Per il cinema di Singapore il 2013 è stato un anno memorabile principalmente a causa di due film, caratterizzati da uno stile registico e una filosofia decisamente diversi tra loro, ma che hanno permesso di raggiungere a entrambi livelli di successo senza precedenti e a pieno titolo.
Prima c’è stato il riconoscimento internazionale di Ilo Ilo, lungometraggio di esordio del ventinovenne Anthony Chen. Catapultato sulle prime pagine dei giornali per aver ricevuto il premio Caméra d’Or al Festival di Cannes nel mese di maggio, il film ha moltiplicato il proprio successo attraverso diversi premi internazionali tra i quali miglior film, miglior regista esordiente, migliore sceneggiatura originale e migliore attrice non protagonista alla cinquantesima edizione del Golden Horse Film Festival di Taipei, a Taiwan, oltre a premi e riconoscimenti in festival di tutto il mondo.
Ilo Ilo parla di una tipica famiglia della classe borghese di Singapore che cerca faticosamente di tirare avanti durante la crisi finanziaria asiatica della seconda metà degli anni Novanta. La famiglia è composta da Teck (Chen Tianwen), da sua moglie Hwee Leng (l’attrice malaysiana Yeo Yann Yann) che lavora pur essendo incinta, e dal loro turbolento figlioletto di 10 anni, Jiale (Koh Jia Ler). Fanno da cornice alla trama l’arrivo e, alla fine, la partenza di Teresa (l’attrice filippina Angeli Bayani), la loro nuova cameriera proveniente dalla provincia di Ilo Ilo, nelle Filippine. Inizialmente Jiale non gradisce la Zia Terry, come la chiama lui, ma il suo atteggiamento negativo nei confronti della donna si tramuta gradualmente in un forte legame. La storia delicata, umana e introspettiva di Chen descrive le prove a cui è sottoposta una cameriera straniera per adattarsi alla vita in una famiglia e un paese stranieri, mentre i suoi datori di lavoro devono abituarsi alla presenza di una straniera nella loro vita. Il film però mostra anche la natura e le sfumature dei vari personaggi, oltre ai loro rapporti reciproci: tra moglie e marito, tra genitore e figlio, e di ogni membro della famiglia con Teresa. Attraverso la loro interazione con la cameriera, ne percepiamo i difetti ma anche un’intrinseca rispettabilità. Ilo Ilo è straordinario per la sua onestà e il realismo, l’ottima sceneggiatura, la delicatezza narrativa e le ottime interpretazioni, che sono insolite nei film singaporesi. Il regista Chen, inoltre, ha ricreato con sorprendente autenticità l’atmosfera di questo passato recente curando il set sin nei più piccoli dettagli.
Lungi dall’essere un film d’essai e di nicchia, Ilo Ilo è accessibile al grande pubblico e questo si riflette in risultati di tutto rispetto: in Francia, dove è uscito in ottanta sale, il film si è piazzato al quinto posto nella classifica del botteghino di Parigi e in patria, con il suo ritorno in sala a novembre, ha oltrepassato il traguardo di un milione di dollari singaporesi, cosa rara per un film locale e ancor più rara per un film che non è una commedia, un horror o un action. Singapore, che ha atteso a lungo un vero riconoscimento internazionale, con Ilo Ilo ha finalmente raggiunto l’obiettivo. Per Anthony Chen, che è stato anche invitato a Los Angeles come uno dei “10 registi da tenere d’occhio” di Variety, il fatto di trovarsi improvvisamente sotto le luci della ribalta internazionale rappresenta una soddisfazione ma anche una vera e propria sfida.
In un contesto più locale, anche Jack Neo, forse il volto più familiare del panorama televisivo e cinematografico di Singapore, ha avuto un successo senza precedenti. Il suo Ah Boys to Men (2012), su un plotone di reclute che cercano di fare i conti con il passaggio dallo stato di civili alla vita militare, è diventato rapidamente il film con i maggiori incassi della storia del cinema di Singapore. Gli oltre 6,2 milioni di dollari singaporesi incassati gli hanno fatto superare il record di Money No Enough, campione in carica dal 1998. Subito dopo però lo scettro è passato a Ah Boys to Men 2 (costato 3 milioni di dollari singaporesi), il sequel diretto sempre da Neo e uscito in sala il 31 gennaio del 2013, che ha incassato 7,9 milioni di dollari singaporesi e, nella classifica di botteghino del 2013, si è piazzato al secondo posto, in mezzo ai blockbuster hollywoodiani guidati dallo statunitense Iron Man 3 (12,6 milioni di dollari singaporesi) della Marvel Comics.
Ah Boys to Men 2 conserva gran parte del cast dell’originale Ah Boys. Ken (Joshua Tan), il giovane viziato del primo film, è ormai maturato e il suo atteggiamento negativo nei confronti del servizio militare è sparito, ma la sua trasformazione lo mette in difficoltà con alcuni dei suoi commilitoni. Quando una delle reclute viene piantata dalla sua ragazza, gli altri lo aiutano ad architettare un piano per punire il nuovo fidanzato. Quest’ultimo si vendica, scoppia una rissa e Ken accorre in aiuto, rivelandosi un amico leale. Il terzo film della serie è già in preparazione e a questo si aggiungerà, nel corso di quest’anno, anche un musical teatrale.
Per il Capodanno cinese del 2014 Jack Neo ha realizzato The Lion Men (uscito il 30 gennaio), incentrato su due gruppi di danza del leone a Singapore. Diversi membri del tradizionalissimo gruppo Tiger Crane guidato dal Gran Maestro He (Chen Tianwen) ne escono per formare un gruppo indipendente chiamato Storm Riders che introduce una versione moderna della danza del leone con elementi nuovi tra cui vistose acrobazie, danzatori sui trampoli e influssi hip-hop. Il nemico comune di entrambi i gruppi è il gruppo gangsteristico dei Black Hawk, in concorrenza con loro per vincere una importante gara di danza del leone. Per complicare le cose, entrambi i primi ballerini dei Tiger Crane e degli Storm Riders (rispettivamente Wang Wei Liang e Tosh Zhang) sono innamorati della figlia del Gran Maestro He (interpretata dall’attrice della Cina continentale Eva Cheng). Il film, nonostante a Neo vada riconosciuto il merito di aver messo in luce l’arte cinese della danza del leone, è sfortunatamente un inutile ammasso di generi e trame secondarie, con una quantità indecorosa di product placement. Buttati a caso fra la rivalità tra gruppi di danzatori e un giovane e romantico triangolo amoroso, troviamo combattimenti tra bande, un confronto finale a colpi di kung fu, danza hip hop, evoluzioni acrobatiche e divagazioni nel fantasy di supereroi con un mucchio di CGI. Il film si conclude bruscamente, come un episodio di una serie televisiva che continuerà nella puntata successiva. Malgrado ciò, Lion Men al botteghino è andato bene, con un incasso totale di 4 milioni di dollari singaporesi, di cui 1,8 nelle prime due settimane di tenitura.
In effetti, Jack Neo è arrivato al cinema dalla televisionee comprende bene le attrattive che la familiarità e la prevedibilità che i programmi televisivi offrono a gran parte degli spettatori. In questo senso, i film di Neo possono essere considerati una derivazione di commedie e drammi televisivi. Il sentimentalismo, l’accento sui dialoghi, la recitazione esagerata, nonché montaggio e inquadrature in stile televisivo, sono accettati e persino apprezzati dal suo pubblico che peraltro è felice di sentire dialetti cinesi come l’Hokkien sbucare da dialoghi che per la maggior parte sono in mandarino. È qualcosa che esalta il sapore locale dei film. Inoltre, il suo piglio didattico è in sintonia con l’opinione di molti abitanti di Singapore, visto che questo è da sempre il modo in cui il governo e le istituzioni del paese comunicano con la popolazione. Il familiare misto di commedia, satira, melodramma e lezioni di morale di Neo riflette le preoccupazioni del singaporese medio, che sono la famiglia, il lavoro, l’istruzione, il servizio militare, i problemi finanziari e le questioni sociali. Di conseguenza, tali caratteristiche garantiscono ai suoi film un bel successo locale, anche se è utopistico pensare che possa penetrare in mercati internazionali più ampi, come nel caso di Ilo Ilo.
Sex.Violence.FamilyValues, esordio alla regia dello sceneggiatore Ken Quek, di cui abbiamo parlato lo scorso anno, alla fine ce l’ha fatta ad arrivare sugli schermi nel marzo del 2013. Uscito inizialmente nell’ottobre del 2012, era stato proibito dalle autorità subito dopo la prima, in seguito alle accuse di razzismo. Il regista ha fatto ricorso, spiegando che le osservazioni ritenute razziste in realtà erano una satira contro il razzismo stesso. Alla fine è stato lasciato tutto come prima e il regista ha solo reso tali osservazioni meno evidenti alterandone la musica di sottofondo.
Innocents è il primo lungometraggio della regista e produttrice Wong Chen-hsi, che ha curato anche la sceneggiatura di questo film sull’amicizia tra due bambini che a scuola sperimentano solitudine e ostracismo. L’esordio alla regia di Wong ha ricevuto diversi riconoscimenti a festival internazionali, compreso quello per la miglior regia all’Asian New Talent International Film Festival di Shanghai. Le bellissime riprese degli undicenni Syafiqah (Nameera Ashley) e Huat (Cai Chengyue) che vagano in angoli deserti ma pittoreschi della città-isola, accompagnati da un delicato sottofondo di pianoforte, emanano un’atmosfera malinconica e sognante. La trama però viene in un certo senso messa in ombra dalla raffinatezza formale del film.
That Girl in Pinafore, per la regia di Chai Yee Wei, è una storia romantica tra adolescenti ambientata a Singapore nel 1993 sullo sfondo del popolare movimento musicale xinyao (canzoni e ballate locali in mandarino sulla gioventù e la vita a Singapore), che ha preso piede negli anni Ottanta per esaurirsi verso la metà degli anni Novanta. Come The Road Less Travelled (1997) di Lim Suat Yen, primo film di Singapore sullo xinyao, anche That Girl in Pinafore parla di amicizia, di sogni inseguiti, di primi amori e di disillusioni. In questo racconto tradizionale, le parti migliori sono date dalle canzoni e dalle sequenze di ballo in cui appaiono anche le famose gemelle Hayley e Jayley Woo.
Nel cinema di Singapore sono importanti anche i documentari. Tra i documentaristi più importanti troviamo Tan Pin Pin il quale, sia con corti che con lungometraggi come Singapore GaGa e Invisible City, riporta a galla ciò che è stato dimenticato o ignorato. Il suo nuovo film, To Singapore, with Love (2013) non è diverso dagli altri, sotto questo aspetto: rompendo un tabù, la regista guarda la propria città natale attraverso gli occhi degli esiliati politici, alcuni dei quali non mettono piede a Singapore da oltre mezzo secolo. Da Malaysia, Thailandia e Regno Unito, questi anziani esuli raccontano la loro vita e la loro visione della Singapore per la quale hanno lottato e che sono stati costretti a lasciare. Il film è stato proiettato in prima mondiale all’International Film Festival di Busan, in Corea del Sud, e ha ottenuto il premio per la miglior regia nella sezione Documentari alla decima edizione del Dubai International Film Festival. Nel momento in cui stiamo scrivendo, To Singapore, with Love non è ancora uscito in sala a Singapore, ma si spera vivamente che, una volta sottoposto alle autorità, potrà essere proiettato senza alcuna restrizione.
Il titolo Menstrual Man, di Amit Virmani, un regista indiano che lavora a Singapore, non è uno scherzo e nemmeno una provocazione. In India molte donne non possono permettersi di comprare assorbenti intimi, non possono usarli o, semplicemente, non sanno nemmeno che esistono e per questa ragione sono più esposte a malattie dell’apparato riproduttivo e spesso vengono isolate e considerate sporche durante il periodo mestruale.
L’imprenditore indiano Arunachalam Muruganantham, essendosi accorto del problema, ha cercato di cambiare le cose ideando e pubblicizzando abilmente una macchina manuale per fabbricare un prodotto alternativo semplice ma efficace. Il documentario di Virmani, oltre ad essere un omaggio a questo mirabile inventore, è anche uno strumento di informazione per diffondere l’idea in tutta l’India in modo comprensibile e piacevole.
Una novità gradita agli appassionati di cinema è l’annunciata rinascita del Singapore International Film Festival (con il nuovo acronimo SGIFF), ora alla sua venticinquesima edizione. Il SIFF originale aveva avuto qualche difficoltà dopo le dimissioni, nell’agosto 2008, di Philip Cheah, da sempre suo organizzatore e guida spirituale. Il festival, che si era interrotto dopo l’edizione del 2011, riaprirà i battenti nel 2014, non più nella sua collocazione abituale del mese di aprile, bensì a fine anno, in concomitanza con l’Asia Television Forum & Market (ATF) e gli ScreenSingapore and Asian Television Awards (ATA). Il nuovo comitato del festival sarà diretto da Shaw Soo Wei, ex direttore esecutivo della Hong Kong International Film Festival Society, mentre il direttore del festival sarà Wahyuni (Yuni) Hadi, coproduttore del pluripremiato Ilo Ilo oltre che ex condirettore del SIFF insieme a Zhang Wenjie, che ora ricoprirà il ruolo di capo dell’ufficio programmazione.
Nota: 1 dollaro singaporese = 0,788 dollari USA / € 0,58
Yvonne Ng Uhde and Jan Uhde