La regione può vantare una serie di film di successo e una crescente forza nell’animazione, ma soffre di una distribuzione transfrontaliera debole.
Quasi ogni lingua possiede un’espressione equivalente al detto anglosassone “non riuscire a vedere il bosco a causa degli alberi”, e nell’industria del cinema è facile preoccuparsi eccessivamente delle tendenze generali del botteghino, soprattutto quando si confrontano gli altalenanti risultati di questo periodo con quelli precedenti al periodo del Covid. Ma così facendo si rischia di perdere di vista le numerose e concrete storie di successo asiatiche che stanno davanti agli occhi.
Le grandi e diversificate industrie cinematografiche dell’Asia orientale sono state tutte danneggiate dall’ascesa dello streaming, dalla ricchezza dei social media che procurano dipendenza e dall’ascesa dei micro-drama come nuovi concorrenti per intercettare attenzione e capacità di spesa del pubblico.
In alcuni casi, i consumatori hanno rivalutato il proprio comportamento nel tempo libero, dando maggiore importanza all’intrattenimento con un buon rapporto qualità-prezzo, alle esperienze nuove, uniche o dal vivo e a quei beni e servizi che acquistano valore aggiunto grazie agli amici o agli influencer. Parallelamente, i consumatori stanno declassando le attività semplicemente ordinarie, e interrompono vecchie abitudini come quella di andare al cinema per routine, dedicando più tempo a decidere cosa meriti davvero la loro attenzione e il loro denaro.
In molti dei mercati nazionali asiatici, Hollywood e i suoi divi hanno perso parte del loro fascino, si è diffusa una certa “stanchezza da franchise” e la partecipazione del pubblico è diventata più selettiva. Fattori come la FOMO (“fear of missing out”, cioè paura di perdersi qualcosa) e le tecnologie delle sale cinematografiche di grande formato possono oggi influenzare maggiormente le decisioni di acquisto dei biglietti rispetto alle prodezze, ormai date per scontate, degli effetti speciali degli studi VFX hollywoodiani.
E, con il declino dei blockbuster e del potere divistico statunitensi, si è rallentata anche la ripresa complessiva del botteghino nei mercati più maturi dell’Asia orientale. Anche quando le restrizioni relative al distanziamento sociale hanno smesso di rappresentare un ostacolo, il periodo tra il 2023 e il 2026 ha visto gli esercenti chiudere sale cinematografiche o ridurre il numero di schermi e posti a sedere in Corea del Sud, a Hong Kong, a Singapore e in Malaysia.
In Giappone, secondo ComScore, i ricavi lordi sono diminuiti con un tasso annuo composto dell’11% tra il 2019 e il 2024, prima di registrare una ripresa del 32% nel 2025. In Corea, il calo medio annuo del botteghino è stato del 12%, una flessione che ha indotto gli investitori a ritirarsi, i principali produttori a dimezzare i volumi di produzione e ha incentivato i talenti a spostarsi verso altri media, in particolare la televisione e la produzione di serie.
La Golden Harvest, uno dei nomi più iconici del cinema asiatico, ha chiuso le sue ultime sale a Hong Kong alla fine del 2025, dopo essersi già ritirata dai mercati cinematografici di Taiwan, Malaysia e Cina continentale. La compagnia rimane il più grande operatore di Singapore, dove opera con il marchio Golden Village.
Tuttavia, la società descrive così il problema legato al pubblico e alla sua attività: “Sebbene i cinema offrano un’esperienza di intrattenimento distintiva, è essenziale diversificare l’offerta di contenuti e migliorare la qualità dei servizi”. La più recente dichiarazione d’intenti della compagnia recita così: “Trasformare i nostri cinema in centri di lifestyle integrati, posizionandoli come destinazioni di intrattenimento di primo livello per i consumatori”.
Sebbene la crescente concorrenza per ottenere l’attenzione del pubblico sembri un fenomeno universale, alcuni mercati hanno continuato a registrare una netta espansione dei complessi e dei circuiti cinematografici. Tra questi figurano i mercati precedentemente meno sviluppati di Vietnam e Indonesia, entrambi caratterizzati da popolazioni giovani e numerose, oltre che da economie in crescita.
(Fa eccezione la Cina continentale, dove la crescita economica ha subito un rallentamento e che si trova davanti una vera e propria bomba a orologeria demografica, ma che ha comunque registrato un aumento del numero di schermi. Tuttavia, la costruzione di cinema in Cina è avvenuta ad opera di una precisa intenzione politica perseguita dal governo di Pechino da oltre 20 anni e, con oltre 92.000 schermi attualmente in funzione, tale realizzazione è ormai in fase di completamento).
Comunque, quasi tutti i mercati cinematografici asiatici, siano essi già strutturati o ancora in via di sviluppo, possiedono un elemento comune nell’era post-Covid: esempi significativi di film locali in grado di ottenere grande successo al botteghino nei rispettivi mercati nazionali.
Questi successi hanno contribuito ad alleggerire parte del clima di pessimismo che domina il settore e hanno messo in discussione l’opinione secondo la quale il cinema sarebbe già morto o che abbia completamente ceduto il passo allo streaming video.
Sebbene gli incassi complessivi al botteghino di Hong Kong siano diminuiti dopo una breve ripresa nel 2022 e 2023, negli ultimi due anni diversi film di produzione hongkonghese hanno battuto i record di incassi per i singoli titoli locali. In Indonesia, i record per i film nazionali sono stati superati due volte nel 2025 da opere molto diverse tra loro: il film di animazione per famiglie Jumbo e la commedia Agak Laen: Menyala Pantiku!.
In Cina, lo scorso anno Ne Zha 2 – L’ascesa del Guerriero di Fuoco ha incassato circa 15,5 miliardi di yuan (€ 1,94 miliardi), alzando l’asticella per il miglior risultato di una produzione cinese prima, e per un film in ogni singolo mercato di distribuzione poi, diventando il film di animazione più redditizio nella storia del cinema mondiale.
- Anche il Vietnam sta vivendo un periodo di grande slancio, con il record storico per un singolo film battuto quattro volte dal 2023 ad oggi, ed è uno dei pochissimi paesi al mondo che ha effettivamente superato i livelli di attività del 2019. -
In parte, questo si spiega con gli sforzi sostenuti per la costruzione di sale cinematografiche da parte di multinazionali sudcoreane (CJ-CGV e Lotte) e di tre conglomerati locali (Galaxy, BHD e Cinestar), che hanno hanno reso l’andare al cinema un’esperienza ambita, estendendola anche alle città più piccole. Più recentemente, alla corsa dei multisala si è unita Beta Media, che ha ulteriormente ampliato il pubblico offrendo location “social-friendly” e biglietti a prezzi più accessibili.
Ma anche i cineasti vietnamiti stanno facendo la loro parte. Il numero di film locali distribuiti in sala è salito da 41 nel 2024 a 50 nel 2025 e i generi cinematografici sembrano diversificarsi (mentre l’horror perde terreno). Lo scorso anno il film che ha battuto tutti i record è stato Red Rain (714 miliardi di dong vietnamiti, pari a € 23,4 milioni), un dramma bellico a carattere patriottico che ha beneficiato di un significativo sostegno statale. The Four Rascals (VND 332 miliardi, € 10,9 milioni) è una commedia romantica, mentre Detective Kien: The Headless Horror (VND 225 miliardi, € 7,36 milioni) è un thriller horror in costume. Il precedente record assoluto apparteneva a Mai, un dramma romantico del 2024.
I più critici sottolineano che le presenze al cinema in Vietnam restano comunque basse, intorno alle 0,7 visite all’anno per abitante, e che persiste una forte stagionalità; evidenziano inoltre che solo un numero limitato di registi e divi ha un reale potere di attrazione: come regista, il comico Tran Thanh è autore di quattro dei primi sei film di maggior successo, mentre Ly Hai compare nei titoli di coda di tre di questi, e ciò indica che l’industria potrebbe fare ancora di più per coltivare nuovi talenti tra sceneggiatori e registi.
Tuttavia, il cinema vietnamita ha raggiunto una maturità sufficiente, sia in termini quantitativi che qualitativi, da dominare il proprio mercato interno, mettendo facilmente da parte sia i film hollywoodiani, che in passato erano predominanti, sia quelli importati dalla Corea, che occasionalmente riuscivano a penetrare il mercato. Una quota di mercato del 40% nel 2024, salita al 62% nel 2025, è probabilmente motivo di invidia per altre industrie locali della regione come Singapore, Hong Kong e Taiwan.
- Insieme al Vietnam, l’Indonesia è l’altro grande mercato asiatico che gli osservatori del settore tengono d’occhio da molti, molti anni. Il Paese ha una popolazione numerosa e giovane, un’economia in via di sviluppo ed è stato storicamente svantaggiato in termini di infrastrutture cinematografiche, una condizione solo in parte attribuibile alla sua geografia frammentata.-
Dopo un calo dovuto al Covid, l’Indonesia è ora nuovamente in fase di crescita, con il mercato complessivo in moderata espansione nel 2025 e i titoli locali che hanno raggiunto una quota di mercato del 65%. La produzione cinematografica indonesiana continua a essere dominata dal genere horror, ma i maggiori successi dello scorso anno sono stati il sequel comico Agak Laen 2 e Jumbo, un film d’animazione locale nel filone del dramma familiare sostenuto da Visinema, uno dei principali studi del paese.
Proprio Visinema è orgogliosa di essere in qualche modo controcorrente e lo scorso anno ha prodotto anche il film per famiglie Keluarga Cemara e il thriller su una rapina Vengeance Is Mine, All Others Pay Cash. “Il pubblico indonesiano ha fame di qualcosa di nuovo”, afferma il suo fondatore, Angga Dwimas Sasongko. Secondo lui, film innovativi possono rafforzare il senso di orgoglio nazionale, trasformando le comunità in veri e propri motori promozionali. Nel caso di Jumbo, il pubblico era curioso di verificare se l’animazione locale fosse davvero all’altezza e, una volta scoperto che il film era tecnicamente impeccabile, oltre che emotivamente coinvolgente ed evocativo del contesto locale (uno dei temi principali è il bullismo), il passaparola è diventato un potente fattore di successo.
- Lo scorso anno in Giappone, Kokuho – Il maestro di kabuki, il raffinato dramma sul kabuki il cui titolo si traduce adeguatamente come “tesoro nazionale”, ha infranto i record per un film live-action con 20,6 miliardi di yen (€ 112 milioni), oscurando il già imponente risultato di Exit 8, thriller tratto da un videogioco che ha incassato 5,1 miliardi di yen (€ 27,7 milioni).
Questi risultati sono arrivati in un anno in cui le serie giapponesi di animazione hanno nuovamente registrato risultati molto importanti. Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba – Il Castello dell’Infinito ha incassato 40 miliardi di yen (€ 217 milioni); Detective Conan: One-Eyed Flashback ha raggiunto 14,7 miliardi di yen (€ 80 milioni) e Chainsaw Man – The Movie: Reze Arc ha totalizzato 10,8 miliardi di yen (€ 58,7 milioni).
- Dopo un declino spaventoso che aveva sollevato interrogativi ai vertici del governo e minacciato di mettere a repentaglio l’importanza globale della cultura pop sudcoreana, il cinema coreano nel 2026 ha finalmente qualcosa di cui rallegrarsi con il titolo The King’s Warden. -
Questo film drammatico, che esplora l’isolamento di re Danjong, costretto all’esilio nel XV secolo, ha ricevuto recensioni tiepide che esprimevano maggior apprezzamento per le interpretazioni di Park Ji-hoon e Yoo Hai-jin che per l’impianto narrativo; il suo è stato inizialmente un successo lento che però ha subito una forte accelerazione, facendolo diventare il terzo film più visto di tutti i tempi in Corea, nonché quello con i maggiori incassi di sempre (15,7 milioni di biglietti venduti e incassi per 101 milioni di dollari statunitensi, al momento della scrittura). Primo film a superare la soglia dei dieci milioni di spettatori a due anni di distanza da Exhuma, The King’s Warden ha ricevuto anche un messaggio di congratulazioni da parte del Presidente coreano; inoltre, grazie al suo fascino e alle ambientazioni storiche, ha innescato un boom del turismo legato ai luoghi delle riprese cinematografiche.
“I collegamenti non sono tra i film stessi: il loro tratto comune è che si rivolgono tutti ai propri rispettivi pubblici di massa”, afferma Jeffrey Chan, direttore generale della società taiwanese A Really Good Film Co., che ha co-prodotto e sta distribuendo Sunshine Women’s Choir, una commedia drammatica taiwanese attualmente nelle sale. Uscita l’ultimo giorno del 2025, è diventata il film più redditizio di sempre a Taiwan, con incassi per 741 milioni di dollari taiwanesi (€ 20 milioni).
I gusti del pubblico in gran parte dell’Asia sono diventati sempre più locali. “Dopo il Covid, le preferenze delle persone in ogni paese si sono concentrate su ciò che accade a livello nazionale, inclusi i KOL (Key Opinion Leader) locali, divi, attori e film creati per parlare direttamente a queste persone”, spiega Michael Chai, amministratore delegato della società cambogiana Westec Media.
Sebbene le piattaforme globali di streaming come Netflix e Disney+ siano spesso accusate di sottrarre una parte del pubblico alle sale cinematografiche e di far lievitare i costi di produzione di film e serie TV, hanno anche avuto effetti positivi. In particolare, hanno contribuito a ridurre la resistenza verso i contenuti in lingua straniera, rendendo i sottotitoli più diffusi e accettati.
Gli stessi operatori globali, insieme alle piattaforme di streaming regionali asiatiche come Viu (Hong Kong e area regionale), Vidio (Indonesia), Catchplay (Taiwan e Indonesia), Tving (Corea e area regionale), UNext (Giappone) e iQIYI e Tencent/WeTV (entrambe attive nella Cina continentale e a livello regionale), hanno accelerato la tendenza quasi globale verso la localizzazione dei contenuti. Netflix e Disney+ oggi investono centinaia di miliardi di euro all’anno per commissionare e produrre serie (e film) in Asia orientale, Australia e India. Questi investimenti stanno rilanciando Taiwan come attore significativo nei contenuti in lingua cinese (anche come alternativa alla Cina continentale, dove le piattaforme occidentali non possono operare), hanno rafforzato l’industria dei servizi di produzione in Thailandia e contribuito a rendere mainstream le serie drammatiche coreane e i reality show in tutta la regione.
“Non è una coincidenza che tutti questi record al botteghino abbiano luogo nello stesso periodo. Il pubblico è ormai piuttosto stanco dei contenuti hollywoodiani, con un sequel dopo l’altro”, afferma Lim Teck, produttore esecutivo della Clover Films, una società di distribuzione e produzione con sede a Singapore. Parallelamente allo spostamento verso un consumo di contenuti locali, i cineasti asiatici sono riusciti a sfruttare meglio le tecnologie digitali per realizzare film di qualità superiore. Questo è particolarmente evidente soprattutto nel campo dell’animazione.
I film malaysiani Papa Zola: The Movie e Ejen Ali: The Movie 1 e 2, il sudcoreano The King of Kings (che ha incassato 83 milioni di US$ [€ 71,6 milioni] a livello globale, per lo più negli Stati Uniti), l’indonesiano Jumbo e il cinese Ne Zha 2 hanno sfidato gli anime giapponesi sia a livello locale sia, in misura minore, regionale.
La tecnologia sta diventando più accessibile e i talenti nella produzione di effetti visivi e animazione sono meno concentrati in Nord America. “Tutti utilizzano la stessa tecnologia per realizzare film che rispecchiano la propria cultura. Jumbo è stato prodotto in Indonesia da molte persone che prima lavoravano per la Pixar negli Stati Uniti”, afferma Christopher Chen, a capo della Reno Studios. La sua società con sede a Taiwan ha contribuito in modo significativo alla realizzazione di Ne Zha 2 e ha coordinato gli altri subappaltatori asiatici coinvolti nel film.
“Prendiamo il film lettone Flow – Un mondo da salvare, che è costato 3 milioni di dollari (€ 2,6 milioni) e ha vinto l’Oscar come miglior film di animazione, oppure Diario di una lumaca, dall’Australia: non si tratta di eventi casuali e potrebbero ripetersi, come quando Godzilla Minus One ha vinto l’Oscar per gli Effetti Speciali nel 2024 grazie agli effetti visivi realizzati in Giappone”. “Oppure i film giapponesi della serie Demon Slayer, che stanno facendo grossi incassi ovunque perché parlano più alla Gen Z e mostrano come il Nord America sia rimasto isolato”, aggiunge Chen.
L’animazione, tuttavia, mette in luce una delle debolezze persistenti dell’industria del cinema asiatica. A differenza degli anime giapponesi capaci di superare i confini del loro paese, i lungometraggi live-action asiatici faticano ancora a conquistare il pubblico internazionale.
Non è invece così per il piccolo schermo: i dati sul consumo televisivo e in streaming mostrano che la competizione per ottenere l’attenzione del pubblico in molti mercati asiatici è ormai una contesa a tre, con i contenuti locali a godere della preferenza maggiore, seguiti da quelli coreani e infine dai programmi in lingua inglese. Ma tra tutti i successi locali citati in questo saggio, Godzilla, Exhuma e How to Make Millions Before Grandma Dies restano purtroppo le eccezioni che sono riuscite a ottenere un vero successo pan-regionale. È forse possibile sognare che il box office riesca davvero a superare i livelli del 2019, se solo le chicche del cinema asiatico venissero proiettate più diffusamente nelle sale di tutta l’Asia?