Nel decennio che ha preceduto il primo Far East Film Festival di Udine, del 1999, il cinema hongkonghese aveva riscosso ampio successo in Occidente e aveva sollevato un’attenzione che non si vedeva dai tempi della febbre del kung fu degli anni Settanta. Le disinvolte produzioni, che incrociavano i generi, di registi come John Woo, Tsui Hark, Ringo Lam e Johnnie To erano diventate un appuntamento irrinunciabile per i fan più sfegatati, per il pubblico d’essai e per la critica, ed è facile capire il perché. Per ogni opera drammatica ben riuscita e pronta a fare il giro dei festival, era disponibile una sfilza di altri film che promettevano sensazioni forti come acrobazie diabolicamente pericolose, avvincenti storie fantasy e incredibili cambiamenti di tono.
Per tutta la metà degli anni Novanta ha visto la luce una pletora di libri sul cinema di Hong Kong e celebri riviste gli hanno dedicato numeri speciali, programmi itineranti sono stati proposti nelle sale cinematografiche e nei campus universitari, mentre distributori di homevideo specializzati hanno veicolato nei videoregistratori domestici delle vere chicche cantonesi. Anche i bizzarri sottotitoli hongkonghesi sono diventati virali quando l’utilizzo della posta elettronica ha preso piede. Se a questo si aggiunge la diffusa curiosità per la stessa Hong Kong, in relazione al passaggio della città alla Cina nel 1997, è chiaro come fosse il momento perfetto perché si creasse un pubblico internazionale.
Tuttavia, quell’eccitazione non era condivisa in patria. A Hong Kong, il cinema locale stava entrando in crisi. Se negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta il pubblico della città prediligeva il cinema hongkonghese, dopo l’exploit di Jurassic Park nel 1993 e ancor più di Titanic nel 1997, che avevano lasciato gli spettatori a bocca aperta, in molti hanno iniziato a considerare il cinema locale come il cugino povero degli sfavillanti film di importazione, e la quota di mercato della produzione locale è crollata. A dire il vero, l’accusa di inferiorità molto spesso era fondata: molte pellicole venivano messe insieme solo per onorare le prevendite all’estero e certe produzioni raffazzonate, finanziate dalle triadi, non erano certo di qualità. Inoltre, le vecchie sale cinematografiche cantonesi, con le loro sedie scomode, i bagni squallidi e persino l’audio in mono, erano scavalcate dagli sciccosissimi multisala che presentavano film esteri. Quando gli investitori taiwanesi hanno tagliato il loro sostegno alle produzioni hongkonghesi e l’ampio mercato regionale è andato praticamente a picco, i cineasti hanno visto sfumare le loro fonti di finanziamento principali, proprio mentre molti spettatori si stavano arrendendo. Non sono certo stati d’aiuto la grande diffusione della pirateria e il deprezzamento causato dai CD video di bassa qualità. Alla fine degli anni Novanta gli amanti del cinema di produzione locale non sarebbero stati sorpresi di ritrovarsi da soli in sala, quando si apriva il sipario e il proiettore iniziava a ronzare.
Tuttavia, nonostante il calo della produzione il pubblico poteva ancora deliziarsi con le proposte più coraggiose della città – ed è proprio grazie a questi film che molti ripensano con affetto alla creatività e alla varietà delle produzioni degli anni Novanta. Prima di trasferirsi a Hollywood, John Woo ha stupito tutti con il film d’azione Hard Boiled (1992); altri ottimi thriller portavano la firma di Ringo Lam (Full Contact, 1992; Full Alert, 1997) e di Benny Chan (Big Bullet, 1996). Sul fronte dei film di arti marziali e del fantasy, Tsui Hark ha realizzato film impressionanti come la serie Once Upon a Time in China (1991-97) e la sensuale favola Green Snake (1993), senza dimenticare la cupa storia wuxia di Ronny Yu, The Bride with White Hair (1993). Oltre a dirigere i celeberrimi fantasy d’azione The Heroic Trio (1993) ed Executioners (co-regia, 1993), Johnnie To ha perfezionato il suo personalissimo stile poliziesco con Loving You (1995) e ha realizzato un avvincente film catastrofico, Lifeline (1996), prima di fondare insieme a Wai Ka-fai la casa di produzione Milkyway Image. Too Many Ways to Be No. 1 (1997) di Wai, un brillante film di gangster incentrato sul destino, è stato il primo film prodotto dalla nuova società e ha posto le basi per la realizzazione di una solida serie di polizieschi e commedie.
Wong Kar-wai, da parte sua, mieteva successi con vivaci crossover tra film d’essai e cinema popolare come Hong Kong Express (1994), Angeli perduti (1995) e Happy Together (1997). La United Filmmakers Organization si concentrava su prodotti di fascia alta, come le commedie leggere e i drammi raffinati di Peter Chan, Lee Chi-ngai e altri, tra i quali l’acclamata storia di migranti di Chan Comrades: Almost a Love Story (1996) fu uno dei risultati migliori. L’attore e regista Stephen Chow faceva incetta di fan con commedie come From Beijing with Love (1994) e The God of Cookery (1996). Un gruppo di registi si dedicava invece a raccontare la società di Hong Kong attraverso storie più intimiste, come il racconto sulla prostituzione di Lawrence Lau Queen of Temple Street (1990), o la vicenda di povertà domestica di Jacob Cheung Cageman (1992), o ancora il film di Ann Hui sull’Alzheimer Summer Snow (1995). La propensione dell’industria cinematografica a creare spettacoli sempre più scatenati è alla base del fiorire di scioccanti film per adulti, come la commedia horror sul cannibalismo di Herman Yau The Untold Story (1993). E al tempo stesso, l’imminente passaggio alla Cina incombeva in molti lungometraggi, tra cui Walk In (1997) di Yau, incentrato su uno scambio di identità, e la saga di Fruit Chan sulla gioventù senza futuro di Made in Hong Kong (1997).
Anche se il pubblico locale si stava allontanando, i talenti che hanno resistito negli anni Novanta hanno dato vita a immagini che hanno contribuito a plasmare il cinema di Hong Kong come lo conosciamo oggi. Per molti cineasti locali, dal veterano dello schermo che attinge alla tradizione del film d’azione resa popolare da film come Hard Boiled al regista emergente che spera di riecheggiare il realismo sociale di film come Cageman, le opere migliori degli anni Novanta continuano a esercitare un’influenza fondamentale nel dare impulso al cinema di Hong Kong.
Tim Youngs