Master of the Gensenkan Inn

Un diffuso luogo comune vede i fumetti giapponesi come mero sfruttamento di sesso e violenza. Nella realtà, essi sono assai più variati. I manga of Tsuge Yoshiharu ci portano in un mondo onirico che è allo stesso tempo bizzarro e familiare, disturbante e divertente. La sua opera impegna la nostra immaginazione, erotica e non, ma rimane personale, elusiva. L’opera di Tsuge ha ispirato il film del 1990 Muno no Hito di Takenada Naoto, che narra di un disegnatore di manga fallito che vende sassi vicino alla riva di un fiume. Poi nel 1993, dopo un’assenza di 14 anni dallo schermo, Ishii Teruo ha scritto e diretto Master of the Gensekan Inn, un film in quattro episodi basato sui manga di Tsuge. Sano Shiro dà volto a Tsube, un disegnatore di manga in difficoltà economiche che ricorda il giovane Tsuge; tuttavia il film - benché narrato da Tsube come un’autobiografia - trapassa in uno strambo universo che ha una relazione solo incerta con la realtà. Ishii dà la sua impronta distintiva a questo materiale, rimanendo fedele nel contempo alla visione eccentrica e umanistica di Tsuge. Il terzo episodio, quello che dà il titolo al film, ci porta nel mondo crepuscolare e inquietante delle storie di fantasmi giapponesi. Tsube arriva in una città dagli edifici che sembrano mausolei di pietra, dai cieli grigi e malinconici, abitata da grottesche vecchie grinzose. Le donne gli dicono con eccitazione che lui è un sosia del padrone di un albergo locale, il Gensekan. Una di loro, padrona di una bottega di dolciumi, gli racconta la storia di come il padrone dell’albergo venne a vivere in città. In un flashback il padrone, che effettivamente è un gemello di Tsube, si ferma al Gensekan ed è accolto dalla anziana cameriera dell’albergo e dalla sua voluttuosa padrona (Mizuki Kaoru). Costei però ha un tic che le deforma la faccia e la rende incapace di spiccicare parola. Quando il nuovo ospite va al bagno, vede la padrona, svestita, in fervente preghiera davanti a un altare rilucente di candele. La scena che segue promette dell’altro humour erotico sottilmente metaforico, ma termina con un tentativo, visualmente crudo, di stupro. Sottraendosi al suo aggressore, la padrona striscia verso uno specchio appannato dal vapore e vi scrive sopra col dito “heya de” (“in camera mia”). Il passaggio dallo stupro al rapporto amoroso all’amore è abbastanza comune nei film giapponesi. Ishii lo dipinge come inevitabile, se non proprio desirabile. Vediamo la violenza, ma anche riconosciamo un desiderio reciproco. Questi due personaggi, che portano maschere sociali mentre vivono al di fuori della normale società, sono fatti l’uno per l’altra. Alla fine del film, tutto il cast si alza dai sedili di un piccolo cinema e sale sul palcoscenico per applaudire il creatore dei loro personaggi. Tsuge sembra soddisfatto del loro lavoro - ed è giusto che sia così. Ma anche Ishii merita un elogio per un film che non è soltanto un omaggio ma anche una armoniosa collaborazione fra due grandi, singolari, bizzarri talenti.
Mark Schilling
FEFF: 2003
Regia: ISHII Teruo
Anno: 1993
Durata: 98
Stato: Japan