UN UOMO CHE FA SEMPRE CENTRO IL PRODUTTORE GIAPPONESE KAMEYAMA CHIHIRO

Chiamatelo il Jerry Bruckheimer giapponese. Il produttore Kameyama Chihiro della Fuji TV ha una storia professionale che persino Hollywood gli invidierebbe. È salito alla ribalta per la prima volta con Bayside Shakedown, un thrillerpoliziesco con un tocco divertente, che nel 1998 ha incassato quasi 80 milioni di dollari USA. Il suo protagonista, un poliziotto trasandato e anticonformista interpretato da Oda Yuji, è diventato un’icona nazionale. Nel 2003 il seguito di Kameyama, Bayside Shakedown 2, ha stabilito un nuovo record al botteghino per i film giapponesi non d’animazione, incassando circa 170 milioni di dollari. In dicembre Kameyama ha distribuito una “versione internazionale” di Bayside Shakedown 2, utilizzando un nuovo missaggio prodotto dalla Industrial Light and Magic di George Lucas. Kameyama ha raccontato alla stampa di aver avuto l’idea dopo aver visto Matrix Reloaded, e aver notato che gli spari e gli altri effetti sonori della ILM erano “completamente diversi” da tutti quelli prodotti in Giappone. Quest’anno Kameyama ha in cantiere quindici nuovi progetti, compreso un film di sottomarini durante la Seconda Guerra Mondiale, Lorelei, che la Fuji TV e i suoi partner commerciali stanno realizzando con un modello a grandezza naturale del sottomarino in un bacino di carenaggio negli studi cinematografici della Toho. Kameyama parla a scatti, con una padronanza disinvolta dell’argomento: il produttore iperattivo che sa tutto e fa tutto. Sembra che un gran numero di film basati su programmi televisivi stiano diventando dei grossi successi. Questo genere di film aveva risultati assai discontinui sul mercato giapponese. Qual è il segreto per tirar fuori un vincitore? Alcuni programmi televisivi di successo sono adatti alla trasposizione cinematografica, altri non lo sono. Il problema è come stabilire la differenza, e noi non siamo affatto infallibili. Uno dei nostri programmi di maggior successo, GTO (su un motociclista delinquente che diventa un insegnante di scuola superiore), come film non è andato molto bene. Credo che sia essenziale sapere se la troupe di base del programma, compresi i registi e gli attori, è in grado o meno di fare il salto nel cinema. Con Bayside Shakedown siamo stati fortunati ad avere un cast e una troupe che lavoravano bene insieme. Il loro lavoro di squadra è stato fondamentale nel fare del film un successone. Siamo anche stati in grado di far tornare la stessa squadra per Bayside Shakedown 2, cinque anni dopo. Quasi tutti facevano parte della troupe del programma tv, eccetto l’operatore, il direttore delle luci e il tecnico del suono, che erano specialisti del cinema. Inoltre il divario tecnico tra i due mezzi è molto più ridotto ora di quanto non fosse in passato. Poi c’è il problema dell’adattamento cinematografico del programma tv. Se si fa un film che è semplicemente un episodio televisivo gonfiato, è molto più difficile che il pubblico che non conosce il programma vada a vederlo. Volevamo fare un film che pure coloro che non avevano mai visto Bayside Shakedown alla tv potessero capire, e divertirsi. Allo stesso tempo volevamo inserire tutti i personaggi che gli appassionati del programma conoscevano, a cominciare dal protagonista Aoshima. In altre parole, il film trasmetteva una grande quantità di informazioni al pubblico. Il trucco era di renderlo comprensibile, in modo che tutti capissero i vari rapporti e situazioni senza troppe spiegazioni. Volevamo fare un film vero, comunque, non uno speciale televisivo. Alla televisione bisogna catturare il pubblico nei primi tre minuti oppure lo si perde per davvero. E poi bisogna scrivere in modo che il pubblico possa capire subito la storia, anche se ha perso diversi episodi. Con un film ci si può permettere di spendere più tempo per sviluppare la storia, dal momento che gli spettatori ci saranno dall’inizio alla fine. Come ha presentato i personaggi al pubblico cinematografico? Alla televisione c’è sempre lo stesso cast ogni settimana e il pubblico finisce per conoscerlo bene. Con un film devi far capire rapidamente chi è il personaggio. Così ho fatto in modo che gli attori cercassero di esprimere il proprio personaggio senza molte parole. In altri termini, se due personaggi parlavano tra loro era possibile capire chi era superiore e chi inferiore semplicemente dall’atteggiamento che assumevano l’uno nei confronti dell’altro. Mostrare più che raccontare. La trama di Bayside Shakedown 2 è forse più complessa di quella di un tipico film hollywoodiano, ma la struttura è simile. Il film è strutturato in tre parti, esattamente come un film di Hollywood. Mi ci è voluta un’eternità per fissare la storia. Dovevo anche decidere quali sarebbero stati i temi. Alcuni erano ripresi del primo film, come il conflitto tra l’individuo e il gruppo, rappresentato dagli scontri tra Aoshima e i poliziotti d’élite. Ho studiato i film hollywoodiani per trarne delle idee. Gran parte della trama, ad esempio, è basata su Toy Story. Un altro modello è stato Guerre stellari, la cui struttura in tre parti è vicina alla perfezione. È estremamente facile da capire, i buoni e i cattivi sono chiaramente delineati. Ho imparato davvero molto da quel film. Bayside Shakedown si svolge in tre giorni, durante un lungo weekend. Il secondo film ha una cornice temporale altrettanto compressa. Mi ci è voluto quasi un anno per sviluppare la storia (per Bayside Shakedown 2). All’inizio ho tirato fuori all’incirca una ventina di trame. Ne avevo persino immaginata una ispirata a Il Padrino, ma avevo difficoltà a collegarla con il primo film. Alla fine di Bayside Shakedown Aoshima va in ospedale. Inizialmente avevo intenzione di cominciare il secondo film con lui che ne usciva. Il problema era che nei cinque anni passati dal primo film era cambiato tutto. Nella zona della baia di Tokyo dove si svolge la storia ci sono nuove strade, nuovi edifici e molta più gente. È diventata una destinazione turistica, e prima non lo era. Mi sono reso conto che sarebbe stato più difficile ricreare l’immagine del 1998 che cambiare la storia, così ho deciso di ambientare il secondo film ai giorni nostri. Deve aver sentito molto forte la pressione di fare un film di successo. Esatto. Visto che il primo film era andato così bene, si dava per scontato che il secondo sarebbe stato automaticamente un successo. Non potevo assolutamente fallire. Ho analizzato Bayside Shakedown a fondo, cercando di capire perché fosse andato così bene e ho avuto una buona idea per fare anche del secondo film un successo. Anche così però la pressione era opprimente. In aggiunta, c’erano ritardi nella produzione. Correvamo di qua e di là come pazzi per cercare di finire il film in tempo per la data di uscita nelle sale; questo ha significato avere solo due proiezioni per la stampa e, come risultato, gran parte dei media non aveva molte informazioni sul film - e il pubblico nemmeno. Ma alla fine questo è stato positivo, perché il pubblico era talmente curioso riguardo al film che è accorso a vederlo più numeroso di quanto avrebbe fatto altrimenti. Ho imparato qualcosa da questa esperienza. Come sceglie i suoi progetti? Una considerazione molto importante è se il film possa essere o meno trasmesso in televisione. Se la risposta è no, allora non possiamo fare il film, indipendentemente dal successo che potrebbe avere nelle sale. Per questo alcuni soggetti e trattamenti sono difficili per me. Ora che film hollywoodiani ambientati in Giappone, come L’ultimo samurai e Lost in Translation, hanno avuto tanto successo, c’è un rinnovato interesse a lavorare con i talenti giapponesi in Giappone. Ha ricevuto qualche proposta da cineasti di Hollywood riguardo a eventuali coproduzioni? Non ancora, ma mi piacerebbe moltissimo lavorare con Hollywood. Credo che da una simile collaborazione potrebbe nascere qualcosa di buono. Ma comunque il nostro obiettivo primario è il mercato giapponese. Se una coproduzione può funzionare con il pubblico locale, allora ci interessa. Siamo sicuri di capire questo mercato. Non sarebbe altrettanto interessato a lavorare con partner asiatici? Fare un film con partner asiatici è una possibilità. Anche in questo caso, dal momento che siamo un network televisivo, il film dovrebbe funzionare innanzitutto e soprattutto per il pubblico giapponese. Ma, a essere del tutto onesti, il mercato asiatico è ancora relativamente limitato. Certo, è bello lavorare con cineasti coreani e di Hong Kong, ma vogliamo vedere se è possibile avere successo nel mercato cinematografico più ampio del mondo. Una differenza tra l’industria cinematografica giapponese e quella hollywoodiana è che i produttori di Hollywood sono più inclini a realizzare una sceneggiatura originale. I giapponesi quasi sempre preferiscono lavorare con materiale già collaudato. È vero che facciamo diversi film con materiale adattato, ma ne facciamo anche con sceneggiature originali. In un certo senso è preferibile lavorare con materiale originale. È più facile da modellare. Per quanto mi riguarda, la cosa più importante sono i personaggi. Una volta che hai personaggi forti e interessanti la storia viene da sé. I cineasti giapponesi un tempo erano bravi a creare simili personaggi, ma ora è diventato più difficile. I personaggi non hanno più la stessa resistenza. L’adattamento di un romanzo rende in qualche modo più difficile il lavoro di creazione del personaggio. Invece di adattare la storia al protagonista, si finisce spesso per adattare il protagonista alla struttura della storia. Che programmi ha per il futuro? Abbiamo un programma di produzione di circa una quindicina di film. È positivo avere un ritmo di produzione sostenuto. A Hollywood è assodato che forse avranno successo due film su dieci e per girare quei due film bisogna continuare a produrre film in grandi quantità. In Giappone, invece, c’è ancora la tendenza a concentrarsi su un film alla volta e su quel film si scommette molto di più, per cui, se non ha successo, si è nei guai. Ma fondamentalmente abbiamo bisogno che almeno tre film forti escano in contemporanea, così se per uno c’è il tutto esaurito gli spettatori possono andare a vederne un altro. Il pubblico ha bisogno di una scelta ampia, se vogliamo che andare al cinema diventi un’abitudine, non solo un evento una volta all’anno. Molti dei cineasti dell’ultima generazione non sono interessati a riempire le sale dei multiplex, e preferiscono invece girare film personali che potrebbero essere distribuiti in una sola sala a Tokyo. Esprimono se stessi nei loro film ed è giusto. Ma se sperano di attirare un pubblico più vasto devono mettersi al servizio di quel pubblico e non solo di se stessi. Oggigiorno ci sono troppo pochi registi così. La cosa buona di molti giovani registi è che si avvicinano alla televisione e al cinema allo stesso modo. Non considerano necessariamente un mezzo superiore all’altro.
Mark Schilling