Nuovo anno, nuova celebrazione: nel 2025 c’è stato il 60° anniversario dell’indipendenza di Singapore. Sotto l’etichetta di SG60 è stata organizzata una vasta gamma di eventi (concerti, spettacoli pubblici, mostre, tornei sportivi, fuochi d’artificio, voucher gratuiti, soggiorni scontati in hotel e altro ancora) per commemorare l’occasione.
Prendendo spunto dallo straordinario film antologico 7 Letters, realizzato per le monumentali celebrazioni di SG50 nel 2015, è stata prodotta un’opera simile intitolata Kopitiam Days. Entrambi i film antologici riuniscono registi affermati ed emergenti, i cui segmenti offrono uno spaccato dello stato del cinema singaporiano. Questa volta, i sei episodi sono diretti rispettivamente da Yeo Siew Hua, Shoki Lin, M. Raihan Halim, Tan Siyou, Don Aravind e Ong Kuo Sin.
I segmenti spaziano tra vari generi. Comprendono una commedia d’azione wuxia (Yeo Siew Hua), un dramma realistico su una performer dell’opera cinese e il suo mecenate (Shoki Lin), un dramma familiare con elementi fantascientifici su un’anziana e un robot (M. Raihan Halim), un raffinato quadretto di vita quotidiana sui sentimenti di una ragazza nei confronti del proprio paese mentre studia ad Amsterdam (Tan Siyou), una storia d’amore contrastata ambientata negli anni Ottanta (Don Aravind) e un dramma intergenerazionale incentrato su un telefono a gettoni smarrito (Ong Kuo Sin). Il kopitiam del titolo (è un termine locale per indicare una caffetteria), fa da filo conduttore, fungendo da punto strategico per i vari episodi. Nel 2025 sono usciti anche lungometraggi individuali di tre dei sei registi.
Il sempre più prolifico Ong Kuo Sin è tornato con due film in lingua cinese. Number 2 è il sequel di Number 1, un’esilarante commedia del 2020 dal sorprendente successo incentrata sul mondo delle drag queen; invece, A Good Child è un melodramma straordinariamente ben calibrato sul rapporto tra una madre e suo figlio, che è anche un performer drag. Questi due lungometraggi sono indice della crescita di un mercato LGBTQ in Asia e contribuiscono a dare visibilità a un tema a lungo evitato a Singapore.
M. Raihan Halim è da sempre attratto dalle storie di outsider, come dimostrava già la sua opera prima, Banting (2014), in cui una ragazza affronta lo sgomento della sua rigida famiglia musulmana per inseguire la propria passione per il wrestling professionistico, e La Luna (2023), dove l’ortodossia religiosa si scontra con valori più liberali quando l’apertura di un negozio di lingerie scatena situazioni nello stile delle britanniche commedie Ealing in una comunità svantaggiata e dominata da diverse autorità morali. Nel suo nuovo film Badak vediamo un aspirante artista hip-hop che affronta difficili traumi intergenerazionali per farsi strada nell’insidiosa industria musicale di Kuala Lumpur. Abbandonando l’umorismo più marcato dei lavori precedenti, Raihan propone qui un racconto più naturalistico di scoperta di sé e di legami familiari, sostenuto da energici numeri hip-hop.
Sulla stessa linea di ribellione giovanile, ma in modo ancora più esplicito, si colloca Amoeba, esordio di Tan Siyou nel lungometraggio. Ambientata in un’immaginaria scuola femminile d’élite dall’inquietante nome di Confucius’ Girl’s School, la storia è incentrata sull’arrivo di una nuova studentessa, Choo Xin Yu, che trova amicizia e solidarietà in un gruppo di compagne affini. L’impostazione autoritaria dell’istituto permea ogni aspetto della vita scolastica, offrendo a questo quartetto di emarginate numerosi motivi di ribellione.
Con ogni atto di sfida, le ragazze conquistano un pezzo di sé, che per delle adolescenti alla soglia dell’età adulta rappresenta qualcosa di estremamente prezioso. Per proteggersi dalla natura oppressiva della loro realtà, le amiche stringono un patto e si giurano fedeltà reciproca sul modello delle triadi cinesi. A guidarle nel mondo delle società segrete c’è un amico di famiglia, Zio Poon, interpretato nientemeno che dall’attore taiwanese Jack Kao, noto per le sue numerose apparizioni in film sulla malavita sin dalla fine degli anni Ottanta.
Quando una videocamera smarrita, che contiene riprese del tempo trascorso insieme, viene trovata da un’insegnante, tutte le amiche vengono temporaneamente sospese. In molti film, questo episodio segnerebbe l’inizio di un’inevitabile frattura nel loro rapporto. Qui invece no: la vita continua e le ragazze progettano di restare unite anche dopo il diploma, iscrivendosi allo stesso biennio pre-universitario. È proprio a questo punto, però, che la situazione inizia a incrinarsi.
Ciò che finisce davvero per dividerle è qualcosa di più concreto: le ragazze si ritrovano ad avere visioni opposte su classe sociale, aspirazioni, aspettative familiari e ideali per il futuro. Una bugia detta in buona fede da una di loro fa crollare questo fragile equilibrio, e Choo, che dipende dal gruppo più delle altre, si ritrova ad affrontare il futuro da sola.
Il mese di agosto ha visto la chiusura improvvisa di The Projector, amato cinema indipendente dedicato al cinema d’autore e alle proiezioni fuori dai circuiti mainstream, dopo 12 anni di attività. A settembre, la Cathay Cineplexes ha chiuso i battenti dopo ben 86 anni di attività a Singapore. La casa madre Mm2 Asia ha indicato tra le cause principali delle perdite gli elevati costi operativi, la concorrenza delle piattaforme di streaming e la difficoltà di riprendersi completamente dopo la pandemia di Covid-19.
A dicembre, uno sviluppo interessante dopo le chiusure è stato l’annuncio del presidente della Singapore Film Society che la società, in collaborazione con Golden Village (uno dei due esercenti cinematografici rimasti), curerà la programmazione dei film dal venerdì alla domenica in una delle sale di Golden Village lungo Orchard Road.
Il primo dei due titoli a essere distribuiti in questo modo è uno sconosciuto film taiwanese del 1979, The Fellow Who Rejected College, scelto dal presidente come autogratificazione: ha infatti dichiarato di averlo visto ben 49 volte! L’altro film è The Old Man and His Car di Michael Kam.
Docente presso la School of Film and Media Studies del Ngee Ann Polytechnic, Michael Kam ha trascorso oltre 20 anni realizzando cortometraggi e preparandosi per questo suo esordio nel lungometraggio. Nel raccontare la storia di un uomo solitario costretto a separarsi dalla sua amata berlina Mercedes, il regista costruisce una superficie narrativa apparentemente quieta sotto la quale scorre un’intensa corrente emotiva che esplode a tratti con forza vulcanica.
Il tutto è sostenuto dall’interpretazione dell’attore veterano Lim Kay Tong nel ruolo di Hock, l’anziano protagonista. Egli incarna un archetipo profondamente locale: uomini sul viale del tramonto che hanno dedicato gran parte della loro vita al lavoro al servizio del paese, e che parlano principalmente inglese con qualche sprazzo di dialetto locale. Particolarmente interessanti sono le interazioni di Hock con i vari personaggi che incontra mentre cerca di vendere la sua auto: a rafforzare il senso di isolamento e distacco contribuisce il fatto che molti di loro non parlano la sua stessa lingua. Quando incontra June (Kristin Tiara), che parla inglese, può finalmente abbassare le difese e cercare di riconciliarsi in qualche modo con il proprio passato.
Forse non è così evidente per il pubblico straniero, ma il modo di parlare e la scelta delle lingue da utilizzare (Singapore possiede quattro lingue ufficiali) possono spesso decretare il successo o il fallimento di un film singaporiano. Il lavoro necessario per costruire una realtà cinematografica può essere facilmente compromesso da una frase mal calibrata o un’intonazione poco convincente. Questo è particolarmente vero per i film che cercano di rappresentare una realtà interamente singaporiana. Da questo punto di vista, nessuno dei film di quest’anno riesce neanche lontanamente a riprodurre in maniera fedele l’esperienza di Singapore. Per trovare quel tipo di autenticità, bisogna piuttosto guardare ai documentari locali.
Se è vero che il documentario mira a riprodurre la realtà, è comunque raro trovarne uno in grado di cogliere un’autenticità genuina nei gesti e nelle parole. Per questo è stato entusiasmante imbattersi in un film del genere. Coda segue un coro di ex studenti, il Victoria Chorale, mentre si prepara a partecipare a un festival corale internazionale. Il fatto che la stessa regista Jac Min faccia parte del coro consente al documentario pieno accesso a prove, esibizioni e momenti di vita quotidiana.
Il fascino del film risiede non tanto nei momenti di tensione che precedono la gara, quanto nell’esperienza immersiva delle voci e dei gesti reali che riesce a catturare, a riprova del celebre adagio secondo cui “il cinema è verità a 24 fotogrammi al secondo”.
Warren Sin