Esiliato dal canale satellitare americano Showtime, committente della serie Masters Of Horror a cui appartiene, Imprint è il suo episodio più politico assieme a Homecoming di Joe Dante. Miike mostra feti viscosi e una scena di tortura che porta a conseguenze estreme quella di Audition, ma a dar fastidio ai soloni della televisione dev’essere stato il discorso. Perché Imprint non salva nessuno da una parte all’altra dell’oceano. L’americano stanco Christopher, che si reca sull’isola giapponese già visitata in passato per cercare Komomo, la prostituta a cui promise libertà, funge da grimaldello per la scoperchiatura dei torti della nostra Storia contemporanea. Nessuno è innocente, ognuno è colpevole: Miike parla di colonialismo e di eredità cancerogena, ed è troppo lucido per assolvere i propri connazionali (per non dire dell’americano stesso). La donna che svela a poco a poco a Christopher la realtà dei fatti si serve della menzogna e della “mezza verità” come se lo stato effettivo delle cose fosse insostenibile, per l’uomo ma anche per sé (e per tutti noi). Il male ha attecchito anche nella testa, e lo si pratica perché non si sopporta (più) la gentilezza. Come in Rashomon, l’oggettività dell’accaduto viene filtrata dalla fabula e dall’immaginario: ma a raccontarli è un’unica narratrice la cui sanità mentale è letteralmente preda della mano della sorella sadica, e il colore rosso del sangue non può che inondare tutto.
Miike ricorda Oshima Nagisa e l’horror di Nakagawa Nobuo, e rielabora con nichilismo atroce gli ideali di rinascita rivoluzionaria che chiudevano Visitor Q e, in maniera più scoperta, Gozu e Izo: però adesso, forse più che mai, i tempi sono bui, e anche chi ha sperato in una via d’uscita capisce bene che l’orrore non può che stare con noi, come un compagno (di cella).
Dovremmo meravigliarci se la Showtime ha deciso di bandirlo?