I cattivi sono più divertenti: intervista al regista An Tae-Jin

The Night Owl, film d’esordio del regista An Tae-jin,, ha avuto un ottimo riscontro al botteghino coreano nell’autunno 2022. An, già assistente alla regia di King and the Clown, il grande successo di Lee Joon-ik, è stato molto apprezzato per la sua regia precisa e il sapore da thriller contemporaneo di questo dramma storico. The Night Owl mi sembra sia stata una delle rivelazioni del cinema coreano dello scorso anno. Probabilmente le faranno spesso questa domanda, ma potrebbe spiegare come le è venuta l’idea principale di un personaggio affetto da cecità diurna?


Ad essere sincero, all’inizio questa idea mi è stata suggerita da qualcuno, e mi ha talmente intrigato che ho subito iniziato a fare delle ricerche. Si tratta di una malattia rarissima sulla quale non c’è una grande bibliografia, ma ho pensato che potesse essere il punto di partenza per un bel thriller, soprattutto perché solo il pubblico e il personaggio stesso avrebbero saputo che lui di notte ci vede. Ho pensato che sarebbe molto interessante se una persona simile dovesse essere testimone di un crimine.

— Quando si scrive una storia che intreccia un contenuto fittizio con fatti storici realmente accaduti, è probabile che ci sia qualche incrinatura. E, a dire il vero, in questo periodo il pubblico coreano è talmente sensibile alla questione delle distorsioni storiche che lei probabilmente sarà stato un po’ preoccupato prima della distribuzione in sala. Nell’affrontare un dramma storico, quali sono gli elementi sui quali si è concentrato particolarmente in fase di sceneggiatura?


Sentivo molta pressione, ma a quanto pare siamo stati in grado di far uscire il film senza grossi problemi. Penso che leggendo bene le testimonianze storiche, si possa sentire che le situazioni che abbiamo descritto nel film potrebbero persino essere state reali.
Mentre scrivevo la sceneggiatura, credevo fosse fondamentale non distorcere il contesto storico. Non si potrà mai sapere se re Injo abbia veramente ucciso il principe Sohyeon o no, ma proprio perché esistono prove che lo odiava tanto da ucciderlo, ho potuto completare con la mia fantasia i particolari che mancavano. Abbiamo reso chiaro che i personaggi inventati nella storia erano frutto di finzione. Ad esempio, il personaggio del primo ministro Choi è completamente inventato, così abbiamo usato un nome finto e ci siamo accertati che non potesse essere confuso con nessun personaggio storico veramente esistito.

 

— Deve aver fatto molte ricerche per realizzare questo film. Quindi, secondo lei perché re Injo odiava suo figlio così tanto da poterlo uccidere?


Perché era un sovrano che andò al potere con un colpo di stato ed era una persona piena di complessi. Avendo sofferto le umiliazioni dell’invasione Manciù del 1636, deve essere stato anche molto criticato. All’inizio, naturalmente, avrà voluto bene a suo figlio, ma quando il principe Sohyeon rientrò in Corea dopo otto anni e iniziò ad agire come intermediario tra il suo paese e la dinastia Qing, l’erronea percezione del re Injo che il principe prendesse solo le parti dei Qing deve essere cresciuta. Se ne può trovar prova nei libri di storia.


— Mentre guardavo il film, c’erano scene talmente cariche di suspense da farmi venire i brividi. Mi chiedo a quali scene lei abbia dato maggior enfasi mentre girava.


Nella storia ci sono alcuni momenti di svolta, ed è su quelli che ho insistito particolarmente. Ho dato molta enfasi soprattutto alla scena in cui Gyeong-su assiste alla morte del principe, perché è un momento che deve veramente agganciare lo spettatore. Ho pensato che il film non avrebbe funzionato se quella scena non avesse trasmesso l’orrore, la tensione e lo sconvolgimento. Oltre a essere una scena che chiarisce il fatto che questo è un thriller sul testimone di un omicidio, segna anche un momento cruciale nella vita di Gyeong-su.


— E la scena in cui la principessa Minhoe si reca da re Injo con la lettera di Gyeong-su? Quella scena rivela informazioni sconvolgenti sull’assassinio del figlio, e ha richiesto l’impegno coordinato di più attori.


A dire il vero, le scene in cui Gyeong-su se ne va in giro per conto suo non erano granché interessanti da girare, e non ero sicuro del risultato che avrebbero dato. Ma quelle in cui era necessario mettere insieme diversi attori e mescolare la loro energia sono state davvero divertenti da riprendere. Il momento in cui Minhoe viene espulso è quando si scoprono tre persone malvagie e io traggo molto piacere dalla scrittura di scene in cui i cattivi sono in azione (ride). Lo stesso vale per le riprese.


— Questo film contiene molte delle convenzioni legate al thriller, ma dal momento che l’agopuntore ha questa cecità diurna, è naturale che lei debba avere diverse riprese notturne o con luce fioca. Nonostante ciò, la fotografia non è mai monotona e il colore bluastro di queste scene ha un aspetto particolarmente elegante. Come ha affrontato la questione dell’illuminazione?


È tutto merito dell’esperta squadra di tecnici delle luci. Il tono è stato realizzato con il contributo del direttore della fotografia, delle luci, dei costumi e della scenografia. Il nostro principio guida in termini di illuminazione era quello di mantenere una netta distinzione tra le situazioni in cui Gyeong-su ci vede e quelle in cui non ci vede. Quando viene usata la luce aranciata (delle candele) Gyeong-su non è in grado di vedere nulla, ma quando quella luce è spenta, rimangono solo i toni bluastri e lui recupera la vista. La ragione per la quale i toni di blu sembrano così sontuosi è che le nostre attrezzature erano molto costose (ride). Il nostro direttore delle luci ha comprato un bel po’ di attrezzature piuttosto care da usare sul set.


— Sembra che nel film si faccia un uso minimalista della musica, allo scopo di aumentare la tensione. È un dramma storico; ma anche la decisione di non usare strumenti tradizionali è straordinaria. Ci parli della sua collaborazione con l’autore della colonna sonora, Hwang Sang-joon.
Hwang Sang-joon è stato uno dei componenti della troupe con il quale sono stato a più stretto contatto dall’inizio alla fine della produzione. Dopo aver guardato il montaggio iniziale ha detto che gli piaceva molto e si è messo a comporre le musiche; visto che il nostro obiettivo era di realizzare un dramma in costume dal sapore moderno, abbiamo usato soprattutto strumenti musicali contemporanei e solo un minimo di strumenti tradizionali. Così la musica che si sente alla fine del film sembra addirittura musica dance.


— Oltre al protagonista, molti dei temi del film girano attorno al “vedere”, al “vedere ma far finta di non vedere”, al “non essere in grado di vedere”. C’è una metafora di classe associata al “vedere”: lei crede che possa essere estesa, al di là della società feudale, alla nostra società contemporanea?


Il rapporto tra chi detiene il potere e la gente comune è lo stesso che c’era in passato. Per questa ragione la gente continua a guardare i drammi in costume. E credo che sia sempre per questo motivo che si guarda indietro al passato. Se si prova un senso di impotenza o rabbia guardando un episodio che richiama una pagina tragica del passato è perché il film ha un qualche collegamento con l’epoca contemporanea. E, visto che anche oggi siamo continuamente testimoni di questi problemi tra società e individuo o tra due individui, siamo in grado di immedesimarci fortemente con questi episodi.


— C’è qualcosa che vorrebbe dire al pubblico di Udine che vedrà il suo film?


È la prima volta che il mio film sarà visto fuori dai confini della Corea e sono davvero curioso di vedere come sarà accolto. Mi chiedo quanto sarà difficile per il pubblico comprendere tutte le parti collegate alla storia e alla cultura coreane, e se gli piacerà la storia. Non so davvero cosa immaginare. È possibile che vedano il film come un’opera totalmente di fantasia. Vi prego di farmi sapere come reagiscono (ride). E avrei voluto davvero essere presente e incontrare il pubblico, ma spero di poter venire a Udine in futuro. Se vedete il film, vi prego, scrivete le vostre impressioni sui social media. Io le cercherò. Grazie per l’invito.


Youn Sung-Eun