Nakamura Yoshihiro ha fatto il suo ingresso nel mondo del cinema attraverso una strada ben spianata. Dopo aver realizzato film in 8mm da studente della Seijo University di Tokyo, ed aver vinto un premio al Pia Film Festival del 1993, è stato assistente alla regia di Itami Juzo, Sai Yoichi e altri cineasti di rilievo, prima di fare il suo debutto alla regia nel 1999 con la commedia Local News. Fin qui, tutto normale.
Dopodiché, con una specie di inversione di rotta, ha iniziato a scrivere e a dirigere film dell’orrore, che all’epoca andavano per la maggiore. Uno di questi è l’importantissimo J-Horror Dark Water (Honogurai Mizu no Soko kara, 2001), del quale Nakamura ha scritto la sceneggiatura, ispirandosi a un bestseller di Suzuki Koji con lo stesso titolo. Nel 2005 Nakamura ha poi scritto e diretto il film indipendente Booth (Zettai Kyofu Busu).
A differenza del regista di Dark Water Hideo Nakata e di altri suoi colleghi del genere J-Horror, Nakamura ha felicemente compiuto l’uscita (o dovremmo forse dire evasione?) dal genere horror, realizzando film di fantascienza e polizieschi solitamente tratti da romanzi famosi, con trame estremamente contorte e finali rivelatori al cardiopalma. Molti di essi sono stati presentati a festival internazionali, come Fish Story (2009), Golden Slumber (2010), See You Tomorrow, Everyone (Minasan, Sayonara, 2013) e The Snow White Murder Case (Shiroyukihime Satsujin Jiken, 2014).
E io lo so bene, dal momento che ho inserito in programma tutti i film di cui sopra al Far East Film Festival di Udine, del quale Nakamura è stato ospite nel 2014.
Così, quando ho incontrato il regista nell’ottobre dello scorso anno, dopo una proiezione per la stampa del suo nuovo terrificante film The Inerasable (Zan’e – Sunde wa ikenai Heya) al Tokyo International Film Festival, ci conoscevamo già benissimo – per quanto io fossi curioso di sapere come mai, dopo un intervallo così lungo, egli fosse ritornato al genere horror.
Prima di questo film non realizzava un horror da un bel po’ …
Esatto, nemmeno uno.
Perché ritornare al periodo in cui faceva poco altro?
Sin dall’inizio sentivo di non essere tagliato per questo (ride). Poi, circa dieci anni fa c’è stato il boom dell’horror; era l’unica cosa che si facesse.
Adesso il boom è finito. Questo nuovo film può essere definito “horror”, ma è anche una sorta di poliziesco, con un’atmosfera diversa da molti J-Horror che ho visto finora.
L’horror deve terrorizzare il pubblico, e ciò costituisce una specie di handicap. In questo film i protagonisti non sono presi di mira (dai fantasmi) ed era questo l’aspetto difficile.
Di solito nel J-Horror ci sono scene in cui qualcuno viene afferrato da un fantasma o accade qualcos’altro di veramente sconvolgente.
Ma nel suo film non ci sono molti momenti di questo tipo; si tratta più di una suspense di tipo psicologico che di terrore bello e buono.
Esatto, ma la stessa cosa avviene nel romanzo originale di Ono Fuyumi. Quando l’ho letto mi ha terrorizzato. Poi, quando ho chiesto all’autrice cosa le sembrava spaventoso in una pellicola dell’orrore, ha dichiarato che era il momento di attesa prima dell’apparizione del fantasma.
Dopo che il fantasma è apparso, un film non è più così spaventoso.
Così si è mantenuto molto aderente al romanzo.
Quasi completamente.
Nel film si ha una forte sensazione di realtà, malgrado non sia ispirato ad avvenimenti reali. Il romanzo si basa forse, in un modo o in un altro, su una storia vera?
Sì, dà una sensazione di non-fiction. Cioè, si tratta di finzione ma è scritta come se non lo fosse.
Mi ha ricordato anche quei documentari sui cacciatori di fantasmi, quando entrano in una casa con delle torce alla ricerca dello spettro.
Queste cose erano tutte nel romanzo, che aveva una scena simile verso la fine. Ma non salta fuori nessun fantasma. Tutto il terrore del film è concentrato negli ultimi dieci minuti: tutto il film si regge (o crolla) in quegli ultimi dieci minuti.
Quel tipo di storia che torna indietro nel passato alzando un velo dopo l’altro, sembra più adatto al Giappone, e mi chiedo come funzionerebbe in America.
Beh, c’è The Others (un film horror del 2001 diretto da Alejandro Amenábar e interpretato da Nicole Kidman).
Me ne sono servito molto come riferimento. È un altro film in cui non appare alcun fantasma e nessuno viene aggredito.
Però in Giappone c’è la tradizione del tatari (maledizione). È un po’ diversa da quelle che ci sono in America o in Europa. Perché i fantasmi giapponesi sono così arrabbiati?
Me lo chiedo anch’io. Ma è qualcosa che esiste anche in America –le case infestate e roba simile. A tutti piace questo genere di cose, e i giapponesi adorano le storie di fantasmi.
Ma ciò che si trova nel suo film, come in altri film J-Horror, sono fantasmi che si comportano come virus. Non stanno in un posto solo, si muovono.
Esatto. E questo non accade spesso ai fantasmi americani.
Ovviamente nel film il personaggi non gestiscono la cosa positivamente. C’è un modo per farlo, secondo lei?
Con un esorcismo (ride). Ma nemmeno questo genere di cose funziona: è un film.
È vero. La scrittrice e suo marito convocano un prete Shinto per un rito di purificazione prima di iniziare a costruire una nuova casa, ma non funziona granché.
Intende la jichinsai (cerimonia di purificazione del terreno)?
Quella serve a purificare la terra. Si fa in Europa? No, vero?
Il nucleo della storia è la soluzione di un mistero. Questo sembra essere uno dei suoi temi favoriti.
Questo viene dal romanzo: la sensazione di essere travolti da un mistero e di andare alla ricerca di un indizio dopo l’altro.
Nel film volevo catturare quella sensazione così com’era e ho aggiunto qualcosa qua e là, ecco tutto. A dire il vero il romanzo copre un terreno molto più vasto, ma se avessi dovuto filmare tutto, la storia sarebbe durata cinque ore.
Ha pensato che se ne sarebbe potuto fare un buon film la prima volta che l’ha letto?
È stata l’autrice a cercarmi. Non giravo film horror da un decennio e a lei piaceva moltissimo qualcosa che avevo diretto circa dieci anni prima, e mi ha chiesto di dare un’occhiata al suo romanzo.
Ha deciso subito di farne un film?
Ho deciso immediatamente, sì. Mi ha spaventato tantissimo; non riuscivo nemmeno a leggerlo di notte.
Si leggeva come se non fosse finzione, era sorprendente. E pensavo: come sarebbe se questo genere di cose accadessero davvero?
Per fare questo tipo di film horror in modo corretto, ci si deve forse credere, almeno in una certa misura?
Né l’autrice né io ci crediamo assolutamente. Ma quando si tratta di guardare o leggere qualcosa che ha a che fare con l’horror, mi piace la sensazione che mi procura pensare “E se tutto questo succedesse o esistesse davvero?”
La scrittrice, interpretata da Takeuchi Yoko, sembra non riuscire a decidere se sia tutto vero o meno.
È vero, non ci crede affatto. Scrive di questi argomenti ma non crede ai fantasmi.
Per Kubo, il personaggio di Hashimoto Ai, è la stessa cosa. Lei sente strani rumori ma non pensa immediatamente che si tratti di un fantasma. Sono tutti molto razionali e, sotto questo aspetto, il film è diverso dai J-horror del passato.
Può darsi. Sinora, nei film (J-Horror), i personaggi credevano immediatamente a tutta quella roba.
Il romanzo mi ha veramente intrigato, così ho pensato che non fosse il caso di cambiare troppe cose. L’elemento positivo del romanzo è il modo in cui riesce a metterti dentro la testa dei personaggi: “Se mi trovassi nella loro situazione, proverei esattamente le stesse cose”.
Se la storia fosse stata sviluppata come un classico J-Horror, con la protagonista che crede ai fantasmi sin dal primo momento in cui sente uno strano rumore, alla fine lo spettatore si sentirebbe estraneo (ai personaggi del film), come se quello che è accaduto a loro non avesse nulla a che vedere con lui. Ma nel caso di questo film, il pubblico si sente preso dentro tutto questo raccapriccio. Ed è esattamente così che ci si sente quando si legge il romanzo. Ci si spaventa pensando che, sentendo o vedendo anche solo alcune di quelle cose, ci accadrà sicuramente qualcosa di brutto. Ci accadrà qualcosa semplicemente perché stiamo leggendo il romanzo.
Volevo inserire nel film esattamente quel genere di sensazione.
Non è sempre questione di credere o meno. In una scena c’è un ragazzino che di notte percorre un corridoio buio e viene spaventato a morte. Sembra che si tratti di un istinto umano universale. Lei era così da bambino?
Mi spaventavano diverse cose, e questo fino ai trent’anni.
Cos’è che l’ha cambiata?
Quando ho iniziato a realizzare film horror le mie paure sono svanite del tutto.
Per forza.
Allora questo è il suo ultimo film del terrore?
Voglio girarne ancora uno.
Non c’è nulla di stabilito, per il momento, per cui è ancora di là da venire. Girare un horror è decisamente più faticoso che girare qualsiasi altro film. Il regista deve avere il controllo di tutto. Gli attori, la luce, le musiche, l’atmosfera: ogni cosa deve funzionare perfettamente. Non si può lasciare fare agli attori.
Sono importanti anche le pause nella conversazione e le reazioni che hanno rispetto a ciò che vedono.
Quindi deve avere in mente un’immagine ben precisa di ciò che sta cercando di ottenere?
Esatto.
È tutta una questione di tecnica. Con un altro tipo di film puoi lasciare gli attori fare ciò che vogliono – senza dover dire loro “mantieni quell’espressione per tre secondi”.
Mark Schilling