Da dove è nata l’idea di The Coldest Day? Si è parlato di un
progetto più ampio che comprende 4 capitoli ognuno dedicato
ad una stagione…
In realtà, la finalizzazione delle prime due sceneggiature di
The Coldest Day e di One Summer with You ha visto parecchie
riletture. Il processo che ci ha portato a ingrandire e
considerare un progetto che comprenda le quattro stagioni
(quattro capitoli ognuno dedicato ad una stagione) o
una trilogia non era affatto l’idea iniziale. Infatti tutto è nato
dal raccogliere una serie di esperienze di coppie, vissute in
prima persona o raccontate da amici, per parlare di
amore, matrimonio, divorzio. In origine, si trattava di
un’unica storia che abbracciava tutte le varie fasi di una
coppia, ma i tempi per la produzione e la realizzazione
continuavano ad allungarsi per mancanza di investimenti. Il
numero delle storie collezionate ci ha dato la possibilità di
concentrarci su quelle più interessanti. Ma le due storie
che cominciavano a delinearsi non potevano combinarsi
nello stesso film, così da qui l’idea di dare spazio a più storie
e quindi a più film che potessero in qualche modo riferirsi
al primo. Si è passati poi a valutare il periodo migliore
quando ambientare la storia, quindi quella sul “divorzio” in
inverno, quella dell’“innamoramento” in un periodo caldo
come l’estate e quella del “matrimonio” in un’atmosfera più
tiepida, così abbiamo maturato la possibilità di sviluppare
il tema in più capitoli e in stagioni diverse.
Che vantaggi e che svantaggi le ha dato la scelta di girare
il film in digitale, usando la nuova tecnologia HDCam (High
Definition Camera)? È la prima volta che il FEFF mostra un
film girato in digitale e trasferito in pellicola. Quale è stata
la sua esperienza nel girare in digitale?
La scelta di girare in HDCam non è stata nostra. La Wan Ji
Communication era disposta a finanziare il film a condizione
di utilizzare l’equipment HDCam messo a disposizione
dalla produzione. In realtà non sarebbe stata la mia prima
scelta, sono ancora un regista “tradizionale” in questo
senso. Certamente ha avuto i suoi vantaggi, a parte la convenienza
economica per un risparmio notevole di pellicola
(pari circa al 40% rispetto alla produzione in pellicola
diretta), mi ha permesso di girare molto e di curare la recitazione
degli attori, ma anche di lavorare e controllare
meglio il colore in fase di post produzione. D’altra parte,
l’uso della tecnologia HDCam in Cina è troppo recente, i
cineasti con esperienza nell’uso di HDCam non sono in
molti e anche nella postproduzione la Cina non ti può offrire
ancora un livello tecnico così sofisticato da permetterti
di raggiungere la gradazione o l’effetto desiderato nel
colore. Questo ti costringe a rivolgerti all’estero, in
Australia nel nostro caso. Per questo motivo, sebbene riconosca
i vantaggi, non potrò mai sapere se siamo stati abili
da sfruttare al meglio le capacità di questo tipo di equipment.
L’esperienza è stata utile considerando che in futuro
si farà sempre più uso di questo tipo di tecnologia e alla
fine è il risultato che conta, non lasciare allo spettatore il
dubbio sulla qualità del film, poco importa se l’originale è
in videocassetta o in pellicola.
L’uso dei colori nel film sono molto interessanti. Talvolta ti
dà la sensazione di vedere il film in bianco e nero. In post
produzione avete ridotto i colori al minimo? Che effetto
emotivo, in particolare, voleva raggiungere dal controllo e
manipolazione dei colori?
In postproduzione abbiamo modificato e alterato i colori di
proposito per avere un effetto gelido, freddo. Abbiamo sfumato
tutto nel bianco, nero, grigio accentuando il contrasto
al massimo. In realtà non sapevamo quanto in post
produzione si sarebbe potuto modificare, per cui abbiamo
fatto attenzione a tutti i colori che apparivano in scena: dai
costumi principali degli attori, alle auto posteggiate per
strada, abbiamo cercato di eliminare dalla scena qualsiasi
colore troppo forte, controllando in questo modo l’effetto
dell’immagine e usando altri colori solo per gli accessori
degli attori (sciarpe, scarpe...). In postproduzione è stato
più facile appianare il resto dei colori al computer. È stato
un lavoro metodico come si farebbe nella pubblicità. Nel
controllo dei colori, credo che ogni regista abbia un suo
stile e una sua precisa visione legata a un determinato
tema o una determinata emozione, ma non sempre ha il
talento di ricrearla in immagine. Credo sia piuttosto una
ricerca continua di quella tecnica o di quel linguaggio per
renderla in immagini che più si avvicina alla mia visione
delle cose. I colori per me ricoprono una importanza notevole
perché mi aiutano a trasmettere emozioni. In questo
senso, è come nei sogni. Io per esempio sogno senza colori.
Spesso quello che riesco a ricordare dai sogni sono
semplici sensazioni o dei flash. Lei ha tolto colore anche agli attori rendendo difficile allo
spettatore poter entrare nei personaggi e scoprire i loro
sentimenti. Non ha controllato solo il colore, ma anche la
recitazione degli attori. Che tipo di risultato voleva dalle
loro performances?
Abbiamo lavorato molto con gli attori, sottolineando sempre
la massima cinese: “Non chiedere il meglio, ma chiedere
di essere se stessi”. Questo perché era importante
cogliere la spontaneità più che la perfezione nella recitazione,
quella spontaneità che ti permette di essere naturale,
di seguire il ritmo del cuore. Non ho chiesto agli attori
di recitare ma di sentire e soffrire quegli stati d’animo a
modo loro. Per cui seguivo il risultato di ogni scena e quanto
più riusciva a trasmettermi dei veri sentimenti, tanto più
raggiungeva gli stati d’animo che cercavo. Abbiamo girato
parecchio. Normalmente, usando una 35 mm, i costi ti permettono
di girare una scena da tre a quattro volte al massimo.
Nel nostro caso, abbiamo girato 10 volte. In realtà
non vorrei girare così tanto ogni scena perché le pressioni
in fase di ripresa sono molte, e spesso per gli attori risulta
abbastanza faticoso reggere lo stress di ore di riprese
della stessa scena, ma sono convinto che se hai l’occasione,
il tempo e le condizioni per girare di tutto un po’ di più,
certo ti aiuta ad avvicinarti al risultato sperato e ti permette
di controllare molto di più la scena. Girare più e più volte
ti permette di raggiungere quell’effetto che fa una scena
“vera e naturale”.
All’inizio del film, abbiamo provato una certa simpatia per
Xue Zhi (il marito), ma con il procedere della storia, la simpatia
si è spostata su Xinmei (la moglie). Per cui alla fine si
stabiliva all’interno della storia un bilanciamento tra i due
personaggi tanto che lo spettatore poteva mantenere una
simpatia per entrambi. Si tratta di un effetto che aveva studiato
intenzionalmente?
In realtà non è stato affatto premeditato. Non era mia
intenzione dare risalto all’uno e all’altro in maniera così
evidente. Ho tenuto conto del procedere della storia e delle
ripercussioni che ogni azione aveva sui personaggi, quindi
la sofferenza e la reazione del marito all’inizio della storia,
il pentimento della moglie alla fine che vorrebbe recuperare
la sua relazione però si rende conto che ormai nel
marito è cambiato qualcosa. L’idea era presentare allo
spettatore una situazione familiare di questo genere e i
vari stati d’animo che si agitano nei singoli personaggi
della storia.
Se non fosse per la presenza di attori cinesi, sarebbe difficile
identificare il film come “made in China”. Gente moderna,
città moderne, la storia si potrebbe ambientare da
qualsiasi parte del pianeta. L’unico aspetto culturale puramente
cinese è la presenza dell’Opera di Pechino. Ma a
parte questo, potrebbe non essere un film cinese ed è il
primo a darci la sensazione che non sia un film “ovviamente”
cinese. Lei concorda?
Assolutamente! Questo in realtà era l’effetto che cercavo.
Secondo me, tutti i film cinesi condividono la mancanza di
“vero”, ovvero la capacità di trasmettere una situazione
reale, autentica. Ci sono molti film del passato, quelli della
Quinta Generazione di registi per esempio che dipingono
sul grande schermo la Storia e la campagna, quelli della
Sesta ritraggono i poveri o la vita della gente dei piccoli
centri urbani, per me The Coldest Day è più vicino alla realtà
di chi mi circonda e della gente comune. Per questo
spero che il pubblico internazionale nel vederlo non si soffermi
ad individuare un che di prettamente “cinese” nella
storia che racconto, ma riconosca che i problemi della coppia
del film sono gli stessi di quelli che si trova ad affrontare
una qualsiasi coppia da qualsiasi parte del mondo.
L’obbiettivo del film è poter trasmettere al pubblico gli
aspetti che ci accomunano come essere umani, i sentimenti
che si agitano in ognuno di noi al di là delle nostre diversità
esteriori.
Perché allora ha scelto di inserire un elemento come
l’Opera di Pechino, così inconfondibilmente “cinese”?
Perché in questo sono rimasto fedele alla storia reale cui il
film si ispira. In secondo luogo, conosco molto bene
l’Opera di Pechino e ho girato diversi documentari sul
tema. Per la verità, anche volendo immaginare per la coppia
di amanti un altro posto di lavoro che non fosse il teatro
dell’Opera non credo mi avrebbe creato le stesse emozioni.
Che tipo di problemi ha incontrato con la censura durante
la produzione del film?
All’inizio il problema era nato proprio dall’ultima stesura
della sceneggiatura. Il triangolo amoroso, che è al centro
della storia di The Coldest Day, non era un tema ben gradito
alla censura. Durante la produzione del film che si è
interrotta per ben due volte, le regole della censura in Cina
sono cambiate gradualmente, in particolar modo nell’aprile
dell’anno scorso, tanto da lasciare spazio ad argomenti
che in passato risultavano ancora tabù per essere mostrati
sul grande schermo. Adesso temi come l’adulterio non
sono più censurati per legge, ma viene giudicata la maniera
di trattare e presentare il tema perché non “offenda la
sensibilià di nessuno”.
Quando è prevista l’uscita del film nelle sale cinematografiche
cinesi?
La première di The Coldest Day è prevista il 18 aprile alla
serata di apertura del Beijing University Film Festival, ma
l’uscita vera e propria nelle sale avverrà verso la metà di
maggio.
C’è qualcosa che vorrebbe aggiungere per commentare il
suo film?
Spero che il pubblico, al di là del “freddo” che caratterizza
il film o del fatto che sia privo di quelle caratteristiche propriamente
cinesi, riesca a vedere la storia sotto un altro
punto di vista, un aspetto del film a me molto caro, vorrei
cioè che riuscisse a percepire i sentimenti, il calore e la
parte più intima dei personaggi, una parte difficile da svelare
ma anche la più preziosa.
Maria Ruggieri e Shelly Kraicer