Grazie al successo oltre le aspettative della sua commedia su un villaggio malese colpito da una misteriosa epidemia che ne zombifica gli abitanti, Zombi Kampung Pisang, Mamat Khalid si è potuto pagare uno sfizio senza precedenti nell’industria cinematografica malaysiana e - grazie pure alle avvedute politiche della Tayangan Unggul, la casa di produzione di KL che più d’ogni altra si segnala per uno sforzo creativo innovatore - ha potuto realizzare con Kala Malam Bulan Mengambang il suo progetto dei sogni, regalandosi per di più una splendida fotografia in bianco e nero, non più vista nel cinema malese da pare tre decenni. Un lusso coerentemente concesso per un delizioso pastiche di generi classici che su un’esile - e pretestuosa - impalcatura noir innesta con finezza cinefila e folle stravaganza elementi di musical, horror e melodramma, regalando agli spettatori un divertissement d’imprevedibile freschezza.
Siamo nel 1956, alla vigilia dell’indipendenza della Malaysia, e Saleh (un Rosyam Nor adeguatamente sornione) è un giornalista che è stato appena licenziato. Dopo aver bucato un pneumatico sulla lama di un keris (il tradizionale pugnale asimmetrico malese) che spuntava dal suolo, Saleh si ritrova bloccato nel villaggio di Senduduk Rimbun. Scavando, emergono i resti di un cadavere che brandiva appunto il keris di cui Saleh s’impossessa e che, senza spiegazione apparente, diventa a tratti incandescente. Ma il keris è solo il primo dei misteri di Senduduk Rimbun che si parano di fronte a Saleh. In questo villaggio, dove le uniche forma di svago sono il sordido cabaret Jubilee e i servizi offerti dalle massaggiatrici dell’albergo dove soggiorna Saleh (per inciso, con una di costoro il ventisettenne Saleh perde - decisamente controvoglia - una verginità sin lì gelosamente preservata), sempre più persone scompaiono senza lasciar traccia, rapite pare da un fantasma attivo originalmente solo nelle notti di luna piena, ma il cui appetito pare aumentato sì da non fargli più rispettare il rituale del plenilunio. Per Saleh, risolvere il mistero delle sparizioni si prospetta come l’occasione d’oro per riguadagnare il posto; la matassa da dipanare, però si rivelerà assai più complessa del previsto!
La maledizione di una sciamana, un complotto sotterraneo del partito comunista, un sospetto e ubiquo simbolo a spirale (che a Saleh ricorda uno zampirone), delle spie sikh al soldo del governo britannico, un sanguinario uomo tigre; sono questi solo alcuni dei tasselli del puzzle che Saleh deve risolvere. Senza contare che Kala Malam Bulan Mengambang vanta non una sola, ma ben tre femme fatale!
In questo caleidoscopio postmoderno che omaggia deliziosamente l’epoca d’oro dell’industria cinematografica malese, Mamat Khalid riesce a destreggiarsi con leggerezza nei vari registri con cui si diletta, regalando perle d’umorismo. Comicità sia visivo-gestuale (si veda il ridicolo modo di correre di Saleh, giustificato dalla sua ernia), sia di scrittura: la battuta di Saleh sui “tempi in bianco e nero” si candida fuor di dubbio a migliore lazzo meta-cinematografico dell’annata! La vera sorpresa però è forse nel segmento finale, dove il funny guy Mamat Khalid ci regala una chiusa mélo con una straziante storia d’amore con un fantasma. Una patente riprova della versatilità e del talento di Mamat, una delle grandi scoperte di questo decimo Far East Film Festival. E speriamo che Udine sia solo l’inizio per il suo Kala Malam Bulan Mengambang, un film che ha le carte in regola per dare credibilità e lustro nel circuito festivaliero non solo a Mamat, ma pure al cinema commerciale malese.
Paolo Bertolin