Denaro e guai: il cinema sudcoreano nel 2014

Gli ultimi dodici mesi del cinema coreano sono stati caratterizzati da due film di grandissimo successo, da una tendenza di accelerazione e diverse controversie. Dire se sia stato un anno positivo o negativo dipende moltissimo dalla persona con cui capita di parlarne, ma di sicuro il 2014 è stato un anno memorabile.
A partire dai successi. All’inizio del 2014, nella classifica dei dieci campioni d’incassi di tutta la storia del cinema coreano il campione in carica era il film di James Cameron del 2009, Avatar, con 13,6 milioni di biglietti venduti, ma i posti successivi, dal secondo fino al decimo della classifica, erano occupati tutti da film nazionali, due dei quali (il monster movie The Host di Bong Joon-ho, del 2006, e il poliziesco The Thieves di Choi Dong-hoon, del 2012) avevano superato di poco la soglia dei 13 milioni di biglietti. Il record di Avatar sembrava ancora garantito. In un paese di 50 milioni di abitanti, ci deve per forza essere un limite massimo di biglietti che un singolo film può vendere. Il risultato di Avatar, che rappresentava il 27% della popolazione, era considerato da molti osservatori del settore il massimo potenzialmente raggiungibile da un film.

E invece, nel 2014 due film coreani hanno finito per superare Avatar. Il primo, Roaring Currents di Kim Han-min (War of the Arrows), uscito in sala alla fine di luglio, è l’adattamento cinematografico di un famoso capitolo della storia militare coreana. Nel 1597, durante l’invasione della Corea da parte di Hideyoshi, il celebre ammiraglio Yi Sun-sin prese il comando di un malconcio gruppo di tredici navi da guerra e riuscì a sconfiggere una flotta trecento navi giapponesi. Questa vittoria di Davide contro Golia era stata già oggetto di diversi adattamenti per cinema e televisione, ma i progressi fatti con la CGI hanno permesso a Kim di creare una battaglia epica ed estremamente ricca di dettagli, che prende un’ora piena del film.

Choi Min-sik (Oldboy, Lucy) è stato un’ottima scelta nel ruolo del protagonista Yi Sun-sin, anche se sfortunatamente la sceneggiatura non ha dato al personaggio una grande profondità. La decisione di affidare i ruoli degli antagonisti giapponesi ad attori coreani è stata una decisione discutibile che ha provocato un ampio dibattito tra il pubblico, e alla fine il film ha suscitato una reazione tiepida della critica e persino di gran parte del pubblico. Eppure è diventato il classico film imperdibile, perché mescola la storia commovente di un trionfo nazionale, un attore protagonista apprezzato e riflessioni sul comando che sembravano adatte all’attuale  clima politico. Per mezzo di un pubblico maschile di mezza età il film è schizzato oltre Avatar in sole due settimane e mezzo, finendo la programmazione con il sorprendente risultato di 17,6 milioni di biglietti venduti.

L’altro film di enorme successo è stato distribuito in dicembre, il secondo periodo di maggior affluenza al cinema nell’arco dell’anno. Ode to My Father di JK Youn non è tratto da una vicenda reale, ma ha molto a che vedere con la storia, svolgendosi in un’epoca che va dalla guerra di Corea fino ai giorni nostri. Ispirato per certi versi a pellicole come Forrest Gump e Always – Sunset on Third Street, la storia è una carrellata dei principali eventi e forze storiche che hanno modellato la Corea negli ultimi sessant’anni, visti attraverso gli occhi di un cittadino qualunque. Più specificatamente, Youn ha affermato che voleva realizzare un film che mettesse in evidenza e rendesse omaggio ai sacrifici fatti dalla generazione alla quale apparteneva suo padre. All’inizio del film il protagonista Duk-soo è solo un ragazzino e, durante un caotico sfollamento da Hungnam nella Corea del Nord, viene separato dal padre e dalla sorella minore, per approdare infine a Busan con la madre e altri due fratelli. Nei decenni successivi la vita si fa dura, e per mantenere la famiglia egli accetta di lavorare prima come minatore in Germania e successivamente come tecnico durante la guerra del Vietnam, sognando sempre di ricongiungersi ai suoi familiari dispersi.

Per diversi aspetti questo è il film più ambizioso di Youn, che nel corso degli anni ha avuto successo con la commedia sulla malavita My Boss My Hero (2001), la commedia sexy Sex Is Zero (presentata a Udine nel 2003), e il disaster movie sullo tsunami Haeundae, che da solo ha venduto 11 milioni di biglietti nel 2009 ed è stato anch’esso presentato al Far East Film. Alcuni critici hanno attaccato Ode to My Father per la sua prospettiva della storia moderna ritenuta conservatrice, ma questa è solo una delle possibili letture del film che, come tutti gli altri girati da Youn, dietro una superficie patinata nasconde degli spigoli. Anche se all’inizio il film non ha avuto la stessa forza di Roaring Currents, si è mantenuto in vetta alle classifiche o giù di lì per oltre due mesi e verso la fine di febbraio ha superato la soglia dei 14 milioni di biglietti venduti.

Se all’epoca di Shiri (1999), JSA (2000) e Friend (2001), un film di grande successo suscitava un diffuso ottimismo e buonumore, nel 2014 la reazione del settore al successo di Roaring Currents e Ode to My Father è stata più circospetta. Entrambi i film sono stati finanziati e distribuiti dalla CJ E&M, che torreggia sull’industria del cinema e ha attualmente un ruolo di spicco in territori come Vietnam e Indonesia. Mentre in passato molti ritenevano che il cinema locale fosse imprigionato in una battaglia contro Hollywood, in questi giorni le questioni urgenti che riguardano il settore hanno più a che fare con il ruolo di grosse conglomerate locali all’interno dell’industria cinematografica e con la crescente aziendalizzazione del processo di realizzazione dei film. In questo senso, l’arrivo di questi due grossi successi ha solamente sottolineato il fatto che il cinema coreano si trova attualmente in una situazione molto diversa rispetto a dieci o anche solo pochi anni fa.

Per quanto riguarda le cifre totali, l’industria del cinema coreano sta andando a tutto vapore. Nel 2014 i coreani hanno visto 4,19 film pro capite, e queste cifre li fanno diventare uno dei maggiori mercati cinematografici mondiali. Ciò si traduce nella vendita record di 166,4 milioni di biglietti complessivi. Eppure, lo scorso anno Hollywood si è presa una fetta della torta più grande del solito grazie al successo incontrollato di Frozen, Interstellar e altri titoli, facendo scendere la percentuale dei film coreani al 50,1%. Un rapporto del Korean Film Council sulla redditività complessiva dei film commerciali coreani ha messo in evidenza anche una caduta verticale dei profitti che, dal 15,4% del 2013 (una cifra molto alta, a dire il vero) lo scorso anno sono scesi allo 0,3%. In altre parole, nel settore cinematografico coreano qualcuno si sta arricchendo, ma la ricchezza non ha una distribuzione uniforme.

I ricchi potenziali sono anche il motore trainante per la principale tendenza degli ultimi tempi, vale a dire i rapporti sempre più calorosi tra le industrie cinematografiche coreana e cinese. Non si tratta di una tendenza nuova, ma è un movimento che sta chiaramente acquistando slancio. Un numero sempre maggiore di registi e divi coreani sta accettando offerte di girare film in Cina e un recente articolo di cronaca stimava che duecento produttori coreani si trovano in Cina nel tentativo di mettere in piedi nuovi progetti cinematografici. CJ E&M, che gestisce una catena di multisala in Cina, è attiva nella produzione di titoli in lingua mandarina, tra i quali anche una nuova versione della commedia coreana di successo Miss Granny che in Cina ha incassato 60 milioni di dollari USA. Al Busan International Film Festival del 2014, la presenza cinese era inequivocabile, con Youku Tudou e iQIYI che annunciavano accordi e festeggiavano con feste faraoniche. In ottobre, la Huace, società cinese dei media, ha acquistato quote del distributore coreano N.E.W per 52 milioni di dollari USA, mentre nel mese successivo il Dailan Wanda Group e la città di Busan hanno aperto insieme un fondo di investimento per il cinema da 180 milioni di dollari.

È evidente che questa tendenza dipende dall’interesse reciproco di entrambe le parti, ma le motivazioni di tale interesse sono diverse. La Cina ricerca soprattutto le competenze sudcoreane in termini di produzione di contenuti, conoscenze di marketing, utilizzo del potere divistico e innovazione tecnologica. La popolarità di musica e sceneggiati televisivi coreani in Cina a volte scatena la costernazione dei politici cinesi, ma chi lavora nell’industria culturale è ansioso di sviluppare progetti congiunti nella speranza di implementare le proprie competenze. Sul versante coreano l’interesse è – cosa tutt’altro che sorprendente – diretto alla vastità del mercato cinese e agli investimenti cinesi. Come mercato cinematografico, attualmente la Cina sovrasta di gran lunga la Corea, e il divario è destinato ad allargarsi.

Alcuni osservatori, quando vedono questi sviluppi, ripensano agli anni tra il 2004 e il 2006, quando l’inattesa impennata di interesse del Giappone nei confronti della cultura popolare coreana suscitò la frenesia degli investitori. Se riuscivano a scritturare un attore famoso, i produttori coreani erano in grado, con un singolo contratto di distribuzione in Giappone, di coprire più che abbondantemente i costi di produzione del film, e per un breve periodo, questo sovvertì completamente l’economia dell’industria del cinema coreano. Ma dopo un po’ il boom venne meno, i distributori giapponesi smisero di pagare cifre esorbitanti per i film coreani e l’industria del cinema in Corea entrò in una sorta di recessione.

Stavolta l’interesse da parte della Cina ha basi molto più ampie ed è probabile che abbia una durata considerevolmente maggiore. Se i film coreani possono trovare anche il benché minimo appiglio in Cina, diventando più attivi nella produzione di contenuti in mandarino, l’impatto sull’industria cinematografica coreana sarà enorme. In questo preciso istante c’è profumo di soldi nell’aria, ma se un giorno, prima o poi nel futuro, la Cina non avrà più bisogno dell’aiuto della Corea del Sud, il crollo sarà spaventoso.

L’altro motivo per cui il 2014, e indubbiamente anche il 2015, verranno ricordati sono le polemiche. Nell’aprile dello scorso anno la Corea ha subito la terribile tragedia del naufragio del traghetto Sewol che, per un eccessivo carico di passeggeri e automezzi, è affondato fra le forti correnti della costa sudoccidentale. Mentre il capitano e i membri dell’equipaggio sono stati tra i primi a salvarsi, ben 300 passeggeri, per la maggior parte studenti di una scuola superiore in gita, hanno perso la vita. Un cattivo coordinamento delle operazioni di salvataggio e il rifiuto da parte del governo di aiuti esterni hanno sollevato diverse polemiche riguardo alle competenze e alla coscienza di personaggi a tutti i livelli della catena di comando. Nel frattempo la nazione era piombata nel lutto e si rimetteva radicalmente in discussione, mentre la fiducia di diversi cittadini nella società del proprio paese veniva profondamente scossa.

Tutti i settori della società e dell’economia sono stati colpiti dalla tragedia, compresa l’industria del cinema. I festival cinematografici hanno cancellato red carpet e feste, e tre grosse società di distribuzione si sono trovate in difficoltà riguardo alla programmazione estiva, in quanto, per una terribile coincidenza, tre dei quattro principali film in uscita erano ambientati in mare ed erano storie di naufragi. Roaring Currents si svolgeva nientemeno che nello stesso pericoloso tratto dove il Sewol si era capovolto. Alla fine i film sono usciti come da programma e senza apparenti ripercussioni nel caso di Roaring Currents e The Pirates – un film in costume leggero e divertente. Invece Haemoo, una storia ben più cupa prodotta da Bong Joon-ho, è stato con tutta probabilità messo in difficoltà dai ricordi ancora vivi del naufragio.

Per tutta la primavera e l’estate, la tragedia ha provocato fratture profonde sulla scena politica, con il governo che subiva pesanti critiche e i partiti dell’opposizione che discutevano i termini di un’indagine ufficiale. Nel frattempo i registi Lee Sang-ho e Ahn Hae-ryong erano occupati nel montaggio del primo documentario sull’incidente. The Truth Shall Not Sink with Sewol (“La verità non deve affondare insieme al Sewol”, anche conosciuto con il titolo coreano meno infausto di “Campana subacquea”) è incentrato sul capo di una società di sommozzatori e dei suoi sforzi – in sostanza ostacolati dalle autorità – di prestare una campana subacquea da tre tonnellate per assistere nelle operazioni di salvataggio. Estremamente critico nei confronti del governo e dei mezzi di informazione locali, il documentario è stato invitato al Busan International Film Festival, ma poco prima della manifestazione il sindaco di Busan, Seo Byung-soo, ha richiesto pubblicamente che l’invito per il film fosse ritirato. Il direttore del festival, Lee Yong-kwan, gli ha opposto un rifiuto, è scoppiata una tempesta mediatica e le proiezioni sono andate avanti come da programma. Le riviste internazionali del settore hanno dedicato al film ottime recensioni e quello stesso mese il film è uscito in sala.

A quanto pare, però, il film e la sua presentazione a Busan hanno provocato ritorsioni da parte del governo: innanzitutto la città di Busan ha ordinato, alcune settimane dopo la fine del festival, quello che è stato definito un controllo punitivo e subito dopo il sindaco ha chiesto le dimissioni, rifiutate, di Lee. Nel contempo, il governo centrale ha nominato un nuovo direttore del Korean Film Council il quale ha subito introdotto misure come la richiesta di approvazione preventiva per tutte le proiezioni ai festival cinematografici coreani (in precedenza i festival erano esentati da simili prescrizioni a partire dalla loro terza edizione). Anche i programmi di sostegno al cinema indipendente hanno subito tagli e adattamenti al fine di fornire supporto solo a un limitato numero di titoli selezionati da un comitato nominato dal KOFIC.

L’industria del cinema ha reagito con rabbia, etichettando tali misure come un ritorno alla censura governativa che era stata dichiarata incostituzionale nel 1996. Sono state indette conferenze stampa e manifestazioni di protesta, ma il governo sembra avere la meglio. Questa situazione continuerà a riproporsi anche nel corso del 2015: pare che per cineasti la posta in gioco sia molto alta.

Con tutte le notizie e le questioni dello scorso anno, il cinema in sé e per sé sembra essersi allontanato dalle luci della ribalta, ma anche se non è stato un anno di rilievo per il cinema commerciale, ci sono stati comunque film molto interessanti in mezzo a una gran varietà di stili e generi. Uno di quelli che si sono fatti notare è Gangnam Blues, uscito all’inizio del 2015. Con i suoi film precedenti, Once Upon a Time in High School (2004) e A Dirty Carnival (2006), Yu Ha ha spinto il genere d’azione e quello sulla malavita verso direzioni affascinanti. Interessato all’interazione tra potere, politica e denaro, nella sua ultima pellicola Yu ha invece confezionato una complessa epopea incentrata sulla speculazione terriera nel distretto Gangnam, nella Seoul degli anni Settanta. Il pubblico internazionale avrà sicuramente familiarità con la ricca Gangnam mostrata dal famoso video di Psy, ma non più di quarant’anni fa la regione era principalmente agricola; Yu elabora una storia avvincente in cui diversi soggetti in conflitto tra loro scoprono il potenziale dell’area e usano qualunque mezzo pur di acquisirne una fetta più grossa degli altri.

Soldi e potere si intrecciano in vari modi anche in un altro dei successi dell’anno, Tazza: The Hidden Card. Tratto dal noto fumetto che ha ispirato il film di successo Tazza di Choi Dong-hoon del 2006, il sequel è ambientato nello stesso mondo ma si focalizza su personaggi diversi. Il regista Kang Hyoung-chul, i cui primi due film Scandal Makers e Sunny hanno sbancato il botteghino, racconta una storia di scommesse, disillusione e imbrogli con energia e brio, mentre il talentuoso cast fornisce diverse interpretazioni memorabili.

Il film più audace dell’anno per genere e tono è sicuramente My Ordinary Love Story di Lee Kwon, che è stato il film di chiusura della scorsa edizione del Puchon International Fantastic Film Festival, ma è stato ingiustamente trascurato dal pubblico durante la normale programmazione. Il film, che risulta difficile da descrivere senza svelarne le sorprese, è la storia di una giovane donna che, dopo una serie di relazioni disastrose, crede di aver finalmente trovato l’uomo giusto, ma alcune inspiegabili chiamate sul cellulare di lui la fanno insospettire e la trascinano in una situazione che ben presto è fuori controllo.

E se ci fosse un premio per i migliori costumi, andrebbe sicuramente a The Royal Tailor, un film drammatico in costume sui creatori di hanbok, i tradizionali costumi coreani, durante la dinastia Joseon. The Royal Tailor, seconda prova di Lee Won-suk, che ha vinto il premio del pubblico al Far East Film con la straordinaria commedia How to Use Guys with Secret Tips (2013), è una storia molto divertente e dalle immagini sgargianti di quella che a tratti è un’amicizia, a tratti una competizione, tra due stilisti con gusti e talenti molto diversi. La fortuna dei drammi in costume coreani non sembra dar segni di cedimento, ma è improbabile che questa moda possa produrre un film esteticamente migliore di questo.

Cart di Boo Ji-young prosegue invece una recente e affascinante tendenza di film sulle questioni sociali. Tratto da un fatto realmente accaduto, è la storia dei dipendenti di un discount che vengono improvvisamente licenziati e prendono la difficile decisione di indire uno sciopero. Decisamente commovente e sempre coinvolgente, Cart potrebbe essere sommariamente definito come una versione più accattivante di un film di Ken Loach. Non è stato un successo enorme, ma ha venduto comunque 800.000 biglietti e ha avuto una risposta calorosa da parte della critica.

Nell’ultimo decennio Hollywood ha fatto il remake di un buon numero di classici coreani contemporanei, come Oldboy, e nella maggior parte dei casi ha fatto solo pasticci. Per contrasto, con My Love My Bride c’è stato anche un regista contemporaneo che ha riadattato un amatissimo film coreano di Lee Myung-Se dei primi anni Novanta, facendone un successo. La nuova pellicola del regista di The Barber’s President, Lim Charn-sang, attualizza la storia nel presente, pur conservando lo sguardo introspettivo e commovente sulle realtà del matrimonio. Shin Min-a (Bittersweet Life) e Jo Jung-suk (The Face Reader) sono entrambi affascinanti e credibili nel ruolo della coppia protagonista.

Per quanto riguarda le opere prime, tra quelle di maggior rilievo c’era Confession di Lee Do-yun, incentrata su tre amici d’infanzia che da adulti si ritrovano spinti su strade diverse. La madre di uno dei tre ha un’attività di scommesse illegali e di nascosto chiede a uno degli amici del figlio di inscenare una finta rapina per riuscire a ottenere un risarcimento dall’assicurazione. Segreti, incomprensioni e tragedie fanno entrare in crisi i tre amici di questa cupa storia di formazione in cui il regista Lee mette in mostra un’inconsueta sensibilità e grandi capacità di caratterizzazione.

L’anno in corso sembra pieno di nuovi film in uscita, quasi ci fosse una sorta di fioritura produttiva. Alcuni dei titoli più attesi sono destinati al periodo di inizio estate, come l’ultima fatica di Ryoo Seung-wan, Veteran, e l’agghiacciante Gokseong del talentuoso e originalissimo Na Hong-jin (The Chaser). L’industria del cinema sarà probabilmente scossa ancora da subbugli e controversie, ma a quanto pare il pubblico avrà molto da vedere nelle sale.
Darcy Paquet