Il 2011 è stanno un anno trionfale per l'industria cinematografica e per l'esercizio in Malaysia. Espansione del parco sale e degli spettatori paganti, nonché crescente percentuale di mercato per I prodotti nazionali hanno ingenerato un clima di entusiasmo che pare aver incoraggiato gli investimenti e le possibili riforme nel settore. L'onda lunga dei record del 2011 si proietta sull'anno corrente attraverso un aumento del numero di produzioni locali senza precedenti. L'effetto galvanizzante dei trionfi dell'anno scorso rischia, però, di rendere le istituzioni e l'industria malaysiane dimentiche dei ritardi e dei limiti, legislativi e qualitativi, che assillano il panorama cinematografico locale e che rischiano, sul lungo termine, di porre presto fine alla “bolla” di questa stagione dorata.
Gli investimenti nel settore dell'esercizio, in particolare da parte dei due gruppi che dominano il mercato, Golden Screen Cinemas e TGV, hanno ripagato lautamente. Le sale cinematografiche in Malaysia sono passate da 100 nel 2010 a 107 nel 2011, con un incremento degli schermi da 571 a 639 e di una disponibilità di posti a sedere da 110,424 a 120,941. A questa crescita assestata in termini medi intorno al 10% è corrisposto un incremento degli spettatori da 54.3 milioni a 59.5 milioni (+9.60% ca.) e un ancor più lusinghiero +16% negli incassi totali, passati da 518 milioni di ringgit nel 2010 a 602 milioni nel 2011. Nel complesso, si tratta di una crescita del tutto proporzionale, resa però più redditizia dall'aumento del prezzo medio dei biglietti.
Quel che ha davvero iniettato una massiccia dose di fiducia nell'industria e nelle istituzioni locali è stata la performance dei film commerciali locali. Il 2011 ha difatti siglato una vera e propria rivoluzione nei primati storici del botteghino per i film di lingua malese. La classifica dei primi dieci incassi di sempre è stata letteralmente rivoluzionata, con ben sei titoli usciti lo scorso anno che si sono assestati in tale graduatoria, dove risiedono pure tre titoli del 2010 – il che significa ovviamente che solo un titolo pre-2010 rientra oggi nella top 10 dei più grandi incassi malesi di sempre. Con 11.7 milioni di ringgit d'incasso KL Gangster di Syamsul Yusof, uscito a giugno, ha sbaragliato ampiamente tutti i precedenti primati e rilanciato il film d'azione da tempo assente nel panorama dei generi locali. Uscito a fine anno, il dramma religioso Ombak Rindu di Osman Ali, adattamento di un popolarissimo romanzo locale, è riuscito ad incassare quasi 11 milioni di ringgit. Sul terzo gradino di questo ambito podio si è poi piazzato l'horror comico Hantu Bonceng di Ahmad Idham, che è stato anche al centro di una controversia censoria, giacché alcune associazioni islamiche ne avevano richiesto il bando, in quanto apparentemente irrispettoso nei confronti della religione islamica e del profeta Maometto.
A questi campioni, si aggiunge un ulteriore trio di film con incassi tra i 6.5 e gli 8 milioni di ringgit, Kongsi di Farid Khamil, un secondo lavoro di Syamsul Yusof, l'horror Khurafat e il dispendioso dramma storico Hikayat Merong Mahawangsa di Yusri Abd Halim, il cui budget vicino ai 7 milioni di ringgit non ne fa un vero successo. Ma il bilancio complessivo per le produzioni malesi è più che lusinghiero: gli incassi complessivi per i film locali sono passati da 81.8 milioni di ringgit nel 2010 a quasi 125 milioni nel 2011, con un incremento superiore al 52% e una quota di mercato aumentata da meno del 16% a oltre il 20.7%; se il budget medio per i 49 film usciti (erano 39 nel 2010) si è mantenuto pressoché stabile (1.44 milioni di ringgit contro i circa 1.43 del 2010), sono aumentata gli incassi medi, da 2.20 milioni di ringgit nel 2010 a 2.55 nel 2011. Un margine di profitto che ha alletta gli investitori; tant'è che per il 2012 ben 70 nuovi film malesi sono previsti in uscita.
Ai trionfi dei film in lingua malese si deve aggiungere anche il notevole successo registrato dalla gradevole commedia cinese Nasi Lemak 2.0 di Namewee, che ha incassato più di 7 milioni di ringgit – anche in questo caso, un vero e proprio primato per le produzioni locali – rilanciando l'interesse per la produzione di film commerciali in lingue cinesi.
Quel che pochi commentatori sembrano aver rilevato, però, è che il successo dei film nazionali non ha per nulla scalfito il dominio incontrastato dei film americani (o in generale anglofoni – le classifiche locali pubblicate dalla Finas sono sempre basate su divisioni linguistiche) sul mercato della Malaysia. Quest'ultimi infatti hanno mantenuto una percentuale sugli incassi superiore al 60%. Ciò significa che il 5% degli incassi globali acquisito dai film nazionali è andato a scapito delle altre produzioni asiatiche o internazionali, ma non delle produzioni hollywoodiane. Come altrove in Asia e in Europa, l'offerta cinematografica in Malaysia rischia di ridursi sempre più al duopolio Hollywood-produzioni commerciali locali.
C'è poi un ulteriore problema endemico al sistema distributivo locale. I film malesi, infatti, possono contare su una misura protezionistica, il sistema denominato wajib tayang, che determina date di uscita protette. Ogni film malese poteva contare fino all'anno scorso su una finestra di due settimane di programmazione garantite, in cui, inoltre, nessun altro titolo nazionale aderente al sistema veniva distribuito. Quest'ultimo vantaggio, ovviamente, è stato messo in questione l'anno scorso dall'incremento di film prodotti, tant'è che si è ridotta la finestra di uscita protetta a due settimane e dal maggio 2012 (a fronte di 70 film eleggibili per il wajib tayang) si permetterà l'uscita di due film nazionali per settimana. Il vero problema che si è venuto a creare, però, è che, da un lato per via della rampante pirateria, dall'altro a causa della programmazione di film sul canale pay-per-view Astro First (che propone ai suoi abbonati i nuovi film a soli 15 giorni dall'uscita in sala), nonostante gli enormi successi di botteghino, i film locali sono sistematicamente smontati dalle sale, per divenire immediatamente disponibili in DVD (edizioni legittime, ma di qualità spesso scadentissima) e per il satellite. Si può ben comprendere che in un contesto del genere non c'è possibilità di riscatto per chi non consegue un immediato successo e l'effetto di un eventuale passaparola è del tutto annichilito.
Permangono poi i problemi relativi all'effettivo supporto che le agenzie governative, a cominciare dalla Finas, garantiscono alla produzione locale. Il sistema di incentivi fiscali graduali proposto l'anno scorso è stato da più parti nell'industria valutato come “ridicolo”. Esso prevedeva sconti fiscali decrescenti per i film locali, collegati agli incassi – con nessuno sconto per le pellicole d'incasso superiore ai sei milioni di ringgit. Un sistema che quindi incentivava la produzione di pellicole mirate ad un incasso “medio” che avrebbe quindi permesso di massimizzare i profitti (visto il peso della leva fiscale che può arrivare fino a oltre il 20% degli incassi).
Come permane pure la questione annosa e spinosa della definizione di cosa sia un “film nazionale” in Malaysia. A seguito degli appelli di produttori e registi, pare che gli sgravi fiscali previsti per le pellicole nazionali siano stati garantiti pure ad un paio di pellicole in lingue cinesi, Ice Kacang Puppy Love di Aniu (importante successo del 2010) e al fortunato Nasi Lemak 2.0 di Namewee. Si pensava si trattasse di un passo verso il riconoscimento per e produzioni in lingue altre dal malese del pieno statuto di film nazionali. Le autorità locali hanno però precisato che si trattava di casi singoli. Rimangono quindi ancora in vigore le legislazioni, francamente razziste, che dagli anni Settanta riconoscono come film nazionali solo le produzioni che registrano almeno un 60% dei dialoghi in bahasa melayu (malese). Leggi patentemente anacronistiche e ancor più messe alla prova in questi mesi dalle trattative che le istituzioni cinematografiche locali hanno iniziato per stabilire dei trattati di coproduzione con Australia e Singapore (ad oggi la Malaysia non ha siglato alcun accordo di coproduzione con alcun altro paese). L'anno scorso, infatti, ha verificato un interessante sviluppo nella produzione di alcuni film singaporesi, in particolare gli horror 23:59 e Twisted, in territorio malaysiano, con investimenti da parte di studios locali. Ci si chiede, però, se per ottenere gli sgravi fiscali sugli incassi in Malaysia anche le coproduzioni dovranno adeguarsi alla regola del 60% dei dialoghi in malese o se verrà loro concessa un'eccezione non accordata alle produzioni cinesi o indiane locali. O se, invece (mera utopia?), ci si saprà disfare di un sistema che sa tanto di apartheid.
Ma, come già successo qualche anno fa nella vicina Indonesia, l'handicap più flagrante che rischia di precludere lunga vita ai fasti presenti è la pura e semplice qualità dei prodotti locali. Gli standard produttivi dei film malesi sono nella maggior parte dei casi inequivocabilmente al di sotto della soglia di accettabilità internazionale – e questo spiega perché i prodotti locali non varcano le frontiere (se non al massimo quelle del sultanato di Brunei e di Singapore, nelle sale dedicate alla minoranza malese). I critici locali più spregiudicati, a fronte dei successi di KL Gangster e Ombak Rindu hanno parlato di un ritorno agli anni Ottanta: non per atmosfera o ambientazione dei film, ma perché il primo pare un B-movie hongkongese di quegli anni e il secondo uno dei melodrammoni sentimentali in voga in Malaysia all'epoca. La controversia “qualitativa” più accesa è stata, però, quella intorno al kolossal d'azione in costume Hikayat Merong Mahawangsa (titolo inglese The Malay Chronicles) che è stato premiato come miglior film dell'anno al Festival Filem Malaysia. Un premio che ha fatto insorgere diversi critici locali, che avevano demolito senza pietà un film mirato al mercato internazionale – ma realizzato pensando al mercato internazionale di trent'anni fa. L'irritazione di alcuni commentatori è stata accresciuta poi da un supporto governativo incondizionato - che ha portato sugli scudi questa produzione come l'esempio di un cinema malese che porta lustro internazionale al paese. Del resto, la stampa locale aveva doviziosamente riportato la notizia – probabilmente un comunicato stampa della produzione, la KRU - che il film fosse stato venduto in dozzine di paesi – senza chiedersi quali fossero questi paesi e di che tipo di diritti si parlasse. A tutt'oggi, della strombazzata distribuzione globale del film, Brunei a parte, si sa solo di un'edizione DVD disponibile per l'acquisto su Amazon.
Per fortuna, al di là e lontano dalla tracotanza dei numeri, qualche segnale incoraggiante lo si può registrare nei film di alcuni nuovi talenti. Il succitato Nasi Lemak 2.0 di Namewee è un'astuta riproposizione di topos della commedia hongkongese, sapidamente riletti e conditi di sapori locali – letteralmente, visto che si tratta di una commedia culinaria incentrata su una ricerca dell'identità malaysiana nella specificità del cibo locale. L'importanza del successo del film non è da sottovalutare, perché ha saputo convogliare forti sentimenti di coesione e rivalsa nelle platee cinesi locali – che, a fronte della qualità del prodotto e della possibilità di riconoscersi in esso, sembrano ora ben disposte a sostenere le produzioni locali. E anche sul fronte dei film malesi qualcosa si è mossa con due opere seconde che combinano elementi di genere con ambizioni più autoriali. Il sorprendente Songlap di Effendee Mazlan e Fariza Azlina riesce con energia inusitata a comporre un vero dramma gangsteristico moderno, inserendo elementi potenzialmente provocatori come il traffico umano, tanto di bambini – da adottare - quanto di donne – per la prostituzione, l'uso di droghe e addirittura l'incesto, lasciando l'action fine a se stessa ai margini, lavorando sulla definizione dei personaggi ed esplorando anche con ironia (memorabile l'inseguimento con in colonna sonora un brano intitolato Mencari Malaysia, “cercando la Malaysia”) i mezzi propri del cinema. Un progresso davvero incoraggiante per i registi del già interessante Kami e che fa sperare bene nel loro futuro. Bunohan (titolo inglese Return to Murder) di Dain Said, presentato a diversi festival internazionali nel 2010 e uscito in Malaysia a marzo 2012, è invece un film pienamente maturo, da un regista il cui primo film, l'horror Dukun rimane uno dei casi più controversi della recente storia del cinema malese (il film fu bloccato dalla casa di produzione a pochi giorni dall'uscita a causa di possibili noie legali connesse ad un politico alle cui oscure e criminose vicende l'intreccio pareva ispirarsi). Vera e propria tragedia shakespeariana tutta al maschile, intrisa della bellezza di un paesaggio sovrastato da cupe nubi monsoniche cariche di pioggia, della violenza del kickboxing e della poetica in via di scomparsa dell'arte tradizionale pre-islamica del wayang kulit (il teatro delle ombre malese-indonesiano), Bunohan è un film sospeso tra mito e realtà, tra sogno e veglia, tra tradizione ancestrale e violento avanzare della modernità; un film che sfrutta l'appeal mainstream del cinema di genere per articolare una profonda riflessione sull'identità malese. È quindi in una commedia che esalta i sapori della Malaysia, e in due drammi che dipingono l'uno una gioventù che cerca di trovare e reinventarsi una nuova definizione di nucleo familiare, l'altro un territorio progressivamente spossessato dai suoi miti, che nel 2011 si sono incontrati i veri trionfi e i duraturi segnali di crescita per il cinema della Malaysia.
Paolo Bertolin