Playing To The Home Crowd: Japanese Films In 2008

L’economia giapponese sembrerà pure Tokyo dopo un attacco di Godzilla - prostrata, anche se non ancora un mucchio di rovine fumanti -, ma c’è almeno una parte di essa che nel 2008 è stata fiorente: l’industria cinematografica nazionale.

Lo scorso anno sono usciti in sala 418 film giapponesi (mentre quelli della concorrenza straniera sono stati 388) che hanno conquistato il 59,5% della quota di mercato annuale, con sette film su dieci nella lista dei campioni d’incassi di botteghino.
Tra questi sette figurava anche il numero uno, Ponyo On The Cliff By The Sea (Ponyo sulla scogliera), film di animazione di Miyazaki Hayao che ha incassato 158 milioni di dollari americani, mentre il campione d’incassi hollywoodiano, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo ne ha incassati 58. Intanto, per il più grosso distributore giapponese, la Toho, il 2008 è stato l’anno migliore di tutta la sua storia, con incassi che ammontavano a 754 milioni di dollari e 29 film usciti in sala. 21 di questi hanno incassato al botteghino almeno un miliardo di yen (10,2 milioni di dollari), che è la soglia tradizionale per stabilire se un film è un vero successo in Giappone, e otto si trovavano nella classifica di botteghino dei dieci film nazionali campioni di incassi del 2008.  La Toho domina da decenni. Ma questo predominio è diventato sempre più forte negli ultimi anni, quando le platee hanno voltato le spalle al prodotto hollywoodiano per dedicarsi a film tratti da manga popolari, anime, videogiochi o adattamenti cinematografici di serie televisive delle cinque reti TV commerciali nipponiche.

E’ da diverso tempo che la Toho stabilisce partnership con le reti televisive, in particolare con le più importanti, ossia la Nippon Television Network e la Fuji Television Network, che però lavorano anche con i due principali concorrenti della Toho, la Toei e la Shochiku. La Toho ha anche posto le basi per serie di anime di lunga programmazione come Pokémon, Doraemon e Detective Conan, che hanno infallibilmente richiamato il pubblico delle famiglie anno dopo anno.

Anche la Toei e la Shochiku hanno lanciato simili serie per famiglie, sia di animazione che live action, ma non sono riuscite a farlo in modo altrettanto regolare o con lo stesso successo. Infine, la Toho gestisce la più grande catena di sale del paese, che possiede all’incirca un quinto dei 3.359 schermi presenti in Giappone. Tale catena non proietta solo i film della Toho ma anche quelli hollywoodiani, collocando la casa di produzione giapponese nella posizione ambigua seppur invidiabile di concorrente dei principali studi di Hollywood che al tempo stesso ne condivide gli utili.  Gli uffici giapponesi delle major hollywoodiane hanno incrementato la produzione locale - una strategia che stanno utilizzando anche in altri territori in tutto il mondo. La più attiva è la Warner Bros. Japan, distributrice del duo di grandissimo successo Death Note e dello spin-off L Change The WorLd, anch’esso un grande successo. Ora la Warner Bros. Japan sta assumendo un ruolo più attivo anche nello sviluppo e nella produzione dei film. Tra le uscite più recenti ci sono l’epico 252, su uno tsunami che colpisce Tokyo, ultimo di una valanga di film catastrofici giapponesi, e Ichi , pellicola di cappa e spada in costume ispirata alla leggendaria serie Zatoichi su uno spadaccino cieco. Goemon, di Kiriya Kazuaki, è invece uno spettacolare film d’azione in costume sulle gesta del leggendario ladro che dà il nome al film – il Robin Hood nipponico - che la Warner distribuirà in sala il prossimo mese di maggio.

Ma a differenza di collaborazioni simili tra Hollywood e l’industria del cinema in India che hanno come obiettivo il mercato internazionale, questi e altri film hollywoodiani realizzati in Giappone sono rivolti principalmente al pubblico locale. Il resto del mondo è un’eventualità. Una delle poche eccezioni è il thriller Rain Fall, tratto da un romanzo di Barry Eisler su un killer professionista nippoamericano, distribuito in aprile dalla Sony Japan. Ambientato a Tokyo e interpretato da un cast giapponese con Shiina Kippei nel ruolo del protagonista, Rain Fall è stato però diretto dall’australiano Max Mannix. Ha come coprotagonista il celebre caratterista americano Gary Oldman nel ruolo dell’antagonista della CIA ed è stato finanziato attraverso una forma di società a responsabilità limitata molto usata in Occidente ma praticamente sconosciuta in Giappone. All’estero il film non attirerà tanto gli appassionati del cinema asiatico quanto piuttosto un pubblico mainstream, e la sua vera collocazione non sarà probabilmente la sala cinematografica, dove dovrà competere con il prodotto hollywoodiano ad alto budget, bensì gli scaffali di DVD.

L’industria cinematografica giapponese guarda principalmente al mercato interno per ottime ragioni economiche: il mercato nazionale è vasto (nel 2008 sono stati venduti 160,5 milioni di biglietti) e abbastanza ricco da poter pagare i biglietti con i prezzi più alti del mondo (un ingresso normale per adulti costa 1.800 yen, vale a dire 18,32 dollari). L’anno scorso 28 film giapponesi hanno incassato al botteghino 1 miliardo di yen (10,2 milioni di dollari) o più, mentre il un budget medio di produzione per i film commerciali si aggirava sui 5 milioni di dollari, con punte da 20 milioni. Anche tenendo conto dei costi di promozione e pubblicità, i produttori di questi film di successo hanno potuto recuperare il denaro investito semplicemente con i ricavi nazionali, incluse le vendite in DVD e alle reti televisive; raramente è stato loro necessario vendere all’estero per coprire i costi, anche nel caso di pellicole considerate ad alto budget per gli standard giapponesi.  La recessione mondiale, che ha devastato l’economia giapponese che si regge sulle esportazioni, ha scosso anche questo modello economico orientato sul mercato nazionale, ma ciò si percepisce più nelle fasce basse che in quelle alte. Quest’anno la Toho ha scommesso contro una grossa incidenza della recessione, annunciando un listino di 32 film, tre in più rispetto all’anno scorso, e ha previsto un totale annuale di entrate al botteghino di 663 milioni di dollari. Meno del 2008, quando Ponyo ha primeggiato, ma più del 2007, il suo anno record precedente. In gennaio, però, i biglietti venduti dalla Toho erano sotto del 9% rispetto al febbraio dello scorso anno, e i suoi incassi di botteghino sono scesi dell’8,5%.

A essere colpiti ben più duramente, tuttavia, sono i cineasti indipendenti. Agli studi della Nikkatsu, nel distretto Chofu di Tokyo, dove si girano molti dei film indipendenti, la produzione di pellicole a basso budget si è ridotta della metà rispetto allo scorso anno. "C’è un divario sempre più grosso tra i pochi film che riescono ad avere successo e un numero decisamente più elevato di film che non ci riescono", ha commentato Ikeda Noyuki, dirigente dell’Ufficio Commerciale della casa di produzione. "I produttori [di film a basso budget] che finiscono per cadere nella seconda categoria, in questo momento trovano sempre più difficile raccogliere fondi”. Inoltre, c’è una quantità troppo grande di film per un numero troppo basso di sale. In Giappone il numero totale di schermi, lo scorso anno, è arrivato a 3.359, all’incirca 1.600 in più rispetto ai 1.734 del 1993 che rappresentano il minimo storico a partire dal dopoguerra, ma si tratta per la maggior parte di multisala, mal disposti nei confronti delle pellicole indipendenti. Persino nel 2008, anno eccezionale per il cinema, decine di film nazionali sono stati venduti solo in DVD senza riuscire a trovare distributori o sale.  Questa situazione già difficile è stata peggiorata ancor di più dalla crisi del mercato dei DVD, che in passato era il sostegno dei film con poche prospettive di proiezione in sala. Le vendite di DVD hanno avuto una flessione dell’11,2% nel corso dell’anno per arrivare a 3.686 miliardi di dollari, mentre i noleggi hanno incassato 697,3 milioni di dollari, registrando un calo dell’8,7%. “Senza la prospettiva delle vendite in DVD, molti film giapponesi non saranno realizzati”, ha spiegato Otaka Hiro, analista per il servizio informazioni sullo spettacolo Bunka Tsushin. " UNA PARENTESI APERTA MA NON CHIUSA È già da un po’ che vediamo questa tendenza, ma quest’anno sarà ancor più marcata. Queste cattive notizie però non significano che i cineasti nipponici abbiano improvvisamente smesso di correre rischi e che ora realizzino solo un prodotto stereotipato e basato su elementi ben collaudati - sebbene tale genere di film sia presente in abbondanza sul mercato. Semmai, i film giapponesi contemporanei tendono a essere più avventurosi, in tutto quel che riguarda il soggetto, il trattamento e lo stile, rispetto ai loro omologhi occidentali. In effetti, diverse pellicole giapponesi (partendo dai prodotti per il grande pubblico di Miike Takashi fino alle commedie a budget zero di Kawasaki Minoru) sono giustamente considerati anticonvenzionali e decisamente bizzarri. 

Questo è dovuto alla crescente influenza, in Giappone, dell’imperante cultura otaku (maniaci), con la sua schiera di fan ossessionati da anime, manga, videogiochi e altri fenomeni della cultura pop. Gli otaku, outsider per definizione, da tempo scovano e celebrano creativi con una visione decisamente troppo negativa, complessa o bizzarra per i gusti mainstream, per quanto ormai i favoriti otaku stiano raccogliendo consensi sempre più vasti anche tra il grande pubblico. Un esempio recente è il manga di Urasawa Naoki 20th Century Boys (20-seiki Shonen) con la sua storia di una banda di ragazzi che prefigurano catastrofiche “profezie” e poi, ormai adulti all’inizio del nuovo millennio, cominciano a vedere tali profezie trasformarsi orribilmente in realtà. Sebbene si tratti di un fantasy cupo, contorto ed estremamente dettagliato, nella miglior tradizione otaku, 20th Century Boys è diventato un bestseller e ora anche una trilogia di film diretta da Tsutsumi Yukihiko (immaginate un Signore degli Anelli giapponese) che anche gli appassionati senza la benché propensione otaku sono andati in massa a vedere. Il terzo episodio, che concluderà la storia e svelerà diversi misteri, sarà probabilmente uno dei maggiori successi della stagione estiva. 

Un altro progetto che forse un tempo poteva essere considerato troppo azzardato è il film d’azione e suspense ad alto budget di Sato Shimako K-20 - The Fiend With Twenty Faces (K-20 - Kaijin Nijumenso-den). Invece di essere tratto da un nuovo manga, la pellicola è un adattamento dell’opera di Edogawa Rampo (pseudonimo di Hirai Taro, 1894-1965), che divenne famoso negli anni Venti con racconti ispirati a Edgar Allan Poe (di cui Edogawa Rampo è la trasposizione fonetica) e Arthur Conan Doyle. Questo tradizionale misto di eros e grottesco, definito ero-guro, è ben individuabile nell’arte e nella letteratura giapponese - quanto nei club sadomaso. Pur avendo scelto come protagonista della pellicola “il demonio dalle venti facce”, un ladro abilissimo nei travestimenti creato da Rampo, Sato ha ambientato la sua storia nel 1949, in un Giappone alternativo dove la Seconda Guerra Mondiale non ha mai avuto luogo e dove permane la netta divisione fra classi sociali del periodo prebellico. Il film comunque sottolinea gli elementi di azione e di commedia mentre minimizza l’inquietante aspetto ero-guro della sua fonte letteraria. o Nonostante ciò la pellicola si scosta decisamente dalla norma dei film commerciali.

Il regista che però si è rivelato commercialmente più esperto nel portare il marginale nei multisala è Miike Takashi, che ha esordito nei primi anni Novanta realizzando film sulla yakuza per il mercato homevideo e tra il 1997 e il 1999 ha girato due episodi della serie  Young Thugs (Kishiwada Shonen Gurentai) su teppistelli adolescenti nel difficile distretto di Kishiwada a Osaka, pronti ad attaccar briga con la stessa naturalezza con cui respirano. Miike non è l’unico a celebrare i teppisti come eroi antisociali: il primo a generare tutta una serie di film di animazione e film dal vero del genere è stato Be Bop High School, famoso manga di Kiuchi Kazuhiro su liceali stupratori uscito tra il 1983 e il 2003. Su questa falsariga, Miike ha lanciato Crows di Takahashi Hiroshi, altra serie manga sul tema “ragazzi che si picchiano fra loro”, arrivando in vetta al botteghino con Crows - Episode 0 (Crows Zero). Infarcito di scene di combattimento a intermittenza e interpretato dai giovani attori più in voga come Oguri Shun, Yabe Kyosuke e Yamada Takayuki, Crows ha portato in sala fan di entrambi i sessi e ha incassato 25,5 milioni di dollari americani, la cifra più alta fra tutti i film di Miike. Il regista ha successivamente diretto il sequel Crows Zero II, la cui uscita nelle sale giapponesi è prevista per aprile 2009.  Il suo film più importante di quest’anno è però Yatterman (Yattaman), una pellicola d’azione fantasy carica di effetti di computer graphics e basata su un anime uscito nel 1977 e andato in onda per un paio d’anni, molto conosciuto fuori dal Giappone. La storia è quella di un giovane inventore, Yatterman 1, e della sua audace fidanzata,  Yatterman 2, alla ricerca di tutti e quattro i frammenti di una potente pietra a forma di teschio prima che i loro antagonisti, i delinquenti del trio Doronbo, possano metterci sopra le grinfie.  Tutto materiale standard da film di supereroi, persino per il Giappone, ma Miike aggiunge una variazione, con la relazione romantica che si sviluppa tra l’inventore Gan (Sakurai Sho) e Doronjo (Fukada Kyoko), la conturbante e sciocca leader della banda Doronbo. Inoltre, il regista infarcisce la pellicola con furbi riferimenti alla cultura pop degli anni Settanta, battute salaci e sequenze di sogni a occhi aperti sorprendentemente dolci, in cui Doronjo immagina sé stessa nel ruolo di moglie appagata e Gan in quello di marito con un lavoro fisso. Hollywood non ha proprio nulla di simile.

I film eccentrici, comunque, spuntano più facilmente dove i budget sono più bassi, vale a dire dove i cineasti possono rischiare di più senza troppe conseguenze. Uno di questi cineasti è Nakamura Yoshihiro, che ha iniziato la sua carriera come sceneggiatore, annoverando tra i suoi primi script il successo J-Horror del 2002 Dark Water (Honogurai Mizu no Soko Kara). In seguito ha diretto molte delle sue sceneggiature decisamente anticonvenzionali, che mettono in discussione non solo le norme sociali ma la natura stessa della realtà. Il suo film più recente in questa linea d’ispirazione, Fish Story, intreccia quattro distinti fili narrativi indagando sulle conseguenze impreviste di atti apparentemente irrilevanti, sul potenziale umano di crescita e distruzione. Durante il percorso, Nakamura viola più di una delle regole base della sceneggiatura e addirittura a un certo punto interrompe completamente la storia in favore di una lunga discussione da parte dei componenti di una sfortunato gruppo musicale punk degli anni Settanta sul titolo della loro ultima canzone, "Fish Story". E malgrado ciò, riesce ugualmente a riannodare alla grande le diverse storie nei minuti conclusivi del film, un po’ alla maniera de Il sesto senso.

Come sceneggiatore, il vero omologo di Nakamura è Charlie (Se mi lasci ti cancello) Kaufman. Ci sono ancora alcuni registi giapponesi che continuano a realizzare film drammatici seri, da presentare a festival prestigiosi e che mirano a vincere prestigiosi premi, ma ormai anche questi film ormai si discostano spesso dalle convenzioni umanistiche ereditate dall’Epoca d’Oro del cinema nipponico (dagli anni Trenta agli anni Sessanta), quando si prendeva spesso spunto da capolavori della letteratura piuttosto che da fumetti depravati. Tokyo Sonata, vincitore del Premio della Giuria nella sezione Un Certain Regard dell’ultimo festival di Cannes, è il primo dramma familiare realizzato dal celebre maestro dell’horror Kurosawa Kiyoshi, ma ha ben poco in comune con film dell’Epoca d’Oro apparentemente simili. La sua storia di una famiglia disfunzionale, scritta a quattro mani con l’australiano Max Mannix, sembra abbastanza ordinaria, ma poi Kurosawa fa precipitare il suo protagonista (Kagawa Teruyuki), che si ritrova improvvisamente disoccupato, in un’orrenda spirale discendente, alla quale sfuggirà solo attraverso un’esperienza straziante, seppur catartica, simile alla morte.

Non proprio come Ozu. Pluripremiato, e un grandissimo successo di botteghino, è stato Departures (Okuribito), commedia drammatica di Takita Yojiro su un violoncellista disoccupato (Motoki Mashiro) che trova un nuovo impiego come nokanshi: un professionista che lava e veste le salme, spesso sotto gli occhi dei parenti affranti. Il film, la cui realizzazione è durata quasi dieci anni, ha conferito un tocco leggermente comico al suo soggetto poco convenzionale, tracciando al tempo stesso la maturazione personale del protagonista di mezza età e della sua giovanissima e inizialmente poco comprensiva moglie (Hirosue Ryoko) con una visione limpida e poco incline al melodramma. Uscito in sala in Giappone a settembre, Departures è diventato un successo strepitoso attraverso il passaparola, incassando al botteghino più di 35 milioni di dollari USA. Ha vinto a sorpresa l’Oscar per il Miglior Film Straniero, nonché una sessantina di premi in patria, tra i quali gli Academy Awards giapponesi come Miglior Film e Miglior Regia.  È interessante il fatto che Departures sia stato prodotto dalla rete televisiva TBS e distribuito dalla Shochiku, due società normalmente inclini a preferire i franchise sicuri piuttosto che a scommettere su una pellicola indipendente e potenzialmente rischiosa. Resta da vedere se entrambe le società correranno di nuovo simili rischi nel prossimo futuro. Chi continua a farsi strada sul fronte cinematografico, in una battaglia storicamente difficile, sono le donne registe. Sebbene in Giappone le donne abbiano da diverso tempo raggiunto la notorietà dietro la macchina da presa - nei ruoli più diversi, da art director a produttore o responsabile dell’ufficio stampa -, sono poche quelle che hanno occupato la sedia del regista prima di questo decennio. Ora le porte si sono spalancate e sta uscendo un’ondata di nuovi film diretti da registe, da Kawase Naomi, Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, a nuove cineaste provenienti dalla televisione o da altri settori dello spettacolo.

Uno degli esordi più sensazionali è quello di Kitagawa Eriko, sceneggiatrice veterana di fiction televisiva con al suo attivo una lunga serie di successi. Halfway, il film che segna il suo debutto alla regia, ha forse una trama stereotipata, con una storia d’amore adolescenziale che si diventa amara quando il ragazzo decide di andarsene lontano all’università lasciando la sua fidanzata col cuore a pezzi, ma Kitagawa lo dirige con freschezza e naturalezza, mostrandoci l’animo gentile e autentico della sua coraggiosa protagonista. Gli appassionati del cinema nipponico riconosceranno sicuramente la influenza stilistica del veterano regista indipendente Iwai Shunji, che ha partecipato alla produzione e al montaggio del film; ma Halfway è decisamente un prodotto di Kitagawa.

È possibile che la vittoria a sorpresa di Departures agli Oscar crei maggior interesse nei confronti del cinema nipponico, sia dentro che fuori dal Giappone, e che aiuti i produttori e i distributori che arrancano a non andare in rosso? Qualunque sia la risposta, l’industria del cinema giapponese ha dimostrato di avere la capacità di adattarsi e reinventarsi. Ieri, il J-horror prendeva d’assalto Hollywood, ma le sue trovate spaventose sono ben presto diventate stereotipi. Oggi, gli aggettivi che meglio definiscono molti nuovi film giapponesi sono “eccentrico” e “strambo”. E domani? Forse “serio” ed “equilibrato” ritorneranno in auge. E può essere che Ozu abbia l’ultima parola.
Mark Schilling