Gli anni Novanta sono stati un decennio pieno di contraddizioni per il cinema coreano. In quell’epoca il vecchio modo di fare cinema, che si era sviluppato durante il regime autocratico degli anni Settanta e Ottanta, coesisteva con gli sforzi dei giovani produttori che cercavano di introdurre metodi di produzione cinematografica nuovi. La Corea del Sud aveva compiuto passi importanti verso la democratizzazione e attuato riforme politiche fondamentali, ma non era passato abbastanza tempo perché quelle riforme avessero il loro pieno effetto. Era, contemporaneamente, la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova. È stato uno dei decenni più importanti per il cinema coreano, eppure oggi gran parte di esso è dimenticato o trascurato.
Più in generale, la Corea del Sud era in trasformazione. Il presidente Kim Young-sam, primo leader civile democraticamente eletto dopo vari decenni, era riuscito in buona parte a portare a termine il compito immane di rimuovere i militari dalla politica. Kim supervisionò il processo a due ex presidenti, ma poi fu costretto a lasciare l’incarico nel disonore quando, nel bel mezzo della crisi finanziaria asiatica, il paese dovette giocoforza rivolgersi al FMI [Fondo Monetario Internazionale] per un prestito di 58 miliardi di US$ per evitare il fallimento.
La generazione di cineasti che ha esordito alla fine degli anni Ottanta e ha girato i suoi film più iconici tra l’inizio e la metà degli anni Novanta – come Lee Myung-Se, Jang Sun-woo, Park Kwang-su, Chung Ji-young e altri – è riuscita a cogliere il ritmo vertiginoso del cambiamento all’interno della società coreana. Alcuni di essi hanno adottato un approccio più esplicitamente politico, introducendo nel cinema coreano un elemento di critica sociale che mancava da decenni a causa della pesante censura. A Hot Roof (1995) di Lee Min-yong, ad esempio, ha esplorato temi femministi, pur cercando di attirare un pubblico più vasto possibile.
Uno dei cineasti più attenti e controversi degli anni Novanta è stato Jang Sun-woo, che solo in quel decennio ha realizzato sette lungometraggi. Lo speciale tributo a Jang Sun-woo del FEFF di quest’anno mette in evidenza tre film che il regista ha adattato da romanzi provocatori e innovativi degli anni Novanta: The Road to the Racetrack (1991), con protagonista la grande attrice Kang Soo-yeon, tragicamente scomparsa nel maggio 2022, è una satira feroce della classe degli intellettuali, che a molti potrà ricordare l’opera di Hong Sang-soo. To You, from Me (1994) e Lies (1999, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia), tratti entrambi dai romanzi di Jung Jae-il, esplorano l’interazione tra sesso, arte e potere con un’immediatezza e un impatto poco comuni.
Siamo inoltre lieti di presentare Trio (1997), il secondo lungometraggio di Park Chan-wook che, in seguito, otterrà riconoscimenti internazionali per Old boy (2003), Mademoiselle (2016) e Decision to Leave (2022), tra gli altri. Trio, incentrato su personaggi diversi ma tutti alle prese con la disperazione, ci ricorda che Park è stato uno dei pochissimi registi, a cavallo tra quest’epoca e la generazione successiva, che hanno trasformato il cinema coreano in modo tanto memorabile.
Oggi è forse il momento giusto per rivedere i film coreani degli anni Novanta. Anche se a quell’epoca il successo dell’industria cinematografica locale non era ancora completamente consolidato, il desiderio dei cineasti di addentrarsi nelle contraddizioni sociali del loro tempo e di cercare senza sosta nuovi mezzi di espressione, conserva ancora intatta la capacità di stupire e di ispirare.
Darcy Paquet