DANZARE CON UNA CATENA AI PIEDI INTERVISTA CON ZHANG YUAN

Nato nel 1963, laureatosi alla facoltà di fotografia presso la Beijing Film Academy (classe 1985), dal 1990 la sua produzione cinematografica ha dato inizio, insieme al regista di documentari Wu Wenguang (My Time in the Red Guards), al filone dei registi indipendenti underground, noti come i registi della Sesta Generazione. Una carriera cinematografica quella di Zhang Yuan segnata sin dall’inizio da un’immediata risposta positiva del pubblico e della critica internazionale. Il suo primo film Mama ha ottenuto il premio della giuria e il gran premio del pubblico al Film Festival di Nantes, il premio della critica ai Festival di Edimburgo e di Berlino. Sono seguiti altri film, Beijing Bastards, Sons, East Palace West Palace, che lo hanno consacrato l’enfant terrible del cinema cinese contemporaneo. All’epoca Zhang ha scelto di fare i suoi film all’esterno del sistema ufficiale cinese, evitando la censura del Film Bureau. Ma questa libertà aveva un prezzo: l’etichetta di underground gli ha sempre impedito di mostrare ufficialmente i suoi film al grande pubblico cinese. Per non continuare a limitare il suo pubblico potenziale ai frequentatori dei festival stranieri, Zhang Yuan ha realizzato nel 1999 un radicale cambiamento con il film Seventeen Years (Diciassette anni), una duplice soddisfazione: trionfatore alla Mostra del cinema di Venezia nel 1999 (Leone d’oro alla regia) e in seguito approvato dalla censura del Film Bureau. Da allora, ha scelto di produrre e distribuire tutti i suoi film (Crazy English, 1999; I Love You, 2002; Green Tea, 2003; Jiang Jie, 2004) all’interno del sistema. È stato ricambiato: da allora i suoi film hanno trovato il contatto con il pubblico in patria che Zhang ha sempre desiderato, e Zhang ha ottenuto un altro ruolo di leader: capofila della recente proliferazione di piccoli film di qualità, di produzione indipendente, con un potenziale commerciale. Come si presenterebbe Zhang Yuan al pubblico oggi? La mia posizione riflette la situazione del cinema cinese oggi che da un lato sta vivendo una certa apertura e dall’altro una continua pressione da parte della censura e della crescente competizione dei film commerciali hollywoodiani. Tutti i miei film precedenti a Seventeen Years non sono mai stati proiettati in Cina, e quest’ultimo ha ottenuto l’approvazione dalla censura otto mesi dopo il riconoscimento alla Mostra di Venezia. Jiang Jie essendo un’opera teatrale rivoluzionaria non ha avuto problemi di censura. Nel caso di film commerciali come Green Tea e I Love You, sebbene alla fine non ci siano stati tagli da parte della censura, la difficoltà rimaneva quella di dover rappresentare un personaggio instabile psicologicamente nel primo e la presenza di scene d’amore nel secondo. La situazione dei cineasti e della censura in Cina è come “danzare con una catena ai piedi”, un’espressione di Milan Kundera nel suo L’insostenibile leggerezza dell’essere. L’interesse del Far East Film di mostrare tre film di Zhang Yuan così diversi nasce dallo spirito stesso del festival, che vuole presentare al pubblico europeo film popolari diversi in stile e contenuto. Secondo te, ci sono elementi che li accomunano? Jiang Jie rappresenta gli anni Settanta, I Love You gli anni Ottanta e Green Tea gli anni Novanta fino ai giorni nostri. Non vedo punti in comune tra i tre film, ma in questo senso prendo ad esempio un grande maestro del cinema come Fassbinder di cui ho visto almeno 20 film e nei quali non ho mai trovato nessuna relazione. Si potrebbe allora dividere la sua carriera in due parti, prima e dopo Seventeen Years? Parlando di me come persona, ammetto una sorta di “schizofrenia” nel senso che riconosco in me diverse facce. Come regista ritengo che non ci siano spaccature nell’arco della mia carriera, piuttosto una linea continua. Anche se ho avuto modo di trascorrere del tempo all’estero, partecipare a diversi festival internazionali e maturare un grande interesse verso la cultura, il cinema e l’arte occidentale, la mia vita ha una sua base in Cina. Nonostante ciò, proprio nel paese in cui amo vivere e considerarmi a casa, prima di realizzare Seventeen Years ho sofferto la frustrazione di non poter comunicare con la gente e non instaurare un dialogo attraverso i miei film con il grande pubblico in Cina. Ho sentito il desiderio e la chiara determinazione ad allontanarmi da espressioni come “cinema underground” o “cultura underground”. Il mondo intellettuale e alcuni miei amici lo hanno definito un compromesso, ma se questo significava poter incontrare finalmente il grande pubblico ero disposto a farlo. Ricordo molto vivamente l’agitazione che ho vissuto il giorno della prima di Seventeen Years allo Youth Palace. Ero abituato a incontrare il pubblico internazionale dei festival, ma non quello cinese e la sensazione fu completamente diversa. Quale è stata la reazione del pubblico alla visione del film I Love You? Al giovane pubblico il film è piaciuto. La storia si ispira alla famosa novella Guo Ba Yin Jiu Si (Get a Kick and Die) di Wang Shuo, resa già popolare dal serial televisivo Have Some Fun? Quello che mi ha interessato e mi ha spinto a girarne un remake cinematografico è stato il personaggio femminile e la sua insistenza a perseguire l’amore e la felicità. Quanto difficile è stato realizzare un film dal soggetto così popolare sia nella letteratura che in televisione e renderlo originale? È stato sicuramente difficile, ma ero ossessionato dal tema delle relazioni emotive all’interno di una famiglia. Ho trovato che più intenso è l’amore che tiene unita una famiglia, più difficili e complicate sono le relazioni da gestire. Prima della sua performance in I Love You, la diva Xu Jinglei non aveva ancora avuto occasione di rivelare il suo talento artistico sul grande schermo. Cosa la ha spinta a sceglierla per il ruolo principale e quale è stato il processo che le ha permesso di ottenere una performance così intensa e coraggiosa? Anche per me è stata una sfida. Xu Jinglei è una cara amica di lunga data. In uno dei miei primi film, Beijing Bastards, appare in un piccolo ruolo. Sapevo che aveva raggiunto una certa notorietà tra il grande pubblico per alcuni serial televisivi, ma per il ruolo della protagonista femminile di I Love You avevo già in mente lei quando mi si è presentata l’occasione di girare la storia. Abbiamo lavorato molto sul suo personaggio. Bisogna dare spazi e tempi ad un attore per rivelare il suo talento e per permettergli di entrare completamente nel ruolo. La censura ha creato problemi per le scene di violenza all’interno di I Love You? No, non ci sono stati problemi con la censura, forse perché quel tipo di “violenza” in famiglia è piuttosto comune (ride). La censura tende a creare problemi nel trattare argomenti come l’adulterio, a cui il pubblico è più sensibile, o quelli politici. In I Love You e Green Tea, la cui produzione e realizzazione è avvenuta in un tempo ravvicinato, il tema è lo stesso: la ricerca dell’amore e il rapporto di coppia. In entrambi i film, l’amore è al centro della storia, ma anche la sofferenza che racchiude una storia d’amore. Ci sono delle similarità nei due film, ma vogliono parlare d’amore in due modi diversi. Com’è nata l’idea di Green Tea? È stato un amico a presentarmi tre, quattro pagine di un racconto della scrittrice Jin Renshun, dal titolo Shui Bian de Adilia, la cui traduzione è Adilia by the Water. Il titolo riprende quello di una musica per pianoforte suonata generalmente nell’atrio degli hotel. La storia si presentava breve, ma la parte interessante rimaneva il mistero sulla protagonista femminile e sulla sua identità di assassina. Non c’era interesse a svelare il segreto, il tutto viene lasciato all’interpretazione del pubblico. La storia originaria è ambigua in questo senso. Può darci un suo commento sul finale di Green Tea? Nel finale il punto fondamentale è rendere chiaro al pubblico che le due donne sono la stessa persona e che il protagonista maschile ne è cosciente. Il fatto che rimanga qualcosa di inspiegato riflette un po’ la vita di tutti i giorni, dove anche per noi è difficile capire dove stiamo andando. Per forza di cose ci sono aspetti che finiscono col rimanere confusi. Il film Jiang Jie non è stato distribuito nelle sale in Cina e non se ne prevede ancora una data. Quale è stata la reazione del pubblico alla produzione di Jiang Jie, un’“opera modello”? Appena ho inziato le riprese di Jiang Jie sono cominciate le prime reazioni controverse e i primi commenti sul perché avessi scelto di trattare come soggetto un personaggio dell’Opera di Pechino di stampo rivoluzionario comunista. La gente è rimasta alquanto sorpresa. In realtà, voler affrontare un tema del genere mi è sembrato piuttosto naturale: amo l’Opera di Pechino, apprezzo in particolare la tecnica della scuola Cheng e di Zhang Huoding, leader della nuova generazione, che descrive lo stile della sua scuola in un’unica espressione: “Nuvole sottili celano la luna e la nebbia imprigiona lo stagno dei loto”. Del resto, sono cresciuto in un periodo fortemente esposto all’influenza dell’Opera di Pechino e anche da questo è nato l’interesse a realizzare Jiang Jie. Dall’analisi della storia cinese, è spontaneo chiedersi: è quella di oggi una Cina socialista? Non era lo scopo del socialismo quello di raggiungere una società egualitaria? Volendo guardare indietro a quelli che erano gli ideali di un tempo, i concetti rivoluzionari cantati e osannati dagli eroi della rivoluzione, e a quello che si sperava diventasse la società, la Cina di oggi è molto distante dal raggiungerli. Gli ideali di allora non sembrano quelli di oggi. Ho grandi speranze che si realizzi una società del genere, ma la Cina di oggi non è ancora così. Per me, l’egualitarismo universale era un concetto che valeva allora come adesso. L’eroismo manifestato da Jiang Jie non è molto differente dall’eroismo in Occidente di una Giovanna d’Arco, quando il sacrificio e la dedizione si rivolgono a ideali impossibili. Secondo me, Jiang Jie ha sempre costituito un’espressione artistica in cui evidente risultava il contrasto fra il bianco e il nero (il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto). Sarebbe comunque complicato poter immaginare un personaggio come Jiang Jie oggi. Rivisitare il genere teatrale rivoluzionario, ovvero l’espressione artistica predominante di quell’epoca, ha significato per me cercare di recuperare e di rivivere quella profonda sensazione lasciatami in adolescenza ricca di ideali e di valori. L’arte riconosciuta come tipica della Rivoluzione Culturale in tutte le sue forme è stata rifiutata per molti anni perché definita non in termini di arte pura, ma mezzo politico di propaganda, talvolta confinata in una categoria kitsch da collezione. In Occidente, si sta rivalutando l’arte di quel periodo. Cosa sta succedendo in Cina: arte, propaganda o kitsch? Lentamente c’è stata una rivalutazione delle altre forme artistiche di quel periodo, la pittura per esempio, ma il cinema richiederà più tempo. Io stesso durante le riprese di Jiang Jie, pur sentendomi coinvolto nel progetto di far rivivere un personaggio e le atmosfere di un periodo così ricco di ideali, mi rendevo conto che le sensazioni e le emozioni che ne scaturivano erano molto diverse che in passato. Anche il pubblico ha mantenuto un’opinione critica rispetto alla scelta del soggetto, segno che gli effetti di quel periodo sono ancora vivi nella memoria e continuano ad influenzare la parte puramente artistica. Nel rappresentare Jiang Jie adesso, quanto distante è il suo stile rispetto all’originale? Alcuni affermano che il mio remake non regge il confronto con l’originale degli anni Sessanta. Questo perché l’emozione che suscitava il contenuto stesso rappresentato in scena aveva uno stile legato profondamente a quel periodo storico. L’emozione che la storia suscitava allora nel pubblico non può essere la stessa nel pubblico di adesso. Comunque, volevo che fosse il mio film esattamente come mi piaceva.
Maria Ruggieri e Shelly Kraicer