Dopo un periodo di recessione durato decenni, iniziato con l’ascesa della televisione nei primi anni Sessanta del secolo scorso, l’industria cinematografica giapponese è ritornata in grande stile a farsi sentire. Nel 2014 i film nazionali hanno contribuito per il 58,3% al totale annuale di botteghino di 1,753 miliardi di dollari USA, superando la concorrenza straniera per il settimo anno di fila. Lo scorso anno, otto dei dieci campioni al botteghino erano giapponesi, e ben 31 film locali hanno raggiunto o superato il miliardo di yen (8,5 milioni di dollari USA), considerato la soglia per un successo commerciale, mentre i film stranieri a raggiungere la stessa cifra sono stati solo 18. Infine, sono usciti in sala nel corso dell’anno 615 film nipponici contro 569 film stranieri: un numero incredibile che è quasi il triplo delle 230 pellicole uscite nel 1991, anno che ha registrato il numero più basso da quando la Motion Picture Producers Association of Japan (l’associazione dei produttori) ha iniziato a redigere un rapporto annuale, nel 1955.
E allora perché nessuno si rallegra? In un discorso tenuto lo scorso ottobre al Tokyo International Film Festival, dove ha ricevuto un premio alla carriera, il comico, attore e regista Kitano Takeshi ha detto al pubblico che “l’industria cinematografica giapponese sta andando in rovina. Dovete fare attenzione a non farsi coinvolgere dalle major; ma se lo fate, dovete imbrogliarle”. Kitano sarà anche sembrato allarmista, ma ha detto una cosa importante: i film prodotti dai grossi studi cinematografici giapponesi, pur vantando splendidi risultati al botteghino nazionale, hanno una distribuzione fuori dal Giappone che è solitamente limitata a pochi stati asiatici.
Non è che non ci provino: le compagnie giapponesi sono presenti in forze ogni anno al Marché di Cannes, all’European Film Market di Berlino, all’American Film Market di Los Angeles, e così via – ma con relativamente poco successo, stante la dimensione della loro industria. Una ragione per il fatto che i film giapponesi hanno poca fortuna all’estero è il sistema del cosiddetto “comitato di produzione”. Un “comitato” consiste usualmente in una compagnia cinematografica, un network televisivo, un’importante casa editrice e altre realtà mediatiche che si associano per portare sullo schermo una proprietà letteraria di successo, che sia un manga o un bestseller. Il loro scopo principale è di far contente tutte le parti possibili, dal lettore del fumetto originale al telespettatore medio. Il film che ne viene fuori risulta spesso appesantito (perché sovraccarico di personaggi e trame secondarie allo scopo di non scontentare i fan puri e duri del testo originale) e fiacco (per deferenza di fronte ai network televisivi e ai loro vari sponsor). Certe volte gli autori di film commerciali riescono a imporre la loro identità creativa e la loro visione. Kitano ci riesce; i suoi film, attenti al gradimento del pubblico, come il film di cappa e spada fra samurai Zatoichi del 2003 o l’epica gangsteristica Outrage Beyond del 2012, mantengono quella combinazione di estrema violenza e freddo humour che Kitano ha perfezionato come regista indipendente negli anni Novanta. Ma il suo ultimo lavoro – la commedia Ryuzo and the Seven Henchmen, coi suoi gangster anziani che si trascinano fuori dal pensionamento per un ultimo assaggio di assurda azione – suggerisce che Kitano potrebbe essere stanco del genere gangsteristico che lo contraddistingue.
Un altro spirito tenacemente indipendente è il “re del culto” di una volta, Miike Takashi, che nel decennio scorso ha realizzato di tutto, dal sobrio dramma Harakiri: Death of a Samurai (2012) al delirante adattamento dell’anime Yatterman (2009). Sta arrivando il suo Yakuza Apocalypse: The Great War of the Underworld, che coi suoi yakuza vampiri promette di riportare quel modo folle e selvaggio di spingere il genere oltre i suoi limiti per il quale Miike è diventato famoso a livello internazionale, ben prima di trasformarsi in un affidabile realizzatore di successi commerciali.
Un altro cineasta dalle forti radici indipendenti che è molto richiesto è Sono Sion, che ha fatto il passaggio dal cinema d’essai al multisala a modo suo, sfornando film come se stesse lavorando per una casa produttrice di filmetti per il doppio programma degli anni Sessanta. I quattro titoli che ha in uscita quest’anno sono tutti di generi popolari, o tratti da fonti popolari, come Shinjuku Swan (sesso e violenza nel più grande quartiere a luci rosse di Tokyo), Love and Peace (una commedia d’azione dell’assurdo che mescola di tutto, dal punk rock ai kaiju, i mostri della fantascienza giapponese), Esper Dayo! (una commedia di fantascienza tratta da un programma televisivo di seconda serata su persone normali che acquisiscono superpoteri) e The Chasing World (ultimo episodio di una lunga serie d’azione fantascientifico/fantasy). È difficile sostenere che con questi film Sono si sia svenduto, perché è da tanto tempo che si diverte a esplorare e a far saltare le formule di genere, com’è accaduto l’anno scorso con Tokyo Tribe, un musical rap ambientato a Tokyo in un futuro non lontano, dove bande di strada rivali combattono per la supremazia in modo elegante, violento e assurdo.
E poi c’è Yamazaki Takashi, l’attuale campione in carica giapponese nella realizzazione dei film di sicuro successo; il suo controverso dramma sulla seconda guerra mondiale The Eternal Zero è stato il più grosso successo di live-action del 2014, con un incasso di 73,5 milioni di dollari USA. Dopo essersi fatto la reputazione di mago della CGI con la società di effetti speciali Shirogumi, per la quale lavora ancora, Yamazaki ha sviluppato un misto di dramma umano ad alta carica emotiva ed effetti visivi straordinari che ha conquistato il pubblico giapponese, anche se non sempre la critica. Nel suo lavoro più recente, la coppia di film Parasyte, incentrata su un ragazzo (Sometani Shota) la cui mano destra è invasa da un parassita alieno senziente, Yamazaki ritorna felicemente alle sue radici fantascientifiche, utilizzando strumenti che non erano disponibili nel 2000, quando debuttò con Juvenile, ispirato a E.T. – L’extraterrestre.
Ci sono cineasti che si destreggiano con successo tra progetti commerciali e indipendenti, come Hiroki Ryuichi, ex regista di film pink (pornosoft) che si è fatto conoscere fuori dal Giappone con drammi intimisti su tematiche femminili come Vibrator (2003) e It’s Only Talk (2005). Dal 2009, con il successo di April Bride, la cui giovane protagonista si sposa malgrado una diagnosi di cancro in fase terminale, Hiroki è però diventato il principale referente del cinema giapponese per i drammi romantici, e ha girato The Lightning Tree (2010) (un nobile affetto da malattia mentale si innamora di una ragazza dallo spirito libero), The Egotists (2011) (un giocatore d’azzardo porta la sua amante, una ballerina di pole dance, nella sua conservatrice città natale), e quest’anno A Man’s Life (un docente universitario di mezza età corteggia e conquista una giovane donna che per età potrebbe essere sua figlia).
Lo scorso anno, però, Hiroki è tornato alle sue radici indipendenti con Kabukicho Love Hotel, un dramma corale ambientato in un albergo a ore di Kabukicho, il più grande quartiere a luci rosse di Tokyo. Presentato ai festival di Busan e Toronto, la pellicola ha mandato in visibilio critica e pubblico per le battute esilaranti e i ritratti ben cesellati dei personaggi. Ha avuto grande successo anche perché Maeda Atsuko, ex leader della band femminile AKB48, nel ruolo della fidanzata cantautrice del direttore dell’hotel è stata una grossa attrattiva al botteghino.
Mentre Kitano, Miike, Sono e altri registi veterani maschi continuano a prendersi il grosso degli inviti ai più importanti festival stranieri, sempre più cineaste stanno venendo alla ribalta sul fronte nazionale. Una di queste è Oh Mipo, una regista di origini coreane il cui film The Light Shines Only There, del 2014, descrive la relazione turbolenta tra due anime perse – un disoccupato (Ayano Go) dal passato traumatico e una prostituta (Ikewaki Chizuru) con oscuri segreti di famiglia – in un porto inospitale dell’isola di Hokkaido. Il film ha ottenuto una lunga lista di riconoscimenti a livello nazionale, compreso il premio come miglior film della rivista Kinema Junpo (Kinejun) per la sua classifica annuale dei critici.
Nella lista della top ten del 2014 di Kinema Junpo compariva anche 0.5mm, un road movie anticonvenzionale diretto da Ando Momoko e interpretato da sua sorella Sakura nel ruolo di un’enigmatica badante che impone i propri servizi a una serie di signori anziani. Ando Sakura è anche la protagonista di un altro film della lista, 100 Yen Love di Take Masaharu, nel quale interpreta una scansafatiche che vive a casa dei genitori e che ritrova la propria autostima allenandosi per diventare una pugile. Sakura, che è lei stessa una pugile amatoriale sin da quando era adolescente, conferisce al ruolo un’efficace autenticità.
Mentre le donne in Giappone stanno iniziando ad avere maggior peso come registe e attrici, gli animatori giapponesi stanno sgomitando per riempire il grande vuoto lasciato da Miyazaki Hayao, che si è ufficialmente ritirato nel 2013 dopo l’uscita del suo grande successo sulla seconda guerra mondiale Si alza il vento. La scorsa estate Yonebayashi Hiromasa, che lavorava alle dipendenze di Miyazaki alla Studio Ghibli, ha realizzato Quando c’era Marnie, un fantasy di animazione tratto da un romanzo per ragazzi di Joan G. Robinson. Il film, seppur elogiato per le immagini lussureggianti e la descrizione sfumata di un’inconsueta amicizia femminile, ha chiuso la programmazione con un incasso di 30 milioni di dollari USA, mentre Frozen della Disney ne ha incassati 213 – l’incasso più alto tra tutti i film usciti in sala in Giappone nel 2014. I film di Miyazaki, invece, battevano regolarmente gli avversari hollywoodiani al botteghino; ora che lui se n’è andato, la Studio Ghibli e l’intera industria dell’animazione giapponese sembrano perdere la presa che da diverso tempo avevano sul pubblico locale.
Stand By Me Doraemon di Yamazaki Takashi, un film di animazione 3D in CGI, con 70 milioni di dollari di incassi si è piazzato al secondo posto tra i film giapponesi dello scorso anno, mostrando una possibile via d’uscita. Anche nuovi episodi in 2D delle collaudate serie di animazione Detective Conan, Pokemon e Doraemon erano presenti nella top ten di botteghino del 2014, seppur nella metà inferiore della classifica.
Cosa c’è in serbo per il 2015? Studio Ghibli è in una fase di stallo indefinita, anche se in un’intervista rilasciata alla Associated Press il co-fondatore degli studi Takahata Isao ha affermato che sta lavorando a un nuovo film su “ragazze sfruttate e obbligate a lavorare come babysitter con bambini legati alle loro schiene”. The Tale of the Princess Kaguya, adattamento di Takahata di un racconto popolare uscito nel 2014, è stato nominato agli Oscar come miglior film di animazione, anche se, all’età di 78 anni e con una storia fatta di lunghe pause tra un film e l’altro, il regista potrebbe anche aver esaurito tempo ed energia prima che lui e la Studio Ghibli facciano un altro tentativo di conquistare una statuetta. Intanto, Hosoda Mamoru, già definito “il prossimo Miyazaki” per successi davvero meritati come Summer Wars (2009) e Wolf Children (2012), sta attualmente lavorando a The Boy and the Beast, un film d’azione fantasy prodotto dalla Studio Chizu dello stesso Hosoda e dalla Nippon Television Network, la cui uscita è prevista per il prossimo 11 luglio.
I film live-action più attesi dell’anno comprendono Kamakura Diary di Kore’eda Hirokazu, storia di tre sorelle (Ayase Haruka, Nagasawa Masami e Kaho) che vivono a casa della loro nonna nella città di mare che dà il titolo al film e che vengono a contatto con una sorellastra più giovane (Hirose Suzu). Da diverso tempo fra i registi più celebrati del Giappone, Kore’eda è recentemente diventato una vera e propria forza al botteghino e il suo Father and Son, dramma familiare del 2013, ha incassato la corposa somma di 27 milioni di dollari. Il suo film più recente uscirà in sala il 13 giugno prossimo, distribuito dalla principale società di distribuzione giapponese, la Toho, ed è un probabile candidato per il festival di Cannes.
Ma il luogo migliore per cercare film nipponici interessanti non è il listino dei distributori più importanti, bensì un paio di livelli più in basso, dove stanno film come The Light Shines Only There o Kabukicho Love Hotel. Questi film a medio o basso budget possono anche essere tratti da un romanzo o un manga, o da qualcosa di diverso da ciò che rappresenta una rarità nell’industria cinematografica giapponese, ovvero una sceneggiatura originale, ma portano in ogni caso la firma del regista, e questo è qualcosa che nessun comitato di produzione è ancora stato in grado di cancellare.
Mark Schilling