"Dialoghiamo". Il cinema in Malaysia e Indonesia nel 2015

Nonostante siano accomunate da una prossimità linguistica innegabile, le industrie cinematografiche di Indonesia e Malaysia non si parlano. Pochissimi film indonesiani trovano la via delle sale di Kuala Lumpur e pressoché nessun film malese trova programmazione nei cinema di Jakarta. Gli operatori delle industrie locali lamentano come la necessità di sottotitoli, per rendere pienamente comprensibili i dialoghi dell’altro “dialetto”, ponga i film dell’altro paese alla stregua di film stranieri (anche se poi pure i film di Hollywood escono sottotitolati nei due paesi). Ma qualcosa si sta muovendo e alcune produzioni più ambiziose, da un lato e dall’altro degli stretti, stanno cercando saggiamente di valicare questa divisione.

Procedendo comunque con la consueta analisi dello stato delle industrie locali, sul fronte dell’Indonesia, si sono registrati segnali molto contrastanti nell’anno 2015. Come sempre, è difficile basarsi su statistiche attendibili al 100%. L’Indonesia, infatti, rimane sprovvista di un’istituzione o un’agenzia governativa che regoli e sostenga l’industria cinematografica. Nonostante le incessanti richieste di una parte di produttori e cineasti e le molte promesse della politica, i passi concreti in tal senso rimangono minimi. 
 
Ciononostante, quel che si può scrivere con certezza è che, grazie anche all’ingresso nel settore dell’esercizio degli operatori coreani CJ e Lotte, il numero delle sale e lo standard di qualità delle strutture e delle proiezioni nell’arcipelago sta progressivamente migliorando. La problematica geografia del paese rende difficile una penetrazione capillare nelle varie isole, ma la formula dell’integrazione dei cinema nei centri commerciali (che come altrove in Asia non cessano di aprire in nuove ubicazioni in tutto il paese) rende l’impresa assai più gestibile.

L’altro problema per chi vuole portare gli indonesiani al cinema permane il pervasivo fenomeno della pirateria: in Indonesia, negozi e bancarelle di DVD – che sono ancora la forma più popolare di home video – vendono per la maggior parte solo copie pirata. Stranamente, solo i film locali vengono venduti in edizioni originali – che però poi vengono piratate on line su YouTube. 
 
Questo, però, almeno in teoria garantisce una naturale vita in sala per i film indonesiani, giacché quelli americani sono spesso disponibili piratati anche prima dell’uscita “legittima”. Nonostante ciò, da alcuni anni, il pubblico indonesiano ha mostrato segnali di disaffezione rispetto alla produzione locale.

Segnali che si sono sentiti particolarmente nella prima metà del 2015, periodo in cui le pellicole locali hanno faticato a registrare risultati soddisfacenti al box office. Il più grande successo del primo semestre, il dramma Di Balik 98, debutto nel lungometraggio del noto attore Lukman Sardi, non ha raggiunto i 700.000 spettatori e nessun altro dei circa sessanta film usciti tra gennaio e giugno è riuscito a raggiungere quota 500.000. Nonostante i problemi strutturali di cui sopra, considerando che l’Indonesia ha una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti, si può ben comprendere che nell’industria locale l’allarme rosso cominciava a squillare. 
 
Fortunatamente, in coincidenza con le festività religiosa dell’Eid al-Fitr, in luglio, due titoli locali assai diversi sono riusciti a riscuotere consensi presso il pubblico e a valicare la soglia del milione di biglietti strappati: il dramma religioso incentrato su una storia di poligamia Surga yang Dirindukan di Kuntz Agus (come di consueto per questo tipo di film, si tratta dell’adattamento di un romanzo di successo) e la commedia d’azione Comic 8: Casino Kings di Anggy Umbara. Ad agosto e settembre, poi, risultati apprezzabili li hanno registrati rispettivamente il dramma romantico Magic Hour di Asep Kusdimar (più di 800.000 spettatori) e la commedia 3 Dara di Ardy Octaviand, incentrata su tre amici e le loro relazioni con le donne (più di 600.000 spettatori). 
 
Ma qui si esaurisce la lista dei film nazionali che hanno oltrepassato la quota del mezzo milione di spettatori – su oltre cento uscite totali. A fronte di tali risultati, una flessione quantitativa per l’annata 2016 era prevista; un trend che già si poteva registrare nella seconda metà del 2015. Ma poi, è arrivato Single dell’enfant prodige Raditya Dika che, uscito il 17 dicembre, è riuscito a raggiungere il milione di spettatori apparentemente proprio il 1 gennaio 2016.

L’altro dato importante da registrare nel 2015 è un forte segnale di rinnovamento generazionale. Sul fronte del cinema commerciale, mentre nomi nuovi o relativamente nuovi hanno firmato i maggiori incassi, i prodotti recenti di registi di successo confermato come Hanung Bramantyo (Hijab) e Rizal Mantovani (Wewe) hanno faticato ad imporsi. In termini di riconoscimenti ufficiali, poi, una conferma importante è venuta da nomination e premi del Festival Filem 
 
Indonesia, dove tre dei cinque film in corsa per il miglior film (Siti, A Copy of My Mind e Mencari Hilal) e quattro dei registi in gara (Eddie Cahyono per Siti, Joko Anwar per A Copy of My Mind, Ismail Besbeth per Mencari Hilal e Angga Dwimas Sasongko per Filosofi Kopi) vengono da un’area più indipendente e originale della produzione nazionale. Le vittorie di Siti (visto l’anno scorso al FEFF) come miglior film e di Joko Anwar come miglior regista hanno dato un enorme incoraggiamento alla componente più creativa della comunità cinematografica locale.

Il caso di A Copy of My Mind necessita poi d’essere ulteriormente discusso, in quanto il film è stato la prima produzione indonesiana che ha visto una partecipazione diretta della compagnia coreana CJ. L’ingresso delle grandi compagnie coreane nel mercato indonesiano, dapprima nell’esercizio e ora nella produzione, è stato visto da molti come una possibile iniezione di nuova linfa vitale e rinnovamento. 
 
Sebbene A Copy of My Mind non sia stato un successo colossale al botteghino, il fatto che sia stato il primo lungometraggio indonesiano ad essere selezionato al contempo alla Mostra di Venezia e al Festival di Toronto in quasi un decennio, ha dato enorme visibilità al regista (che stava anche portando sugli schermi televisivi l’ambiziosa serie prodotta da HBO Asia Halfworlds) e ad una collaborazione che promette ulteriori interessanti capitoli.

In termini di risultati di botteghino, le cose non sono andate meglio in Malaysia. Anzi! Se è vero che nel 2015 il cinema locale ha registrato il suo nuovo più grande incasso di sempre, grazie al film d’azione Polis Evo di Ghaz Abu Bakar che con 17,47 milioni di ringgit d’incasso ha scalzato il precedente record di The Journey (17,17), purtroppo bisogna anche notare che questo titolo da solo ha totalizzato quasi un terzo di tutti gli incassi per le pellicole nazionali. Gli ottanta film usciti ufficialmente nel 2015 (uno in meno rispetto al 2014) hanno portato in sala soltanto quattro milioni e mezzo di spettatori. Si tratta del dato più basso dal 2007. 
 
E questo a fronte di una crescita complessiva del pubblico in sala, passato da quasi 62 milioni di biglietti venduti nel 2014 a oltre 68 milioni nel 2015. A beneficiare di questa crescita sono stati i film lingua inglese (+8,78% in termini di pubblico, +12,27% in termini di incassi), in lingue cinesi (+23,10% in pubblico, +29,32% in incassi) e in lingue indiane (+91,18% in pubblico, +101,19% in incassi – il miglior risultato per i film indiani in almeno un decennio) – ma non quelli indonesiani, che nell’ultimo decennio hanno rappresentato cifre tra l’1% e il 4% del box office della Malaysia, ma che, in declino costante negli ultimi cinque anni, sono letteralmente spariti dalle sale malaysiane nel 2015.

I film malaysiani hanno quindi subito una flessione di pubblico e d’incassi devastante, pari al -31% e -28,9% rispettivamente. Un trend negativo che abbiamo registrato in queste analisi sin dal 2011, l’anno di più grande successo per l’industria locale, ma che ha subito una brusca accelerazione lo scorso anno. Segnale ancor più sconfortante a fronte di un’espansione globale del mercato locale e di un non diminuito numero delle produzioni locali: se si esclude dal totale complessivo l’incasso di Polis Evo, i restanti 79 film malaysiani usciti nel 2015 hanno incassato circa 450.000 ringgit ciascuno (circa 100.000€ o 115.000$). 
 
Tra l’altro, si può notare come la disaffezione del pubblico sia aumentata lungo l’annata. Polis Evo a parte, solo quattro film locali hanno incassato più di 2 milioni di ringgit (circa 450.000€ o 500.000$); l’horror Villa Nabila (2.808.000 MYR), la commedia Suamiki Encik Perfect 10 (2.986.000 MYR), la commedia per il capodanno cinese My Papa Rich (3.025.000 MYR) e il sequel/reboot della serie comico fantastica Cicakman 3 (2.556.000 MYR). Un quartetto di titoli tutti usciti tra gennaio e marzo. Dopo marzo, solo quattro film hanno incassato più di un milione di ringgit, Polis Evo incluso. È come se quest’ultimo avesse saziato da solo la fame per il prodotto locale, lasciando a tutti gli altri letteralmente delle misere briciole.

A finire sotto accusa per la disfatta del 2015 non è stata solo la pessima qualità delle produzioni locali (elefante in un negozio di cristalli che i più continuano a voler ignorare), ma mai come prima il sistema del wajib tayang, ossia la programmazione obbligata dei film nazionali nelle sale per almeno due settimane. 
 
Si tratta di un sistema protezionistico che dà visibilità e respiro ai film locali, ma che è ora sotto accusa da più parti, in quanto avrebbe fomentato la pigrizia e la mancanza di creatività tra i produttori locali, salvati comunque dalla rete protettiva di tale schema. La Corporazione nazionale per il cinema malaysiano (FINAS) ha annunciato in questo inizio 2016 una revisione della stessa. Ma non è chiaro in che misura tali cambiamenti potranno incoraggiare un rinnovamento creativo dell’industria.

Del resto, nonostante il suo successo, lo stesso Polis Evo è emblematico: produzione ad alto budget con attori di calibro (Shaheizy Sam e Zizan Razak) è un film d’intrattenimento efficace, ma estremamente derivativo nel riciclare stereotipi del cinema a stelle e strisce (alcuni vi hanno visto un remake non dichiarato di Bad Boys).

Una nota di relativo incoraggiamento viene comunque da questo primo scorcio di 2016, con il ritorno di Chiu Keng Guan, che dopo il trionfo di The Journey, è riuscito di nuovo a rinfocolare la passione dei malaysiani per la produzione locale per il cinema e per il calcio, grazie all’epica calcistica di Olabola. Con quasi 16 milioni di ringgit d’incasso, il film è il terzo incasso di sempre, dietro a Polis Evo e The Journey.

In chiusura, una segnalazione relativa alla possibile evoluzione verso maggiori apertura e scambio tra i due mercati, proprio dopo l’anno in cui s’è registrata la chiusura più totale. 
 
Almeno due nuovi progetti commerciali di registi in ascesa, il malese Dain Said e l’indonesiana Upi, vedono partecipazioni, rispettivamente, di star del cinema indonesiano (Nicholas Saputra) e malese (Bront Palarae). Resta la curiosità di vedere se questi timidi tentativi si convertiranno in un vero accesso bilaterale nei due mercati e se faranno da apripista ad un fenomeno più ampio di possibile, salutare ibridazione.

Paolo Bertolin