Cosa succederebbe se nelle sale cinematografiche di un paese fosse per un lungo periodo bloccata la programmazione dei grandi film delle major americane? Trionfo del prodotto locale? Al contrario! Nel 2011, l'Indonesia è divenuta un interessante laboratorio di sperimentazione per rispondere ad annosi quesiti sul dominio globale dei blockbuster hollywoodiani.
A seguito dell'introduzione di un nuovo dazio sulle rendite derivanti dall'importazione dei film, che andavano ad intaccare direttamente i profitti dei detentori dei diritti originali, la Motion Pictures Association of America (MPAA), che raggruppa le sei grandi major hollywodiane, ha di fatto bloccato l'importazione sul mercato indonesiano dei principali titoli americani dal febbraio all'agosto dello scorso anno. Il controverso provvedimento governativo che ha ingenerato tale situazione era stato presentato come misura d'incentivo alla produzione locale (più in forma di deterrente all'importazione di film stranieri che di effettivo sostegno al prodotto locale, giacché non era stato specificato in alcun modo che i maggiori introiti fiscali sarebbero stati incanalati in un possibile supporto alla produzione). In realtà, si è trattato di una misura drastica per reclamare un ingente credito fiscale presso i principali importatori di pellicole americane, ossia le compagnie di distribuzione PT Camila Internusa Film e PT Satrya Perkasa Esthetika Film. Entrambe le compagnie fanno, in realtà, capo al Cineplex 21 Group, ossia al conglomerato che dai tempi della dittatura di Soeharto controlla pressoché monopolisticamente esercizio e distribuzione nel paese. Il debito originale si attestava intorno ai 3.5 milioni di dollari, ma con tasse ed interessi si dice si fosse gonfiato di circa dieci volte, portando ad un conflitto legale e al sostanziale blocco delle licenze delle compagnie interessate.
Mentre si proclamava il bando per l'assegnazione di nuove licenze per l'importazione – misura teoricamente ben vista come incentivo alla concorrenza, ma che si è risolta con una desolante bocciatura della maggior parte dei candidati, in quanto rivelatisi tutti emanazioni del Gruppo 21, e la conferma di una sola nuova licenza alla PT Omega Film, anch'essa certamente affiliata al Gruppo 21 - , le sale indonesiane si sono trovate sguarnite dei blockbuster che riempivano le sale del resto del mondo. Con esiti devastanti: il box office nazionale sarebbe crollato del 50-60% (non esiste purtroppo in Indonesia un sistema accreditato di rilevazione degli incassi quindi le stime sono sempre approssimative), mentre il già radicato fenomeno della pirateria ha trovato un ulteriore incentivo e i più abbienti (o i più vicini) pare si recassero in Malaysia o Singapore per vedere in sala i film indisponibili in patria. Le produzioni locali e le importazioni di altri film commerciali asiatici, nonché di film americani non prodotti dagli studio associati nella MPAA (distribuiti principalmente dalla PT Amero Mitra Film, altra società del Gruppo 21), non sono riuscite a compensare l'enorme emorragia di pubblico, spingendo l'intero settore dell'esercizio alla crisi e alla richiesta al governo di risolvere il contenzioso con la MPAA.
La soluzione è arrivata con la proposta di una nuova tassa che grava unicamente sugli importatori, commisurata alla durata dei film. Un balzello che, ovviamente, riduce la varietà del prodotto disponibile nelle sale indonesiane, incentivando l'importazione di “successi assicurati” e riducendo le chance di distribuzione per prodotti più arrischiati o di nicchia. A fine luglio, quindi, con l'ultimo capitolo della saga di Harry Potter si è riaperto il flusso delle uscite dei blockbuster a stelle e strisce, ma non tutto è tornato alla normalità. Nell'industria, infatti, corre voce che gli incassi non si siano normalizzati e che la disaffezione del pubblico causata dai mesi senza film USA si sia cronicizzata. Una prospettiva preoccupante che dovrà essere verificata nel 2012.
Per quanto concerne la produzione nazionale, del resto, il bilancio dell'annata 2011 è stato tutt'altro che esaltante. Se numericamente la quantità di film prodotti e distribuiti si è mantenuta tutto sommato stabile, quasi novanta titoli, l'incasso medio per film ha conosciuto una sicura flessione. Se in anni passati i grandi successi commerciali potevano vantare platee sopra il milione di spettatori, nel 2011, il più grande incasso nazionale, Surat Kecil Untuk Tuhan (A Little Letter to the Lord) di Harris Nizam, avrebbe raccolto soltanto 700,000 spettatori. A pagare maggiormente lo scorro della contrazione degli incassi sono stati gli horror, nelle loro svariate coloriture, dal comico al sexy; segno forse di una disaffezione per un filone che pareva fonte di sicuri introiti, ma che, eccessivamente inflazionato, è ora forse prossimo all'esaurimento.
Hanno dimostrato invece buona tenuta altri due generi di consolidata tradizione, i film a tematica religiosa e i film per ragazzi. Tra i primi segnaliamo una produzione di buon livello come Di bawah Lindungan Ka'bah (Under the protection of Ka'bah) di Hanny R. Saputra, tratto da un popolare romanzo che era già stato adattato per il grande schermo negli anni Ottanta, e il controverso ? di Hanung Bramantyo, che affronta i problemi del mosaico interreligioso del paese. Tra i secondi, che comprendono talvolta pellicole anch'esse infuse di valori e messaggi religiosi, segnaliamo due film di Rudi Soedjarwo, Lima Elang (Five Eagles) e Garuda di Dadaku 2 (Garuda in My Chest 2), seguito del fortunato film sul calcio di Ifa Isfansyah, e un altro lavoro di Hanung Bramantyo, Tendangan dari Langit (A Kick from heaven), anch'esso incentrato sulla passione per il pallone.
Vale la pena menzionare anche il buon successo di critica e pubblico del dramma Catatan Harian si Boy (Boy's Diary) di Putrama Tuta, l'insolita satira politica a base di scoregge di Kentut (Fart) di Aria Kusumadewa con protagonista Deddy Mizwar e l'ambizioso adattamento letterario Sang Penari (The Dancer) di Ifa Isfansyah che, sebbene quasi ignorato dal pubblico (forse anche perché recitato in giavanese) ha vinto il premio Citra come miglior film dell'anno al Festival Filem Indonesia.
Il film indonesiano che ha fatto più parlare di sé nel 2011 non è però ancora uscito in Indonesia. Il film d'azione Serbuan Maut (The Raid), diretto dal britannico Gareth Huw Evans, presentato in prima mondiale a Toronto, è diventato probabilmente il film indonesiano meglio venduto internazionalmente di sempre e il seguito, Berendal, è già in pre-produzione. In questo scorcio di 2012, buone notizie sul fronte internazionale sono venute anche dalla partecipazione in concorso alla Berlinale di Kebun Binatang (Postcards from the Zoo) di Edwin, primo film indonesiano invitato in una grande competizione europea da almeno cinquant'anni.
A fronte di queste affermazioni, un nuovo interesse istituzionale verso il cinema si manifesta nella ventilata intenzione del Ministro del Turismo e dell'Economia Creativa Mari Elka Pangestu di creare un sistema di fondi o prestiti per incentivare la produzione. Dopo un annus horribilis, è inevitabile riporre speranze nei barlumi che paiono indicare un'uscita dal tunnel.
Paolo Bertolin