Un bicchiere mezzo vuoto: il cinema coreano nel 2022

Alla fine di maggio del 2022, un’inaspettata ondata di ottimismo si è propagata in tutti i comparti dell’industria cinematografica sudcoreana. The Roundup, sequel del successo del 2017 The Outlaws, è stato sparato nelle sale e ha fatto grande sensazione al botteghino. È vero che i bei ricordi del primo film, e la presenza dell’inossidabile interprete Ma Dong-seok (alias Don Lee), hanno sicuramente giocato un ruolo importante nel successo di questo sequel, ma il pubblico era anche particolarmente eccitato da Son Suk-ku, l’attore che veste i panni del cattivo (Son ha efficacemente portato il successo della sua serie televisiva My Liberation Notes dentro la distribuzione del film). Grazie a un potente passaparola, The Roundup ha concluso la sua tenitura con 11,9 milioni di biglietti venduti, superando al botteghino persino i risultati di Parasite di Bong Joon-ho. Nei momenti più bui della pandemia, molti addetti ai lavori avevano preconizzato con sicurezza che, a causa di un crescente mercato dei servizi OTT, nessun film coreano avrebbe più venduto 10 milioni di biglietti al cinema. È stata una soddisfazione veder dimostrato così presto che avevano torto.

Nello stesso periodo, il cinema coreano si era già portato a casa due grossi premi dal festival di Cannes: quello per la miglior regia, andato a Park Chan-wook per il suo acclamato Decision to Leave, e quello per il miglior attore attribuito a Song Kang-ho, interprete di Le buone stelle Broker, film in lingua coreana di Kore-eda Hirokazu. L’interesse del pubblico internazionale nei confronti dei contenuti coreani era ancora molto alto e il successo di The Roundup è stato un segno allettante che i film locali avrebbero finalmente recuperato la loro spavalderia commerciale. Era forse arrivato il momento del giro di boa per il cinema coreano?

Ahimé, dieci mesi più tardi lo champagne è ritornato in cantina. Il 2022 è stato un anno di fortune alterne per l’industria del cinema coreano. Malgrado alcuni successi sparsi e un deciso miglioramento rispetto al disastro di 2020 e 2021, i 112,8 milioni di biglietti venduti, tra film locali e di importazione, nel 2022 rappresentano solo il 49,8% del totale raggiunto nel 2019, e questo significa letteralmente un bicchiere mezzo vuoto. Sebbene solo alcuni anni fa la Corea potesse vantarsi di essere il paese con la maggior affluenza pro capite del mondo, attualmente il pubblico coreano è ancora indeciso se riprendere ad andare entusiasticamente al cinema come avveniva in passato.

Per un certo periodo, gli osservatori del settore hanno dato la colpa alle preoccupazioni ancora presenti riguardo al Covid. Tuttavia, ancora oggi, dopo essere stata sollevata dall’obbligo di mascherina, gran parte della popolazione coreana continua a portarla persino all’aperto. I cittadini però non hanno mostrato alcuna esitazione ad infilarsi in affollati caffè e ristoranti, ambienti nei quali esiste un rischio di trasmissione del virus maggiore che in un cinema. Un’altra spiegazione data per il malessere del botteghino è stato l’aumento significativo del prezzo dei biglietti deciso dai multisala locali durante la pandemia. Con un prezzo di circa 13.000-14.000 won a persona (l’equivalente di 9/10 euro, anche dopo una flessione dei tassi di cambio), sembra che per molti aspiranti spettatori si sia andati oltre un certo limite psicologico.

Sempre di più, peraltro, uno dei fattori citati è la percezione di un calo nel livello qualitativo dei film coreani. Questa rivendicazione potrebbe essere vista da diverse prospettive. Prima di tutto, è innegabile che i contenuti coreani sulle piattaforme OTT stiano attraversando un periodo d’oro. Finanziati da massicci investimenti di Netflix e altre piattaforme, le serie e i programmi basati sull’improvvisazione in particolare stanno godendo di grande risonanza in patria e altrove. Nonostante le serie televisive siano sempre state popolari in Corea del Sud, si fa sempre più strada la sensazione che la televisione sia il luogo in cui vengono raccontate le storie più interessanti. Questa è una cosa nuova, almeno per quanto riguarda la Corea, e in questo senso le piattaforme di streaming non solo sono riuscite a portare molti talenti del cinema verso il piccolo schermo, ma sono state vincenti anche nell’accaparrarsi gran parte dell’entusiasmo dell’industria cinematografica. Il fatto che il settore OTT abbia in buona parte fallito quando si è trattato di produrre lungometraggi coreani (come Carter o Jung_E) non ha comunque cambiato le dinamiche nel loro insieme.

È anche vero che l’atmosfera complessiva degli investimenti nel cinema è decisamente più cauta di quanto lo fosse negli anni della crescita del cinema coreano. Malgrado in passato un produttore visionario avesse il potere di portare a termine progetti audaci e innovativi, nell’industria del cinema attuale sono le principali conglomerate a condurre il gioco, e stanze piene di dirigenti a votare quali film debbano essere finanziati e quali no.

È indubbio che il sistema cinematografico decisamente sviluppato della Corea sia impostato su livelli qualitativamente alti. È raro che venga realizzato un film veramente brutto. Ma il rovescio della medaglia è che le opere rischiose, audaci, altamente personali o stravaganti vengono raramente finanziate dai grandi studios (la dice lunga il fatto che Killing Romance di Lee Won-suk, uno dei film coreani più spavaldamente originali che siano stati realizzati negli ultimi tempi, non sia stato finanziato da una società di produzione coreana bensì dalla Warner Bros. Korea). Difatti, se si prendono i film singolarmente può avere senso, sul piano economico, attenersi alle formule familiari, ma molti addetti ai lavori ritengono che, nel suo complesso, il pubblico coreano stia iniziando a stancarsi delle solite vecchie storie.

E infatti, sono gli spettatori stessi il fattore determinante in questa equazione. Un pubblico incoraggiante e proattivo è stato la chiave della crescita del cinema coreano e del suo successo negli ultimi 25 anni. Per tutto questo tempo, il settore cinematografico è riuscito portare in sala il pubblico di una certa età e le famiglie: due gruppi sociali che un tempo stavano ben lontani dai cinema. Ma la fascia d’età tra i 20 e i 29 anni è sempre stata quella fondamentale. Coloro che avevano 20 anni tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila fanno parte di una generazione di pubblico quasi leggendaria che ha continuato a sostenere il cinema anche arrivata sulla trentina. Ora che hanno quarant’anni, che per molti è il periodo più impegnato della vita, queste persone vanno meno spesso al cinema e lasciano che siano le generazioni successive a raccogliere il testimone.

In questo periodo si scrive molto sui ventenni coreani, la generazione forse più lacerata dei tempi moderni in termini di genere, con i maschi che nel complesso sono fortemente conservatori mentre le giovani donne sono fortemente progressiste. Il femminismo rappresenta una questione politica estremamente controversa, mentre una sempre maggior frustrazione per la mancanza di opportunità economiche e la natura altamente competitiva della società coreana stanno contribuendo a livelli di felicità pericolosamente bassi, secondo i dati. Le generazioni precedenti guardano con preoccupazione il fatto che molti giovani stiano completamente girando le spalle ai fidanzamenti, per non parlare del matrimonio o dei figli (la Corea del Sud ha il tasso di natalità più basso del mondo e la tendenza negativa non fa che accelerare).

Come fa tutto questo a influire sul fatto di andare al cinema? Non si tratta solo del fatto che in sala ci sono sempre meno coppie; sembra anche che una frustrazione continua e persistente che permea la società coreana stia alimentando un atteggiamento negativo nei confronti dei film coreani. Generare un passaparola positivo diventa sempre più difficile in mezzo alla opprimente negatività delle conversazioni online. Un film estremamente divertente, ben confezionato e stimolante come Phantom, ad esempio, deve combattere con la derisione da parte della frangia Incel [gli “involontariamente celibi”, ndt] nei riguardi delle scene d’azione condotte da donne o per tutte le spinose questioni storiche o nazionalistiche che accompagnano la sua ambientazione nel periodo del colonialismo giapponese. Certo, si tratta di una generalizzazione, ma a volte sembra che, mentre le generazioni precedenti celebravano il cinema coreano, quella attuale cerchi più che altro di sminuirlo.

Malgrado tutte le difficoltà di cui il settore è circondato, il cinema coreano nel 2022 si è rafforzato e sono finalmente usciti vari film che erano stati messi in stand-by a causa della pandemia. La stagione estiva ha visto l’uscita di quattro pellicole ad alto budget che avevano avuto tempi di produzione dilatati. Le maggiori aspettative sono state create da Hansan: Rising Dragon, il sequel dell’epopea navale The Admiral: Roaring Currents (2014) di Kim Han-min, che è ancora il film coreano di maggior incasso di sempre. Hansan, secondo film di un’ipotetica trilogia sulle vittorie militari del famoso ammiraglio del XVI secolo Yi Sun-shin, ha avuto recensioni decorose anche se non entusiaste e ha venduto in totale 7,3 milioni di biglietti: una bella spinta al botteghino, benché decisamente inferiore ai 17,6 milioni del suo predecessore.

Meno vincente è stato il primo episodio di Alienoid, un film ad alto budget uscito in due episodi separati e diretto da Choi Dong-hoon, che con una bella sfilza di successi al suo attivo, come The Thieves (2012) e Assassination (2015), sembrava essere avvolto da un’aura di invincibilità. Il film, su alieni ostili che fanno avanti e indietro nel tempo tra il XIV secolo e il presente, si è rivelato commercialmente difficile malgrado un cast di tutto rispetto e ha finito per vendere solo 1,5 milioni di biglietti.

A completare l’offerta estiva sono stati due costosi film commerciali già presentati a Cannes: l’esordio alla regia dell’attore di Squid Game Lee Jung-jae, Hunt, che ha superato le aspettative commerciali e di critica con 4,4 milioni di biglietti venduti, e il thriller ambientato in aereo Emergency Declaration di Han Jae-rim, su un attacco terroristico decisamente atipico, che ha registrato 2 milioni di presenze in sala a inizio agosto. Di quest’ultimo film, che è interpretato da tre attori di grosso calibro come Song Kang-ho, Lee Byung-hun e Jeon Do-yeon, è uscito un nuovo director’s cut che abbiamo il piacere di presentare al FEFF.

Il resto del 2022 ha visto diversi film medio-piccoli che hanno faticato ad attirare in sala gli spettatori; tuttavia tre film locali sono riusciti a catturare l’attenzione. Confidential Assignment 2: International, sequel della commedia d’azione Confidential Assignment (2017) interpretata da Yoo Hai-jin e Hyun Bin, pur essendo stato stroncato dalla critica ha venduto 7 milioni di biglietti ed è stato distribuito dalla potente CJ E&M. In dicembre, la CJ si è intascata 3,3 milioni di biglietti con Hero del regista JK Yoon, un film tratto da un popolare musical teatrale dalle forti connotazioni patriottiche. Pur essendo stato il film coreano campione d’incasso della stagione invernale, l’incasso complessivo di Hero deve essere stato un po’ deludente per un regista i cui film precedenti, Ode to My Father (2014) e Haeundae (2009), avevano entrambi superato i 10 milioni di biglietti venduti.

La sorpresa della stagione autunnale è risultata The Night Owl, un giallo di palazzo girato in stile thriller, su un agopuntore affetto da cecità diurna. Il film, che segna l’esordio alla regia di An Tae-jin, ha un’ambientazione familiare per i coreani – il palazzo reale della dinastia Joseon – nella quale ha infuso nuova vita grazie a una sceneggiatura ben scritta e ottime interpretazioni, compresa una svolta inaspettata dell’attore Yoo Hai-jin (solitamente incasellato in ruoli comici) che qui veste i panni del minaccioso re Injo. Sostenuto da un efficacissimo passaparola, The Night Owl alla fine ha venduto 3,1 milioni di biglietti.

La prima parte del 2023 sarà invece ricordata non tanto per il successo di Avatar La via dell’acqua (10,8 milioni di biglietti venduti) o per il deludente risultato di produzioni coreane ad alto profilo come The Point Men e Phantom (opera davvero impressionante che il pubblico di Udine non dovrebbe perdersi), bensì per la popolarità dei film di animazione giapponesi. Incredibilmente, nei primi tre mesi di quest’anno, mentre tutti i film coreani messi insieme hanno venduto 7,6 milioni di biglietti, tre soli film giapponesi, The First Slam Dunk, Suzume e Demon Slayer: To the Swordsmith Village hanno raggiunto gli 8,5 milioni di ingressi. Malgrado gli anime giapponesi abbiano già avuto la loro parte di successi nel corso degli anni, questa è la prima volta che dominano il botteghino in maniera così schiacciante.

Le prospettive per il resto del 2023 rimangono ancora incerte. Questo saggio è stato scritto prima di conoscere i risultati al botteghino, ma il mese di aprile ha in calendario film molto importanti per il cinema coreano: il dramma sul basket Rebound di Chang Hang-jun che ha ricevuto recensioni molto positive, e Killing Romance, una pellicola assolutamente originale che si è fatta notare ancor prima di arrivare in sala. Ma nel corso di quest’anno usciranno molti altri progetti decisamente ambiziosi, tra cui nuovi film dei registi Kim Jee-woon e Ryoo Seung-wan.

Una cosa risulta chiara: malgrado le complesse condizioni del mercato, investitori poco inclini al rischio e un pubblico locale alquanto scettico, il talento e la professionalità dei cineasti coreani rimangono più forti che mai. Con le giuste opportunità e risorse, i registi locali sono in grado di realizzare film sorprendentemente coinvolgenti ed efficaci. Anche il persistente interesse internazionale nei confronti del cinema coreano darà, si spera, una spinta ulteriore al settore, perché è certo che i cineasti della Corea del Sud hanno ancora molte storie da raccontare.
Darcy Paquet