Dallo sviluppo nazionale al materialismo pop – Hard power contro soft power in Asia

Documentaries
Quest’anno, la rassegna collaterale del FEFF dedicata ai documentari si compone di quattro film che esaminano tanto il soft power quanto il potere economico di Giappone, Thailandia e Cina, con un documentario italiano che prende in esame il nuovo “Grande balzo in avanti” cinese che sta cambiando il panorama globale. Questi documentari offrono un quadro delle tendenze sociali e culturali in Asia, che sono state modellate dai venti di guerra del secolo scorso, un amalgama della ricostruzione nazionale dopo la seconda guerra mondiale e i problemi crescenti dell’età digitale di questo secolo. Mentre il mondo sta passando per un cambiamento di paradigma, tradizione contro innovazione, con i neo-conservatori che si aggrappano al potere quanto più a lungo possibile (vedi Trump, Duterte, Abe, Xi, la Brexit, e la lista può continuare), lo status quo è costantemente messo in discussione in tutto il largo spettro di innumerevoli industrie, culture e programmi. Dalla cecità nazionalista al sistema patriarcale, dal materialismo pop al nation-building che potrebbe forse tenere il resto del mondo in ostaggio, il “secolo asiatico” è vivo e vegeto, e questo appellativo riecheggia nei quattro documentari e arricchisce il programma olistico del FEFF.

Il regista Hao Wu ritorna al FEFF con il suo ultimo documentario, il premiato People’s Republic of Desire. Tre giovani personaggi – una cantante, un attore comico e un lavoratore immigrato – cercano fama, fortuna e rapporti umani mandando online in diretta streaming i loro talenti. In storie che sembrano futuri plot della serie tv di culto Black Mirror, il film mostra come la cultura Internet cinese sia lontana dalla fantascienza cyberpunk. È già qui, ed è strana, ed è una frontiera dove i netizen aspirano ad essere personalità uniche e sviluppano basi di fan accaniti tanto da rivaleggiare con qualsiasi celebrità in qualsiasi altro paese. Questo documentario è un’istantanea della situazione attuale mentre il politburo sta recuperando il tempo perduto nella regolamentazione della cultura Internet.

La ricerca della notorietà è una storia senza tempo. Il Sud-est asiatico guarda per le tendenze culturali all’Asia orientale, e il fandom intorno agli idol è l’alfa e l’omega della cultura pop asiatica. BNK48: Girls Don’t Cry del regista thailandese Nawapol Thamrongrattanarit getta uno sguardo dietro le quinte sulla band BNK48, il più importante gruppo di pop idol della Thailandia. Le ragazze del gruppo, che conta più di 50 aderenti, devono competere contro le loro migliori amiche. Per di più, non è necessariamente il talento che le spingerà avanti ma piuttosto, quanto debba essere profonda la ricaduta che ciascuna ha sui social media per diventare una potente “influencer”. L’immensa pressione dello sforzo per emergere dal mucchio può essere scoraggiante, specialmente di fronte all’amore incondizionato di innumerevoli fan, che si aspettano purezza, sex appeal e un’immagine pre-costruita, cosa sacrosanta per gli irrealistici valori connessi all’identità di un pop idol asiatico.

C’è un’idea vecchia di lunga data secondo la quale le donne non possono essere chef del sushi perché la loro temperatura corporale è più alta e questo si rifletterebbe dalle loro mani sul nigiri, che viene fatto a mano dallo chef, sbilanciando così tutta l’arte di preparare il sushi. Questa, si capisce, è una totale stupidaggine, e solo un esempio delle tante di cui si nutre lo status quo, specialmente in Giappone. Nel suo appagante e informativo documentario Kampai! Sake Sisters, il giornalista e cineasta Konishi Mirai scava nella vita di tre donne che stanno agitando le acque in un settore dominato dai maschi, l’industria e la tradizione della fabbricazione del sakè: una maestra della distillazione, che continua l’onorata tradizione della famosa fabbrica di sakè della famiglia, una giovane sommelier che si è guadagnata un buon numero di leali seguaci nel suo locale di Tokyo, e infine una hakujin neozelandese che era venuta in Giappone per insegnare inglese ma è caduta nel mondo del sakè per riemergerne come un’esperta dalla raffinata palette. Il loro lavoro collettivo per adattare antiche tradizioni e introdurre una nuova epoca di inclusività, rovesciando l’industria come un guanto, è indicativa dei lenti ma costanti cambiamenti che si verificano nella società giapponese, distruggendo le idee antiquate e sessiste che limitano il ruolo delle donne nel divenire leader nel loro campo.

Nell’ultimo ventennio, il Giappone e la Corea del Sud hanno occupato il trono del soft power nella perpetuazione della cultura pop asiatica. La Cina, per converso, sta esercitando il suo hard power, ponendo le fondamenta per mettere Pechino al centro del mondo (e con successo). Impiegando più di mille miliardi di dollari e coinvolgendo più di 60 paesi, la Yi Dai Yi Lu 一带一路, or One Belt One Road (OBOR), è il più grande piano di sviluppo economico che sia stato concepito nel periodo postbellico. Ideato dal Presidente cinese Xi Jinping, l’OBOR è un progetto ambizioso che si incentra sul miglioramento della connettività e della cooperazione tra numerose nazioni disseminate sui continenti di Asia, Africa ed Europa. Il percorso è tracciato per oltre 11.000 chilometri, partendo dal continente asiatico, attraversando l’Africa e terminando in Europa, aprendo la strada a una nuova “Via della Seta” che sarà controllata dalla Cina. Il cineasta e giornalista Pio d’Emilia descrive il nuovo “Grande balzo in avanti” della Cina come la sua missione per conquistare pacificamente il mondo. Nel documentario di Pio d’Emilia La FerroVia della Seta, la Cina non è più semplicemente un paese dell’“Estremo Oriente”. La Cina è già arrivata qui, e chissà dove vuole ancora andare.
Anderson Le