Come per molti altri paesi asiatici, tra i quali la Corea del Sud e il Giappone, il periodo che va dalla fine degli anni Ottanta agli anni Novanta è considerato un momento di declino commerciale e artistico per l’industria cinematografica filippina, che dagli anni Cinquanta all’inizio degli anni Ottanta era una delle più floride: le Filippine esportavano film di buona qualità in tutta l’Asia e producevano tra i 300 e i 400 film all’anno.
Nei primi anni Ottanta il grosso della produzione era costituito da centinaia di film d’azione (di Ferdinand Poe Jr, alias FPJ, tra gli altri), che ricalcavano perlopiù produzioni hollywoodiane. Fra i generi, melodrammi familiari stereotipati (con tanto di moglie, marito e amanti), film horror (come la prolifica serie Shake, Rattle & Roll, con 15 film tra il 1984 e il 2014, prodotti dalla Regal Films) e, ultimi ma non meno importanti, i pornosoft, sulla scia dei famigerati “Bomba films”, a tematica sessuale e a basso costo, un genere di prodotti modesti con alcune interessanti eccezioni come i film di Joey Gosiengfiao (Temptation Island, 1980, ora un film di culto).
Tuttavia, in una marea di film ripetitivi e mediocri, emersero alcuni direks (registi) di talento, con opere che affrontavano temi controversi e con una qualità artistica autentica: Lino Brocka (scomparso nel 1991 per un incidente d’auto), Ishmael Bernal, Elwood Perez, Chito Roño e molti altri. Ma la produzione si basava soprattutto su un solido star system, modellato su quello hollywoodiano. Alcuni grandi divi sopravvivono ancora nel crepuscolo odierno, come Nora Aunor (che recita ancora oggi), Vilma Santos, Christopher de Leon, Philip Salvador, Hilda Koronel eccetera.
La caduta del presidente Marcos dopo il movimento EDSA e la “Rivoluzione del Rosario” nel febbraio/marzo 1986, e la successiva ascesa alla presidenza di Cory Aquino (moglie del senatore Ninoy Aquino, assassinato all’aeroporto di Manila mentre rientrava in patria) non ebbero grande rilevanza per l’industria cinematografica, che non era molto politicizzata. Alla maggior parte dei produttori stava più a cuore il successo commerciale al minor costo possibile. Il numero di film prodotti era in costante calo (meno di 200 all’anno, rispetto agli oltre 300 precedenti) mentre i costi aumentavano, per non parlare della pesante “tassa sul divertimento” e della crescente censura, rivolta principalmente ai film a contenuto sessuale.
Una delle società di produzione più attive allora era la Regal Films, gestita dall’iconica “Mother Lily” (all’anagrafe Lily Yu Monteverde, ancora attiva). Mother Lily produsse decine di film, per lo più di bravi registi, e creò un buon numero di nuove star – purché i film fossero commercialmente validi, era pronta a produrli.
Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, quando l’industria cinematografica era in declino, la Regal films era il campione dei cosiddetti film “pito-pito”, cioè “7 su 7”: film che dovevano essere realizzati in sette giorni (!), con quasi lo stesso numero di scene di sesso “obbligatorie”. I registi avevano piena libertà, purché rispettassero il protocollo. Ovviamente, il concetto si basava sui famosi roman-porno giapponesi targati Nikkatsu degli anni Settanta – ed è tornato in auge con la recente ondata di film VivaMax destinati allo streaming: sono produzioni economiche e veloci con almeno cinque scene di sesso.
Il sistema pito-pito permise ad alcuni registi di talento di realizzare film più personali: come Mario O’Hara, che era già un attore famoso negli anni Settanta, legato ai primi film di Brocka come Dipped in Gold del 1970. Più tardi anche Lav Diaz iniziò a lavorare con la Regal, realizzando film “normali” come Jesus the Revolutionary (2002) prima di diventare l’icona del cinema “lento e lungo” tanto adorato all’estero…
Nello stesso periodo (1993) la ABS-CBN, una nota emittente televisiva, fondò la Star Cinema, dedicata alla produzione di film qualitativamente più interessanti, come i melodrammi diretti da Carlos Siguion Reyna, Laurice Guillen o Mel Chionglo, tra molti altri, e interpretati da divi famosi come Vilma Santos, Nora Aunor, Maricel Soriano, Richard Gomez, Ch. de Leon, Edu Manzano e altri ancora, nel tentativo di attirare nuovi segmenti di pubblico. Pochi anni dopo anche la GMA Network, sull’esempio della ABS-CBN, creava una propria società di produzione.
Uno dei meriti della ABS-CBN è stata la creazione di una divisione archivistica dedicata al restauro di alcuni titoli del loro enorme catalogo. Grazie a questo progetto, intitolato “Sagip pelikula” (“Salviamo i nostri film”) e diretto da Leo Katigbak, diversi film che vanno dagli anni Sessanta agli anni Duemila e oltre sono stati restaurati e presentati a vari festival di cinema asiatico, come il FEFF di Udine. Le poche pellicole filippine presentate quest’anno (e in passato) provengono da quel dipartimento. Altri restauri sono stati invece eseguiti dal FDCP, il cui nuovo direttore è il leggendario attore Tirso Cruz III (ex partner sullo schermo di Nora Aunor).
Il cosiddetto “declino” degli anni Novanta è stato relativamente più commerciale che artistico; ma è grazie ad esso che si è affermato quello che è stato definito il “rinascimento artistico” del cinema indipendente, nei primi anni del nuovo millennio: un intero periodo tutto da riscoprire.
Per una storia dettagliata del cinema filippino, si veda l’esaustiva opera Philippine Cinema, 1897-2020 di Gaspar A. Vibal e Dennis S. Villegas (a cura di Teddy Co); Arte Filipino/Vibal, 2020, 408 pagine (in lingua inglese).
Max Tessier