alcuni dei personaggi del film sono ispirati a
loro. E la sceneggiatrice scriveva il copione davvero nell’appartamento
sul retro al sesto piano. In questo modo
tutti hanno sentito il film molto vicino.
Con questa premessa, come ha sviluppato i personaggi?
Innanzitutto, i personaggi appartengono alla realtà. Gente
come il personaggio di Lawrence Chou, per esempio, o
quello di Karena Lam, che assomiglia a Fan. I personaggi
sono stati sviluppati partendo da persone reali, e dopo
averli elaborati ho cercato gli attori. Ho trascorso molto
tempo a incontrare giovani attori, come Patrick Tang,
Laurence Chou, Roy Chow e Karena Lam, e alla fine non
solo li ho scritturati ma sono anche uscita con loro a bere
qualcosa. Sono stata con loro, così non sarebbero stati
nervosi in mia compagnia. Di solito gli attori più giovani
hanno timore del regista, io non volevo che fosse così perché
non volevo che recitassero, volevo che fossero naturali,
rilassati. Così ho trascorso molto tempo insieme a loro
e in questo modo li ho conosciuti, ho apportato delle piccole
modifiche ai personaggi, adattandoli a loro. Solo due
settimane prima dell’inizio delle riprese ho deciso chi
avrebbe interpretato chi. Abbiamo sviluppato insieme i
personaggi anche in seguito; così prima di girare persino
il loro modo di vestirsi è diventato gradualmente parte
integrante del personaggio. Gli attori hanno mai proposto variazioni?
Tutti hanno avuto degli input, è il mio modo di dirigere, perché
credo che se gli attori fanno così il risultato è più veritiero
rispetto a quando devono seguire dei dialoghi,
soprattutto in un film come questo. Abbiamo improvvisato
molto durante le riprese e questo li faceva sentire molto
naturali, potevano essere semplicemente se stessi. Ancora
oggi, quando usciamo per bere qualcosa o andiamo a cena
insieme, dicono tutti che è stato un’esperienza memorabile
perché quando ci ripensano non hanno l’impressione
che girare Truth or Dare fosse un lavoro. Non vedevano
l’ora di arrivare sul set e divertirsi. Ecco la cosa più importante
che ho catturato nel film. Altrimenti sarebbe stato
come molti film di Hong Kong nei quali i giovani non fanno
i giovani, ma recitano i loro personaggi in un modo edulcorato.
Nel film ci sono personaggi giovani e anziani. Cosa cercava
di evidenziare tra i personaggi giovani e le figure più
mature, come i ruoli di Teresa Carpio e Hau Woon-ling?
Teresa Carpio rappresenta i genitori, che amano i figli, cercano
di chiedergli di fare le cose bene, cercano di dargli
una disciplina. Hau Won-ling però rappresenta nuovamente
i giovani, perché ho visto persone come mia nonna o
alcuni vecchi amici dei miei genitori che, una volta raggiunta
la sessantina o la settantina, ridiventano improvvisamente
bambini. Non hanno più pressioni nella vita, proprio
come quando avevano vent’anni, perché hanno vissuto
tutta la loro vita e ora sono nell’ultima fase. Ecco perché ci
sono le tre generazioni, Hau Woon-ling è proprio così
[come i personaggi più giovani], talvolta è anche più
coraggiosa di loro. È comprensibile: loro sono ancora agli
stadi iniziali della loro esistenza, non sanno nulla della vita,
invece Hau Woon-ling sa già tutto. Per lei è: “agisci, non
parlare e basta”. Quanto a Teresa Carpio, molti dei miei
amici più attempati possono identificarsi con il suo personaggio
guardando il film. Possono ricordarsi della loro giovinezza
e pensare che è normale non rientrare a casa, fare
festa tutta la notte o non prendere troppo sul serio la carriera.
Allo stesso tempo però si identificano in Teresa
Carpio che per amore cerca di costringere i ragazzi a fare
la cosa giusta.
Ho sentito dire che l’appartamento è stato costruito all’interno
di un edificio industriale.
È vero, e la cosa più difficile è stata che abbiamo costruito
un set nuovo e cercavamo di farlo sembrare vecchio; c’è
voluto un sacco di tempo e di denaro. All’inizio abbiamo
cercato di trovare una location reale, ma a causa degli
impegni degli attori molte volte avremmo dovuto girare di
notte. Se avessimo utilizzato un vero appartamento
avremmo avuto molti problemi, i vicini avrebbero potuto
lamentarsi. Abbiamo visitato molti appartamenti, ma era
difficile perché erano piccoli. Nel film l’ambiente è ridotto
ma almeno era mobile, così potevamo togliere una stanza
e girare. In una location reale questo non è possibile.
Costruire il set è stato un bel problema, ed è costato molto
farlo sembrare vecchio. Inoltre, per invecchiarlo c’è voluto
un sacco di tempo. Lo scenografo e la sua troupe non
hanno dormito per tre giorni per far sembrare vecchi i
muri, hanno curato moltissimo i dettagli come il pavimento,
le piastrelle, il bagno. C’erano anche molti disegni sulle
pareti del set: abbiamo chiamato degli amici che non erano
scenografi, o non erano nemmeno nel cinema. Alle otto di
sera sono arrivati quattro o cinque ragazzini e mi hanno
chiesto cosa volessi, io ho risposto: “qualsiasi cosa vi piacerebbe
disegnare sulle pareti”. Sono molto soddisfatta
del set, penso che sia ricco di particolari e che abbia un
cuore.
Tim Youngs