Locale contro straniero: la sezione collaterale del FEFF destinata ai documentari, terza edizione

Giunta alla sua terza edizione, la sezione collaterale sul cinema documentario del diciottesimo Far East Film Festival presenta tre documentari che analizzano il cuore stesso dell’espressione artistica in tutte le forme, le scommesse e l’ambiente che la alimentano o reprimono, come sbocco per la determinazione personale, lo status sociale o a volte persino per l’asilo politico. 
 
L’altra caratteristica comune ai tre documentari selezionati quest’anno è che, nonostante il tema asiatico, o sono coproduzioni con paesi extra-asiatici o sono diretti da un regista occidentale. Il mercato registra un incremento della domanda di documentari come forma d’arte e c’è una forte richiesta di argomenti di ogni genere e origine, soprattutto per quelli che trattano di vicende storiche e delle conseguenze della lotta politica.
 
Un esempio perfetto di questa tendenza è costituito dal regista americano-danese Joshua Oppenheimer, che nel suo dittico candidato all’Oscar, L’atto di uccidere (The Act of Killing) e The Look of Silence, affronta il tema delle terribili esecuzioni di massa dei presunti comunisti avvenute in Indonesia e presenta coloro che sono celebri nel Paese per avere perpetrato quei crimini contro l’umanità.
I due film hanno approcci radicalmente diversi, che spaziano dall’artificio e dalla farsa felliniana totale all’osservazione e alla poesia lirica.
 
Naturalmente, visto che non è indonesiano, Oppenheimer è considerato un outsider e non sono mancate le critiche che ritengono che il suo punto di vista non sia autentico o sufficientemente indonesiano (anche se ha collaborato e co-diretto i film insieme a registi locali, che hanno mantenuto l’anonimato per la loro sicurezza).
 
Dal cinema, alle arti culinarie, al teatro e all’architettura, la contaminazione incrociata tra diverse culture e tendenze si muove a un ritmo fulmineo nel nostro mondo interconnesso.
 
Dove si colloca, per un artista, la linea di demarcazione quando si tratta di “autenticità?” In Reach for the Sky, il regista belga Steven Dhoedt affianca il regista coreano Choi Woo-young per descrivere l’annuale “Suneung siheom”, l’esame nazionale della Corea del Sud, al quale partecipa oltre mezzo milione di studenti delle scuole superiori e un intero paese si ferma per sostenere questi ragazzi, in quello che è forse il giorno più importante di tutta la loro vita. 
 
Seguendo diversi studenti per un intero anno, fino a quel fatidico giorno di novembre, il film offre una panoramica sulla società coreana di oggi e su come i ragazzi siano trattati come piccoli imperatori e imperatrici perché accedano, spesso a qualsiasi costo, all’università che determinerà la loro posizione nella vita.
 
È un’analisi interessante del modo in cui queste rigorose infrastrutture sociali hanno permesso lo sviluppo di un forte potere economico nella regione e nel mondo. Ma a quale prezzo, pensando ai danni psicologici collaterali per la prossima generazione? The Lovers and the Despot dei registi inglesi Ross Adam e Robert Cannan racconta una storia vera sensazionale, dove la realtà supera davvero la fantasia. 
 
Come tutti sanno, quando si tratta dei dittatori nordcoreani, può succedere di tutto. Dopo la fine della loro sfavillante storia d’amore, un’attrice e un famoso regista della Corea del Sud vengono rapiti dal dittatore Kim Jong-il, maniaco del cinema.
Costretti a fare film nel paese più strano del mondo, hanno una seconda possibilità di innamorarsi ma solo una possibilità di fuggire. È la storia di due amanti sfortunati che sono separati da uno scandalo, ma riuniti (e ringiovaniti artisticamente) quando vengono tenuti in ostaggio dalla macchina della propaganda nordcoreana. 
 
Le incredibili scoperte portate alla luce da questo film, costituite da filmati di repertorio, ritagli di giornale e registrazioni audio clandestine dello stesso Kim Jong-il, ne fanno un thriller teso e avvincente. Il terzo e ultimo documentario è un’odissea romantica rock ‘n’ roll e transculturale della dimensione intergalattica. 
 
In The Cambodian Space Project – Not Easy Rock ‘n’ Roll, il regista australiano Marc Eberle segue il percorso artistico e la collaborazione tra Srey Channthy e Julien Poulson, che trovano l’amore, l’ispirazione e il glam rock mentre viaggiano in tutto il mondo perpetuando il perduto rock psichedelico cambogiano degli anni Sessanta, che rischiava di essere completamente cancellato dai Khmer Rossi.
 
Srey è una persona affascinante, con una contrastante, doppia personalità: mostra un forte desiderio di fama e di fortuna, ma allo stesso tempo manifesta un’aspirazione a difendere i valori forti e incentrati sulla famiglia che sono stati inculcati nel popolo quando tutti erano uniti nella sofferenza, sotto il regime di Pol Pot. In un certo senso, lei riassume in sé il tema della sezione documentaria di quest’anno, un amalgama di idee e di influenze tradizionali e straniere. Pertanto, invece di chiedersi “cos’è autentico”, Srey sintetizza la naturale evoluzione del percorso di un intero Paese, mentre il mondo si fa più piccolo.
 
Da musicista perennemente in viaggio, è un’ambasciatrice culturale ma, nello stesso tempo, conoscendo altre culture lei eredita e adotta nuove idee. Il film è il mezzo che apre quelle finestre verso altre culture. Lo stesso Far East Film Festival è una finestra sul cinema e sulla cultura asiatica.
 
La ribalta che il FEFF, giunto alla sua diciottesima edizione, rappresenta, nonché il fatto di ospitare da anni una pletora di cineasti, produttori, attori e trendsetter asiatici, contribuiscono a plasmare le loro visioni del mondo, mentre interagiscono con il pubblico locale, percorrono a piedi le idilliache strade di Udine e gustano la cucina locale. 
 
L’essenza stessa del festival è quella di facilitare lo scambio di idee. I documentari della sezione collaterale di quest’anno quantificano questo scambio, perché sono sempre più i documentari che vengono realizzati all’alba del “secolo asiatico”.
Anderson Le