The Eel

Ruoli perfetti: Intervista con Yakusho Koji

Ho intervistato Yakusho Koji il 19 dicembre dello scorso anno in uno studio a Yokohama dove stava girando uno spot pubblicitario. In procinto di compiere 70 anni (il suo compleanno è il 1° gennaio), Yakusho appariva in salute e in forma, anche se con il volto un po’ più segnato rispetto a quando l’avevo incontrato nel 2017 per un breve Q&A al Singapore International Film Festival, dove gli era stato conferito il premio Cinema Legend.

Yakusho ha ricevuto anche un premio alla carriera agli Asian Film Awards dello scorso anno, uno dei tanti riconoscimenti ottenuti in 40 anni di carriera.

Originario di Nagasaki, Yakusho ha studiato recitazione alla scuola di Nakadai Tatsuya, leggenda dell’epoca d’oro del cinema giapponese, e ha raggiunto la fama nazionale interpretando il signore della guerra del XVI secolo Oda Nobunaga in una popolare serie tv del 1983.

A livello internazionale, Yakusho si è fatto conoscere inizialmente con il ruolo di un gangster sibarita nella commedia Tampopo (1985) di Itami Juzo, ma la sua vera consacrazione come divo è avvenuta con l’interpretazione di un timido impiegato che scopre il ballo da sala in L’ultimo ballo (Shall We Dance?), il successo di Suo Masayuki del 1996 che fece furore in tutto il mondo.

Ha poi consolidato le sue credenziali artistiche con l’interpretazione di L’anguilla (1997), il film di Imamura Shohei vincitore della Palma d’Oro a Cannes. Nello stesso periodo ha ottenuto un altro successo al botteghino con Lost Paradise, un dramma di amore e suicidio di Morita Yoshimitsu. Sempre nel 1997, Yakusho era un detective della polizia alle prese con un inquietante serial killer in Cure di Kurosawa Kiyoshi, un j-horror pionieristico divenuto un cult acclamato fuori dal Giappone. L’attore è stato l’interprete di sette film di Kurosawa, il più recente dei quali è il dramma familiare Tokyo Sonata del 2009.

Un altro regista con cui Yakusho ha collaborato spesso è il compianto Harada Masato (1949-2025), con il quale ha lavorato in sei film, compreso il poliziesco Bounce Ko Gals (1997), in cui recitava la parte di uno yakuza che diventa il cliente, o meglio la vittima, di una prostituta adolescente.

Yakusho è approdato a Hollywood interpretando un ruolo secondario nel film drammatico Memorie di una geisha di Rob Marshall, del 2005, ed è stato fra i protagonisti del film in quattro episodi Babel di Alejandro González Iñárritu, presentato in concorso a Cannes nel 2006 e candidato a sette premi Oscar.

Nel 2010 è tornato al genere storico nella pellicola di culto 13 assassini di Miike Takashi, con il ruolo di un samurai a capo di una banda di assassini incaricati di eliminare un signore fuori controllo. È apparso anche nel film successivo di Miike, Hara-Kiri: Death of a Samurai (2011), remake di un classico del 1962 di Kobayashi Masaki.

Nell’ultimo decennio Yakusho ha affrontato ruoli drammatici intensi, come gli ex detenuti omicidi di Il terzo omicidio di Koreeda Hirokazu e Under the Open Sky di Nishikawa Miwa. Si è anche divertito in The Blood of Wolves di Shiraishi Kazuya nei panni di uno scapestrato detective della polizia che frequenta la yakuza, ed è lui stesso un mezzo gangster.

Il suo ruolo internazionale più recente è però quello di Hirayama nel successo del 2022 Perfect Days di Wim Wenders. Addetto alla pulizia dei bagni pubblici di design nel quartiere di Shibuya a Tokyo e appassionato fotografo della luce che filtra tra gli alberi durante la pausa pranzo, Hirayama conduce un’esistenza idilliaca – finché il suo tormentato passato riaffiora in superficie. Questa interpretazione è valsa a Yakusho il premio per il miglior attore a Cannes, oltre ad altri riconoscimenti nazionali e internazionali.

— Quindi la sua visita a Udine non sarà la sua prima volta in Italia?

Sono stato due volte alla Mostra di Venezia. A parte questo, solo viaggi. Ho sentito dire che Udine è un bel posto, quindi non vedo l’ora di andare al festival.

— Il primo film suo che ho visto è stato Tampopo (1985) di Itami Juzo. Ero in un cinema di Tokyo quasi vuoto. (ride) Ma il film mi è rimasto davvero impresso: l’ho trovato meraviglioso. All’epoca lei era conosciuto soprattutto per i film drammatici in costume. Interpretare un gangster in Tampopo è stato quindi un totale cambiamento d’immagine.

Ho adorato il lungometraggio d’esordio di Itami, The Funeral. E poi ho sentito che Itami mi aveva visto in uno sceneggiato televisivo in cui indossavo un completo bianco e aveva detto: “L’uomo vestito di bianco nel mio film dovrebbe essere lui”. Io avevo solo tre giorni liberi in agenda. Dovevo andare in Canada per delle riprese in esterni. Itami disse che andava bene, così girammo quelle scene in tre giorni.
Quando dirigeva i suoi film, Itami guardava un monitor, e all’epoca questa era una cosa decisamente insolita nel cinema giapponese. Per me fu la prima esperienza del genere. Di solito il regista stava proprio accanto alla macchina da presa, pronto a gridare “Azione!”. Itami, invece, si allontanava e guardava il monitor.

— All’epoca i film giapponesi non avevano successo, a parte Kurosawa Akira. Così, Tampopo è stato un’eccezione.

In Giappone Tampopo non fu un successo commerciale. Tra tutte le opere di Itami, fu la più popolare in America. Ho sentito dire che lì attirò un pubblico enorme.

— Lei ha lavorato anche con Imamura Shohei (in L’anguilla). Era molto diverso da Itami, vero?

Come regista, sì. I film di Itami avevano un qualcosa di occidentale. Invece, i film di Imamura sembravano davvero cinema giapponese. Lui si prendeva molto tempo per ogni inquadratura e non girava mai qualcosa che alla fine non avrebbe usato. Così, usava poche inquadrature per l’intero film, all’incirca 200. Questo è un numero piccolo in confronto a Itami. A volte Itami girava lunghi piani sequenza, altre volte scomponeva (una scena) in inquadrature più brevi.

— Sin dall’inizio, lei ha voluto esplorare un’ampia gamma di generi: film in costume, drammi contemporanei, di tutto un po’.

Può ben dirlo. Il personaggio del progetto che sto realizzando adesso e il personaggio del prossimo devono essere differenti. Volevo apparire in film che avessero atmosfere diverse. Volevo che il pubblico potesse godersi personaggi sempre nuovi e freschi. Ma era anche importante per me personalmente affrontare il personaggio che interpretavo con uno sguardo nuovo. Per esempio, dopo aver interpretato Shall We Dance? ho ricevuto molte offerte per ruoli da impiegato; ma dopo Shall We Dance? ho interpretato un membro della yakuza con una dipendenza da stimolanti in Shabu Gokudo. Come in quel caso, voglio che il pubblico si diverta con personaggi nuovi, mentre li affronto con una prospettiva fresca. Questo è importante per me.

Shall We Dance? le ha dato notorietà fuori dal Giappone.

Non ero mai andato a festival oltreoceano a promuovere i film di persona, quindi non sapevo che tipo di reazione avessero all’estero. Ma quando sono stato in Italia, una donna mi fissava. Pensavo: cos’ha da guardare? Credevo che forse fosse raro vedere un giapponese, ma poi questa signora mi ha detto: “Shall We Dance?”. Stava parlando con me. Era inglese e praticava il ballo da sala. E aveva visto Shall We Dance?. Quella volta, ho capito per la prima volta che nei paesi esteri il film era apprezzato.
Quando sono andato per la prima volta al festival di Cannes con L’anguilla, ho imparato che degli occidentali come lei guardavano film giapponesi come Shall We Dance? o Shabu Gokudo. Fino ad allora non avevo mai immaginato che potessero piacergli i miei film. Era anche la prima volta che ho visto con i miei occhi quanto Imamura Shohei fosse amato dai cinefili all’estero. È stata una grande esperienza.

— Mi piacerebbe che ci fossero più film giapponesi come questi.

Shall We Dance? doveva essere candidato all’Oscar per il miglior film straniero, ma era già stato trasmesso in televisione in Giappone. Poi si scoprì che qualunque film già andato in onda in tv non era eleggibile per quella categoria, quindi non venne nominato. Questo è quanto ho sentito.
E poi, un paio di anni più tardi, incontrai Steven Spielberg. Gli era davvero piaciuto Shall We Dance? e mi disse: “Se Shall We Dance? non fosse stato escluso, probabilmente avrebbe vinto il premio per il miglior film straniero”. All’epoca ricevetti da Spielberg una lettera per il regista del film, Suo (Masayuki), e gliela consegnai.

— In seguito lei ha interpretato ruoli in film hollywoodiani come Memorie di una geisha e Babel.

Memorie di una geisha doveva dirigerlo Spielberg, in origine. Lui mi invitò e andai a trovarlo. Ma, alla fine, fu Rob Marshall a realizzarlo. Ci fu un’altra audizione. Bene, io guardo un sacco di film americani, ed ero molto interessato al modo in cui vengono girati. Volevo vivere l’esperienza di un vero set hollywoodiano. Così feci l’audizione per il ruolo di Nobu.

— Capisco. Poi ci sono attori come Sanada Hiroyuki, che si è davvero immerso nel mondo di Hollywood. Ha mai pensato di seguire il suo esempio?

Il lavoro per Memorie di una geisha mi ha fatto comprendere che con il mio inglese non sarei riuscito a ottenere lì nessuna parte che mi piacesse. Ho pensato che lavorare sodo nel cinema giapponese e far vedere quei film a persone di diversi Paesi fosse una strada più adatta a me.
Sanada e Watanabe Ken stanno lavorando duramente. Penso che stiano facendo un ottimo lavoro laggiù. Tuttavia, penso che forse sia meglio concentrarmi su ciò che sto facendo nel cinema giapponese.

— Lei ha l’immagine del Tom Hanks giapponese, ma ha interpretato ruoli molto diversi, come i protagonisti di Il terzo omicidio di Koreeda Hirokazu e di Under the Open Sky di Nishikawa Miwa, che sono entrambi assassini.

Tom Hanks? Davvero? Tom Hanks è un attore meraviglioso. Sì: voglio interpretare un semplice uomo comune in Shall We Dance? ma anche quegli assassini. Non c’è un solo lato in una persona. E anch’io ho più di un solo lato. Così, mi piace trovare ruoli e film che mi permettano di riflettere questa pluralità di lati.

— I protagonisti di Il terzo omicidio e Under the Open Sky hanno delle caratteristiche in comune, ma le sue interpretazioni sono totalmente diverse.

Certamente.

— Misumi (il protagonista di Il terzo omicidio) è difficile da decifrare. È come se non fosse del tutto umano. Ma Mikami (il protagonista di Under the Open Sky) è un po’ più comprensibile.

Misumi, in Il terzo omicidio, ha affrontato molte avversità durante l’infanzia, e così pure Mikami in Under the Open Sky. Ci dev’essere qualcosa come una personalità innata che le persone in genere posseggono. Penso che ci sia un momento in cui le persone cresciute in un ambiente simile cambiano, sa? Misumi in Il terzo omicidio potrebbe essersi trasformato in un terribile mostro dopo aver incontrato una ragazza con una gamba malata.

— Uno dei registi con cui ha lavorato di più è Kurosawa Kiyoshi.

Quanti film? Sei, forse? Sì, sono tanti. Ultimamente, però, non ho lavorato molto con lui.

Cure in particolare ha avuto una risposta straordinaria all’estero.

L’anno scorso sono stato invitato a una proiezione di Cure a Los Angeles e sono salito sul palco. Il pubblico era davvero entusiasta. Ho proprio sentito che Kurosawa ha una fedele fan base laggiù.
Raramente vado a vedere i miei film al cinema. Ma (quando uscì Cure) sentii dire che le sale erano vuote, e infatti quando andai a vederlo, in sala c’erano solo due o tre persone. Il pubblico era silenzioso, il che rendeva il film ancora più spaventoso. (ride)

— È davvero spaventoso. Sono andato a vederlo alla prima proiezione, per il Japan Times, e quando sono tornato a casa non riuscivo a togliermelo dalla testa. Aveva un approccio nuovo all’horror. E poi è diventato un fenomeno globale.

Kurosawa possiede una visione particolarissima e coerente. Ha fatto molti film horror, ma anche i suoi drammi familiari mostrano la sua visione particolare. Nei suoi film c’è uno stile Kurosawa Kiyoshi ben riconoscibile. Ha una comunità di fan in tutto il mondo.

— Ha lavorato molto anche con Harada Masato, recentemente scomparso. Ha interpretato diversi suoi film, a partire da Kamikaze Taxi. Sono venuto anche a vederla sul set di uno di quei film, The Choice of Hercules (2002), e ho fatto persino la comparsa. (ride)

Ho fatto otto film con lui, mi pare. Lei è venuto sul set?

— Mi aveva invitato l’ufficio stampa del film. E ovviamente osservavo gli attori: lei sembrava il più simile a lui.

L’ho incontrato per la prima volta prima di realizzare Kamikaze Taxi, e penso a lui come a qualcuno con cui ho trascorso un certo periodo di tempo attraverso i suoi film. Era un po’ come un americano. Forse perché aveva studiato il cinema americano. Anche i film di Harada mostrano una sua particolare visione. Credo che avesse ancora molti film dentro di sé. È stata una grande perdita.

— Presenteremo a Udine anche uno dei film che lei ha fatto con Shiraishi Kazuya, The Blood of Wolves, nel quale interpreta un detective che è un po’ yakuza e infrange tutte le regole. Sembra che le piaccia interpretare quel tipo di eroe ambiguo.

Sì, è un detective che assomiglia a uno yakuza. È stato divertente girare quel film.
 
— Ritiene che il lavoro a volte può essere piacevole?

Beh, in genere, imparare a memoria le battute e preoccuparsi di come si deve recitare è complicato. Ma quando iniziamo a girare, quando il regista dice “Azione!”, sento che se non ti stai divertendo nel tuo ruolo il pubblico se ne accorgerà. Credo che gli spettatori apprezzino di più se reciti in modo libero e rilassato, invece di dare l’impressione di fare fatica o di recitare in modo forzato.

— Giusto. Ho avuto quella sensazione per la sua interpretazione in Perfect Days. Guardando quel film, mi è venuta voglia di ripensare alla mia vita. (ride)

Solo a sentire che Wim Wenders avrebbe diretto il film, ero già eccitato. Anche la sceneggiatura era sua.
Le mie riprese hanno richiesto solo 16 giorni. Era un set in cui potevi affidarti completamente al regista. Tutti, attori e troupe, erano lì per lui. C’era un’atmosfera del tipo: facciamo del nostro meglio per il suo film! Durante le riprese non c’era stress, capisce? Tutto procedeva in modo naturale. E se il tempo era brutto o pioveva, giravamo sotto la pioggia. E anche se passava un’ambulanza con la sirena accesa, si continuava a girare. Di solito in Giappone se passa un’ambulanza si fa una pausa. Ma Wenders, all’inizio delle riprese, disse qualcosa come: “Non aspetteremo il suono. Anche se c’è rumore, continueremo a girare”. E come ha detto, abbiamo continuato a girare.

— Lei ha vinto il premio come miglior attore al festival di Cannes.

Pensavo semplicemente che Cannes avrebbe invitato Wim Wenders, com’è naturale. Sono andato là senza pensarci troppo. Più tardi ho sentito che Wenders andava dicendo: “Questo è un film che dovrebbe procurare premi a Yakusho”. E non me lo sarei mai aspettato, ma sono stato onorato di ricevere un premio così magnifico.
Beh, ho lavorato con registi di ogni tipo, ma credo che lui possa essere definito molto compassionevole. Ho avuto la sensazione che, lasciando tutto nelle mani di Wenders, in un modo o nell’altro il film sarebbe risultato buono.

— A gennaio lei compie 70 anni (nota: Yakusho è nato il 1° gennaio 1956). Come si sente rispetto a questa tappa importante?

È tutta questione di resistenza fisica. Quanto a lungo durerà la mia energia, e come andrò avanti di qui in poi? Comprendere questo e mettere in atto un sistema per mantenere la mia condizione fisica è molto importante. Il mio viso e il mio corpo stanno sperimentando l’invecchiamento, e a volte questo può essere un vantaggio come attore. Senza resistenza, però, girare un film è davvero pesante. E l’energia di chiunque soffre un inevitabile declino man mano che diventiamo vecchi, quindi resistere a questo declino sarà la questione principale, d’ora in poi.
Quando lo chiedi a un attore veterano, di solito dicono che è intorno ai 70 anni che si comincia davvero a sentire calare le forze. E sì, penso che probabilmente sia vero.
Il mio mentore, Nakadai Tatsuya, ha recitato a teatro fino a 92 anni. Quindi, ho ancora una ventina d’anni davanti a me. Voglio andare avanti.

— C’è qualcuno con cui vorrebbe ancora lavorare?

Beh, mi piacerebbe molto lavorare di nuovo con Wenders. Ancora una volta, se possibile. E poi non ho lavorato con Kurosawa Kiyoshi negli ultimi tempi, così sarebbe divertente fare con lui un horror con un uomo anziano come protagonista. (ride)

— Lei ha iniziato interpretando film in costume. Sono ancora fondamentali per lei come attore?

Nel cinema e nella televisione giapponesi il numero di film in costume è drasticamente diminuito, e chi li realizza, compresi gli attori, non viene più incoraggiato. E poiché i giovani di oggi crescono sedendosi sulle sedie, ci sono dei giovani che non riescono a stare in seiza (la tradizionale posizione formale giapponese, in cui si sta seduti sui talloni con la schiena dritta e le gambe raccolte sotto il corpo). Ma continuo a pensare che i film in costume siano un genere importante nel cinema giapponese. Così, sento fortemente il desiderio di partecipare alla realizzazione di drammi in costume e di lasciare dietro qualcosa. Realizzarli è costoso, e si dice che sia difficile attirare il pubblico. Ma Kurosawa Akira ci ha lasciato dei film magnifici, e io credo che ci siano appassionati dei film in costume in tutto il mondo.

— Nel mondo ci sono ancora molti appassionati del genere. Lo si è visto con un film come 13 assassini di Miike Takashi.

Sul set è stata dura. Andare ogni giorno sul set e farsi ricoprire di sangue. Avevo ovunque sangue addosso e il regista Miike gridava “Azione!”. Noi allora continuavamo con tutti quei combattimenti all’arma bianca. (ride)

— Sul piano fisico, girare i film in quel modo è molto impegnativo. Ma lei può ancora fare grandi film come Nakadai Tatsuya.

Le scene d’azione per me stanno diventando sempre più difficili da girare. Ma ho ancora 22 anni prima di raggiungere l’età in cui Nakadai Tatsuya ci ha lasciati. Io credo nelle parole “Il prossimo film sarà il mio migliore”. Con queste parole, continuerò a fare del mio meglio.
Mark Schilling