MISSIONE IMPOSSIBILE 2003: SEMPRE IMPOSSIBILE... IL CINEMA FILIPPINO NEL 2003

Il 2003 è stato un altro anno mediocre per il cinema filippino. L’instabilità politica, la continua svalutazione del peso rispetto al dollaro, una maggior censura e un alto livello di imposizione fiscale sull’industria (con quasi il 30% del reddito lordo, è una delle più pesanti del mondo) hanno continuato a far sentire il loro peso. Come risultato, filmetti erotici a basso costo, commedie grossolane e melodrammi privi di leggerezza sono all’incirca tutto ciò che è stato prodotto. È anche improbabile che le prospettive nel settore cambino. I membri del sindacato dei registi filippini (DGPI) ritengono che la produzione cinematografica del prossimo anno non supererà i quaranta film. Verso la fine degli anni Novanta la produzione oscillava da 100 a 200 film l’anno, con una produttività che a volte superava quella di Hong Kong. Eppure, malgrado le pessime notizie, alcuni fiori sono sbocciati qua e là, per lo più produzioni indipendenti. Magnifico, di Maryo J. de los Reyes, è un sano film per famiglie che, per una volta, risulta davvero piacevole. Nel film mancano i complicati intrecci secondari, il melodramma pesante, i cattivi sadici e gli eroi masochisti, vale a dire tutto quello che non funziona nei film filippini degli ultimi tempi. È la vicenda di un ragazzo dallo strano nome di Magnifico (Jiro Mano) che cerca continuamente di aiutare i suoi familiari e i vicini di casa. Magnifico di per sé non ha nulla di speciale: dalla sua parte ha soltanto l’innocenza di tentare l’impossibile, la fantasia di escogitare modi per tentarlo e il coraggio di perseverare. Si tratta di un film modesto dalle modeste virtù; è realista senza essere pesante, ha momenti divertenti che rimangono fedeli al personaggio e alla situazione e possiede abbastanza sentimento per riuscire quasi a commuovere il pubblico. Tutto sommato è un modesto miracolo. Munting Tinig (Small Voices) di Gil Portes, che è stato presentato l’anno scorso ma è stato distribuito quest’anno, racconta di una giovane insegnante (Alessandra de Rossi) che arriva in una cittadina come supplente e che non ha molti più anni dei suoi stessi allievi, tutti provenienti da famiglie indigenti. L’insegnante, che aspira a elevare suoi studenti, escogita un piano per formare con la sua classe un coro di voci bianche e farli partecipare a un concorso canoro. Sembra quasi di sentire l’odore dei film buttati nel calderone: Non uno di meno di Zhang Yimou, Children of Heaven di Majid Majidi e un finale mutuato direttamente da Sister Act. Ma il problema non è il prestito, che al cinema può andare benissimo. Il fatto è che il film è realizzato in maniera così indecisa e povero di ritmo che l’unico divertimento consiste proprio nell’identificare i prestiti. La definizione del personaggio ha un ruolo cruciale nei film a basso budget, ma qui si tratta più che altro di prendere o lasciare (in realtà, più di lasciare che di prendere). De Rossi interpreta la tipica educatrice nobile con occhi spalancati dall’indignazione nel constatare le enormi inadeguatezze del sistema educativo filippino (ma non aveva mai guardato il telegiornale?). È così inesorabilmente buona che finisce per risultare una pesante nullità. Insomma, si tratta di un filmetto con una vocina flebile. Peccato che la vocina sia anche stonata. Tanging Ina di Wenn V. Deramas è una commedia sorprendentemente agile che dipende dal generoso - seppur poco affascinante - talento comico e interpretativo di Ai-Ai de las Alas. Lei, per dirla gentilmente, ha un aspetto bizzarro: seno prosperoso e gambe da top model accompagnati a un viso dalla mascella equina. Gli uomini la trovano abbastanza attraente per sposarla e Dio la trova abbastanza divertente per farla diventare l’oggetto di uno dei suoi scherzi più crudeli. I primi venti minuti sono la parte più eccitante del film, in cui Deramas usa gli elementi caratteristici della commedia filippina - slapstick accelerato, metafore dell’assurdo, interpretazione muta a intermittenza - allo scopo di creare un personaggio comico abbastanza originale. La madre protagonista è un’infelice marionetta del destino, che fa del suo meglio per mantenere il suo ragguardevole mento fuori dall’acqua mentre sposa un marito dopo l’altro. Strada facendo Deramas (con un copione di Mel Mendoza del Rosario, uno dei migliori sceneggiatori di commedie attualmente sul mercato, e Keiko Aquino) segna qualche punto per quanto riguarda la satira. La tendenza dei filippini a produrre famiglie orrendamente numerose (Ai-Ai finisce per avere una dozzina di bambini), lo sgomitare frenetico per trovare lavori decenti in un’economia sempre più indecente, e il valore attribuito alla ricchezza materiale e alla rispettabilità sono tutti aspetti che il regista mette alla berlina. Ma forse lo scherzo migliore del film è il suo titolo, che significa più o meno “Madre vera” ma è anche un gioco di parole su “tang ina”. “Puta ang ina” è un’espressione oscena che significa “madre puttana”. Inoltre il titolo fa il verso al successo di pubblico e di critica Tanging Yaman (Only Treasure), che è stato presentato al Far East Film nel 2001. Tanging Ina però non riesce a sostenere il suo slancio comico: a due terzi dall’inizio, si piega sotto il peso del fastidioso dramma strappalacrime messo insieme per sottolineare la condizione di Ai-Ai. Eppure, questo è un film con un obiettivo serio, che riesce abilmente a raggiungere il suo scopo almeno fino a metà della durata. Dal momento che la gran parte dei film satirici nazionali non centrano per nulla l’obiettivo, questo è un buon risultato. Noon at Ngayon (Then and Now) di Marilou Diaz-Abaya è il sequel del suo classico Moral, su quattro donne che sono ottime amiche. Noon si svolge diciannove anni dopo ma, dal momento che la regista non ha usato le stesse interpreti del primo film, risulta piuttosto faticoso riconoscere chi è chi. Come al solito Diaz-Abaya sente il bisogno di affrontare gli attuali problemi della classe media (politici gay non dichiarati, matrimoni senza figli), sebbene i personaggi abbiano avuto abbastanza successo nella vita da appartenere ormai alla classe superiore. La Star Cinema ha riservato al film l’abituale trattamento destinato alle produzioni patinate - abiti alla moda e case sfarzose - in contrasto con il realismo dell’originale. Eppure, quando si cominciano a individuare i personaggi dell’episodio precedente, e quando Ricky Lee (che ha scritto la sceneggiatura per entrambi) introduce una magnifica trovata, il film diventa sorprendentemente accattivante e, anzi, addirittura toccante. Si potrebbe dire che Huling Birhen sa Lupa (The Last Virgin on Earth) di Joel Lamangan è l’esatto opposto del film di Diaz-Abaya. Quest’ultimo è ambientato a Metro Manila fra le classi abbienti, l’altro in una comunità di pescatori che si arrabatta per tenersi al di sopra della soglia della povertà. L’uno inizia debolmente e termina con forza, l’altro inizia in modo accattivante e poi si autodistrugge in maniera spettacolare. Il copione di Raquel Villavicencio (una delle migliori sceneggiatrici del cinema filippino attuale), narra di un prete (Jay Manalo) finito sulle spiagge di un’isola i cui abitanti hanno perso la fede in Dio. Il prete è in realtà un mascalzone che veste abiti talari ed ha una storia con la puttana del villaggio (Ara Mina). Insieme i due architettano una serie di finti miracoli che attirano l’attenzione dell’intero Paese, e creano una piccola attività industriale per la costruzione di villette sfruttando l’improvviso afflusso turistico. Improvvisamente, però, i miracoli diventano reali. Si tratta di una premessa intrigante, quasi il rovescio del classico anti-religioso di Ishmael Bernal Himala, in cui un miracolo si trasforma in disillusione e morte, mentre invece in questo film un’elaborata truffa si trasforma in ricerca di una fede genuina. Il film resta buono finché non saltano fuori i gorilla armati, finché non iniziano i pestaggi e le violenze sessuali e finché il tutto non assume un tono decisamente isterico Keka di Quark Henares, storia di una donna serial killer (Katya Santos), prende pesantemente a prestito da La sposa in nero di Truffaut e Kill Bill di Tarantino. Nulla di male nei prestiti, a patto di sapere come si fa un film, e Quark mostra di saperlo fare. Sa come montare e come costruire l’inquadratura, sa come mettere insieme le riprese e renderle fluide. In realtà, sa fare tutto questo talmente bene che è un vero e proprio autore. Ci sono alcuni buchi nella trama, ma non distruggono completamente il piacere del film. Non vi è una grande introspezione psicologica e nemmeno un grosso studio di questo personaggio di ragazza che diventa una psicotica vendicativa, ma Quark sa introdurre abbastanza stile da rendere il film guardabile e sa raccontare una storia in modo sufficientemente plausibile affinché il pubblico non si senta preso in giro. In altre parole, sa come mantenere l’equilibrio. Babae sa Breakwater (Woman of the Breakwater), di Mario O’Hara, narra delle comunità che vivono lungo la barriera frangiflutti della baia di Manila e che sono forse le persono più emarginate della capitale. Sono persone che stanno letteralmente aggrappate ai bordi di Manila. Costruiscono ripari di fortuna con il legname trasportato dalla corrente o rifiuti galleggianti e si guadagnano la vita col mare, pescando, vendendo quel che trovano sulla riva, mendicando o prostituendosi. In questo luogo squallido arrivano Basilio (interpretato da un nuovo attore con un nome da film erotico, “Kristofer King”) e suo fratello, sperando in una vita migliore a Manila. Basilio si innamora di Paquita (Katherine Luna, un altro volto nuovo), una ragazza che ha iniziato a prostituirsi talmente presto che alla sua età relativamente giovane è già devastata da malattie veneree e coperta di piaghe. I due sono minacciati da “Bosing” David (Gardo Verzosa), un ex poliziotto zoppo che tiene la zona sotto il suo crudele dominio. Chiunque conosca i film di Lino Brocka troverà la storia familiare. Questo innocente provinciale che arriva nella grande città per essere corrotto e distrutto riprende il personaggio di Julio Madiaga nel classico di Brocka Maynila sa Mga Kuko ng Liwanag (Manila in the Claws of Neon). Si potrebbe obiettare che è impossibile migliorare Maynila. La cosa migliore che si possa fare è quella di realizzare una variante completamente diversa dall’originale, e questo è proprio ciò che ha fatto O’Hara. A differenza di Maynila, Breakwater non si concentra unicamente sul protagonista; il suo sguardo si rivolge anche altrove, per riprendere altre persone, come una vagabonda che ha la mania di afferrare al pube gli uomini che la circondano. Il personaggio più memorabile del gruppo è il cantastorie Visayan armato di chitarra (Yoyoy Villame in uno stupendo ruolo di spalla). Il personaggio del cantastorie è uno dei migliori esempi dei prestiti di O’Hara dal realismo sociale di Brocka. Le canzoni di Villame fanno da transizione musicale tra una scena e l’altra o da commento a quello che sta accadendo. Funzionano inoltre in un modo che Dennis Potter o molti cineasti di Bollywood riconoscerebbero subito. Rubano brani di melodie che sono familiari a tutti e, inserendoli al momento giusto e nel modo giusto, suscitano forti sentimenti di nostalgia e rimpianto. Forse i passaggi più toccanti e più belli del film sono quelli senza dialoghi, senza una significativa azione narrativa, ma che semplicemente mostrano momenti rubati alla vita quotidiana: bambini che sguazzano nell’acqua, amanti attempati che ballano con addosso abiti da sposi smessi, coppie che passeggiano sotto la luna nella baia di Manila, con Villame sullo sfondo che canta una triste ballata Visayan. E poi c’è la spiritualità di O’Hara. Basilio dice a Paquita che suo padre, un pescatore, gli ha insegnato a non pregare Dio ma il mare. Ogni giorno lui tuffa la testa sott’acqua (e non importa se l’acqua è sudicia o meno) e riemerge con qualcosa in mano: a volte la pace, a volte la forza interiore, oppure, di tanto in tanto, uno o due gioielli d’oro. Ci si potrebbe meravigliare di questa capacità di trovare oro sott’acqua a piacimento (al giorno d’oggi si chiama “realismo magico”, ma in realtà questo è solo un termine ultramoderno quanto impreciso per dire “fantasia”). Lo strano potere di Basilio può essere il modo di O’Hara per dimostrare il vecchio detto biblico: “quanto basta per il giorno”. Dio ci darà sempre di che vivere, anche se non molto di più. Basilio emerge con uno o al massimo due pezzi d’oro, non con manciate. È qualcosa di più di un semplice trucco magico: è un segno dell’innocenza e della fede di Basilio, un segno della divinità della natura, un segno che questo mondo non è solo pura logica o realismo. Infine, c’è il tono del film. Maynila di Brocka appariva totalmente opprimente; a rompere questa atmosfera cupa c’era solo la scena d’amore di Madiaga. Breakwater invece, malgrado tutto l’orrore, la violenza e la crudeltà, lascia anche spazio all’umorismo e a inattesi momenti di gioia. Queste persone possono anche soffrire ed elemosinare, ma nei momenti di crisi cercano davvero di prendersi cura l’uno dell’altro meglio che possono. Una volta ogni tanto fanno persino in modo di godersi la vita, indossano vestiti della festa trovati in valigie che galleggiavano sull’acqua e ballano al ritmo di una dolce canzone Visayan. Avranno anche perso l’innocenza, la felicità, perfino la camicia, ma non hanno perso la loro umanità. O’Hara sostiene questo delicato equilibrio, quest’altalena tra fragile fantasia e brutale realtà, per tutta la durata del film. Ci mostra in ogni dettaglio persone che soffrono nella miseria più nera, ma le mostra anche mentre trascendono quella sofferenza. Il suo film è di gran lunga il miglior film filippino degli ultimi due anni.
Noel Vera