May We Chat, opera seconda dell’ex critico diventato regista Philip Yung, svecchia con una certa energia il genere ormai consolidato dei film hongkonghesi sugli adolescenti problematici. Attualizzando il solito tema cinematografico di una gioventù scatenata con una nuova generazione di ragazzi incollati ai loro telefonini, il film scodella un miscuglio pop di volgarità, melodramma e altri temi caldi, e costituisce anche un’ottima vetrina per i nuovi talenti.
Al centro della vicenda ci sono tre studentesse, che entrano in contatto tra loro attraverso una chat telefonica, e seguono uno stile di vita caratterizzato da abuso di droghe, sesso a pagamento, assenze a scuola e pure peggio.
Chiu Wai-ying (Rainky Wai), sordomuta, vive senza genitori e fa soldi con gli incontri a pagamento; la facoltosa Li Wing-yan (Kabby Hui) flirta con le metanfetamine e il suicidio, mentre Wai-wai (Heidi Li) vive con la madre tossicodipendente e frequenta giovani delinquenti. Quando la benestante Li scompare, le loro blande connessioni lasciano il posto a sentimenti più profondi e le altre due ragazze si danno da fare per tentare di rintracciarla.
In modo decisamente inconsueto, con May We Chat Yung è riuscito ad attualizzare il materiale di un film della New Wave hongkonghese sullo stesso tema: Lonely Fifteen di David Lai, del 1982. Due personaggi adulti, tra cui la madre di Li (Irene Wan), sono introdotti da flashback sgranati nei quali appaiono come ragazzi ribelli nel primo film. Questa scelta suggerisce una certa autoindulgenza da parte del regista: dopotutto quasi nessuno, tra il giovane pubblico al quale si rivolge May We Chat, avrà visto Lonely Fifteen, e non è necessario conoscerne la trama; ma è indubbio che questa scelta aggiunga un tocco sperimentale alla riflessione sui problemi intergenerazionali e sul cambiamento.
Anche il primo film di Yung, Glamorous Youth, era una storia indipendente, cupa e raffinata, incentrata su tre giovani e pensata anch’essa per un pubblico di adulti, che procedeva con ritmo lento e attento.
May We Chat invece è, senza alcun dubbio, più commerciale per aspetto e sensibilità: Yung e la sua troupe potenziano l’energia e il colore della produzione, e intrecciano nella narrazione eleganti “nuvolette” a fumetti per le chiacchiere telefoniche. A volte i primi tentativi di Yung di rendere la storia più appetibile per il pubblico mainstream risultano impacciati, come quando saltano fuori discutibili effetti sonori comici, mentre i rapidi passaggi alla violenza estrema possono apparire stridenti. Ma nel complesso il film di Yung si inserisce perfettamente tra le coraggiose produzioni a basso budget degli ultimi anni, come i drammi di Herman Yau sulle prostitute, che si concentrano su piccole storie di portata locale e flirtano con materiale più ardito.
L’attrattiva principale di May We Chat tuttavia è rappresentata dalle tre protagoniste femminili, davvero degne di attenzione. Come già in Lonely Fifteen le tre protagoniste, tutte inesperte, avevano a che fare con un materiale piuttosto impegnativo ma hanno saputo conferire uno spessore considerevole ai personaggi che hanno interpretato. E dato che il terzetto è riuscito a mettere in ombra i più esperti attori di contorno, con il suo convincente film sui giovani Yung va a segno anche nel sostenere l’ingresso di quei nuovi divi di cui l’industria cinematografica di Hong Kong ha tanto bisogno.
Tim Youngs