I festival cinematografici asiatici e la vocazione dell'operatore culturale

Per la sezione documentari del Far East Film Festival di quest’anno siamo lieti di presentare tre nuovi titoli che celebrano il potere del cinema asiatico e la sua estensione sulla scena globale da parte di coloro che mi piace definire “operatori culturali”: ovvero persone che rivestono varie funzioni, come registi, organizzatori di festival, conferenzieri, giornalisti e altro, e che creano opere di cultura filmica con l’intento di espandere la cultura cinematografica asiatica. Il FEFF nasce da questa espansione. La leggenda narra che le origini di questo Festival sono il risultato di un programma di cinema popolare di Hong Kong organizzato dal Centro Espressioni Cinematografiche, e che questa è stata la spinta propulsiva che, da 25 anni a questa parte, ha fatto di Udine una meta imperdibile del cinema asiatico.

I primi tempi del FEFF hanno coinciso con la nascita di un altro giovane festival cinematografico, il Busan International Film Festival (BIFF) fondato da Kim Dong-ho e Kim Jiseok, che è diventato un super programmatore asiatico e ha proiettato il BIFF nella stratosfera dei festival cinematografici globali come festival dei record del cinema asiatico. Kim Jiseok e i suoi collaboratori erano sempre presenti nel circuito dei festival cinematografici e sono diventati colleghi fidati e amati. Purtroppo, Jiseok è mancato nel 2017, proprio durante uno di quei viaggi di selezione e, anche a distanza di sei anni, la sua mancanza continua a farsi sentire.

Il documentario Jiseok, di Kim Young-jo, funge da memoriale cinematografico per la sua figura e affronta sia la sua storia che quella del BIFF. Va detto però che questo film non è un omaggio. Di fronte alla sua improvvisa scomparsa, i vecchi amici e i colleghi ricordano ciò che lo ha tormentato negli ultimi anni, a partire dalla polemica sulla programmazione di The Truth Shall Not Sink with Sewol, che ha scatenato disordini politici, spaccature interne e censura a livello nazionale. Tra le tante interviste a iconici registi asiatici, spicca il suo tutoraggio di registi del Sud-est asiatico come Tan Chui-mui (Malaysia), Boo Junfeng (Singapore) e Apichatpong Weerasethakul (Thailandia). Alla fin fine, Jiseok è un documentario a 360 gradi sulla vita di un operatore culturale davvero significativo, che è stato un faro per il cinema al suo livello più puro e che nei suoi ultimi anni ha sofferto per la corrosiva Realpolitik.

Il 20 marzo 1995 un micidiale attacco con il gas nervino nella metropolitana di Tokyo seminò il panico in Giappone e tra i suoi abitanti. AUM: The Cult at the End of the World, co-regia di Ben Braun e Chiaki Yanagimoto (Kampai! Sake Sisters, FEFF 2019), è un esame approfondito della setta Aum Shinrikyo, responsabile dell’attentato. Il film, presentato in anteprima mondiale al festival di Sundance, è realizzato con grande maestria e analizza dettagliatamente lo sviluppo del culto, attraverso il suo enigmatico leader Asahara Shoko, svelandone l’innocua ascesa come scuola di yoga nei primi anni Ottanta, fino ai segnali d’allarme lanciati inutilmente dai media e da funzionari governativi che hanno preceduto l’attacco mortale con il gas sarin. Ma questo è solo quel che appare in superficie dell’ampia ricerca, dei filmati d’archivio e delle clip che ricostruiscono la cronologia dei fatti, il carisma del leader della setta e l’angoscia delle famiglie che cercavano di fare luce sul lavaggio del cervello operato su figli e parenti. Per Yanagimoto questa è la prima esperienza alla regia, dopo una solida carriera come produttrice di documentari culturali e film di genere indipendenti (tra cui spicca Karate Kill). Nel suo curriculum figura pur l’attività di restauratrice a Los Angeles, dove ha anche avviato un servizio di streaming dedicato al cinema giapponese chiamato SAKKA. Yanagimoto fa quindi parte a pieno titolo della tribù degli operatori culturali dei festival cinematografici, spingono la produzione e la promozione del cinema asiatico sulla scena globale.

Il terzo titolo che completa la sezione collaterale del FEFF di quest’anno dedicata ai documentari porta la firma di Yves Montmayeur, che ritorna a Udine con un’altra opera eccellente, Kaidan. Strange Stories of Japanese Ghosts, incentrata sulla cultura giapponese degli obake (fantasmi). Andando oltre la “cinefilia”, il documentario presenta la vasta storia e la ricchezza culturale della mitologia giapponese riferite al mondo degli spettri e del paranormale, esemplificate dall’immagine classica della donna giapponese tormentata, con i capelli neri bagnati e tutto il resto, che Ring (1998) di Nakata Hideo ha impresso per sempre nella nostra memoria collettiva. Esplorando altri media che hanno catalogato storie di fantasmi attraverso manga, videogiochi, documentari in videocassetta, kabuki, butoh e altro, Montmayeur attinge alla sua grande abilità di regista, storico e giornalista per esporre in modo convincente questa storia, senza cadere nei trabocchetti della ripetizione come capiterebbe con un documentario di minore portata.

Facendo cinema, dalla produzione fino all’esercizio, alla contestualizzazione attraverso la programmazione cinematografica, dal mondo accademico alla critica cinematografica, raramente si diventa ricchi. Si potrebbe dire che siamo tutti un po’ degli illusi, soprattutto in base alla mia esperienza di figlio di immigrati asiatici che desideravano per me una carriera più “sensata”. Questa è la condizione e la vocazione dell’operatore culturale, ed è bello vedere una tribù di cineasti che si impegna sul campo per portare nel mondo il proprio lavoro. Con dei fari come il FEFF, che creano questi spazi di incontro affinché il pubblico possa essere intrattenuto, ispirato e stimolato, il soft power dello scambio culturale si tramuta in empatia culturale e promozione della cultura asiatica attraverso il mezzo più potente, il cinema.
Anderson Le