Quest’autunno siamo andati per la prima volta a Ho Chi Minh City, e poco prima, in luglio, al festival del cinema di Da Nang. Dopo quasi 30 anni di viaggi in Asia, provare ancora quella sensazione di “scoperta assoluta” è inebriante. Non era il nostro primo viaggio in Vietnam, ma era la prima volta che percepivamo l’eccitazione di una cinematografia che prende coscienza di sé: una comunità di filmmaker che trova una connessione profonda con il proprio pubblico, dove tutti vedono i film di tutti, ci si incontra alle prime e si collabora. È una vivacità che ricorda i racconti del cinema italiano anni Cinquanta e Sessanta, fatti di pranzi comuni, set condivisi e un’intera classe di autori e attori che stava costruendo l’identità culturale di una nazione. Da lì, da quando il festival si chiamava ancora UdineIncontri Cinema nel 1995, siamo partiti; e oggi, a Ho Chi Minh City, ci è sembrato di rivivere quelle stesse emozioni.
Un anno fa ci ha lasciato Max Tessier, uno di quei cinefili che andava sul posto a scoprire il cinema: in Giappone, nelle Filippine, a Hong Kong. La sua era un’idea di cinema che non può prescindere dall’ambiente in cui nasce, dalla conoscenza dei suoi protagonisti e dal contatto fisico con il suo pubblico. Max apparteneva a quella “cinefilia errante” teorizzata da Serge Daney, per cui il viaggio è l’unica condizione per entrare davvero in contatto con il film e il suo autore.
Non c’è esperienza più formativa di guardare un film locale in una sala gremita, magari avendo la fortuna di trovare i sottotitoli inglesi per decifrare l’indecifrabile. Max sosteneva che la vera scoperta non avvenga quando ti identifichi nel film, ma quando ti senti escluso dalle reazioni della platea. È quel momento di straniamento in cui il pubblico locale scoppia a ridere per un riferimento culturale che ti sfugge, o resta in un silenzio glaciale durante una scena che a un occidentale sembrerebbe commovente. Max diceva spesso che guardare un film asiatico a Cannes o a Venezia era come osservare un leone allo zoo; guardarlo in una sala di casa sua significava vederlo nel suo habitat.
Quello che cerchiamo di fare con il Far East Film non è solo proporre dei titoli, ma restituire l’esperienza di vedere quei film in Asia, insieme ai loro protagonisti.
Far sì che lo spettatore di Udine non sia solo un osservatore distante, ma possa sentirsi, per la durata di una proiezione, parte di quella folla che riempie le sale di Ho Chi Minh City o di Tokyo, abbattendo ogni distanza geografica per guardare il mondo, finalmente, attraverso i loro occhi.
Sabrina Baracetti and Thomas Bertacche