Nota soprattutto per aver lavorato nella serie Tora-san di Yamada Yoji – composta da 48 film e incentrata su un venditore ambulante che in ogni episodio si innamora senza essere mai ricambiato – Baisho Chieko ha fatto molto più che interpretare Sakura, la sorellastra del protagonista perennemente in pensiero per lui. Prima che la serie avesse inizio, nel 1969, era una cantante pop di successo; quando la serie si concluse, nel 1995, a causa della morte dell’attore protagonista Atsumi Kiyoshi, la carriera dell’attrice è continuata come doppiatrice e attrice per il cinema in tutta una serie di ruoli, dal comico al drammatico. Tra i fan degli anime, Baisho Chieko è forse famosa soprattutto come voce di Sophie, la protagonista del film di Miyazaki Hayao Il castello errante di Howl, del 2004, ma ha interpretato, sempre come doppiatrice, Weathering with You, grandissimo successo di Shinkai Makoto del 2016. Di recente, l’attrice ha ottenuto grandi consensi per il suo ruolo in Plan 75, dramma distopico di Hayakawa Chie ambientato in un Giappone prossimo futuro, dove lei è l’addetta alle pulizie di un hotel che aderisce a un programma governativo che sostiene l’eutanasia per le persone anziane. Questa interpretazione le è valsa diversi riconoscimenti, come quello per la migliore attrice ai premi Blue Ribbon che vengono attribuiti ogni anno dalla rivista Mainichi; questo fa di lei, che ha 81 anni, la più anziana attrice ad aver ricevuto questo ambito riconoscimento.
Chi scrive, consulente del FEFF per il cinema giapponese, ha incontrato Baisho per intervistarla sulla sua lunga carriera, prima che l’attrice venisse a Udine a ricevere il Gelso d’Oro alla Carriera.
— Lei ci ha chiesto di proporre al pubblico When Spring Comes Late (1970). Sono rimasto sorpreso dal numero di attori della serie Tora-san presenti in quel film, compreso lo stesso Tora-san, Atsumi Kiyoshi.
Non so perché, ma era più o meno in quel periodo che la serie ebbe inizio, e quindi stava già lavorando con loro.
— E inoltre, la storia è quella di un viaggio, un tema presente anche nella serie Tora-san – Tora-san è sempre in viaggio.
Esatto. È come un documentario che mostra l’aspetto che il Giappone aveva all’epoca.
— Io sono venuto in Giappone per la prima volta nel 1975, e quindi gran parte del film mi risulta familiare, anche se non c’ero per l’Expo di Osaka del 1970, che nel film si vede. Ma la famiglia (nel film) non può entrare. Riescono solo a dare una sbirciatina.
Il signor Yamada girò quelle scene a Osaka con un microfono direzionale che può registrare i suoni da una certa distanza, per cui, anche usando una cinepresa nascosta per le riprese, si possono cogliere tutte le battute.
— Straordinario. Quindi le voci non sono state doppiate dopo aver fatto le riprese?
Non molto, no. È il metodo di Yamada e non è cambiato granché. In When Spring Comes Late ha girato la progressione delle stagioni esattamente come nella serie Tora-san. In primavera, al disgelo, diceva: “Giriamo in Hokkaido (nel Giappone settentrionale)”. Riprendeva in uno stile documentaristico, ma la famiglia è fittizia.
— I film della serie Tora-san erano una specie di miscuglio: venivano girati in location come il distretto di Shibamata (a Tokyo) ma anche negli studi cinematografici.
Sì, riprendevano Atsumi in esterni, ma non me. (ride). All’inizio venivano girati tre film della serie all’anno, poi due, poi uno, a causa del suo stato di salute, e di conseguenza veniva adattato anche il calendario delle riprese. Si cominciava alle 9 del mattino, a mezzogiorno si pranzava e poi si finiva di girare prima di cena, con Atsumi che stava lì tutto il tempo. Ma io rimanevo anche a fare gli straordinari.
— I film della serie Tora-san sono stati realizzati in un lasso di tempo di 26 anni, dal 1969 al 1995 e quindi si può dire che gli interpreti invecchiavano in tempo reale.
Io sono stata presente (nella serie) per tutto quel tempo e ogni volta che facevo una passeggiata in città o andavo a fare shopping, la gente diceva: “Sakura-san, come sta Tora-san?”. A volte per me era un po’ pesante. Non potevo mai liberarmene, e quindi era dura sentire tutti quei “Sakura, Sakura” tutto il santo giorno.
Ma quando ne parlai con Atsumi, disse che essere chiamati con il nome del proprio personaggio – Sakura-san o Tora-san – era bellissimo. Così dissi a me stessa che era una cosa meravigliosa e che avrei dovuto affrontare ogni film a mente fresca, come se fosse sempre la prima volta. È stato così che sono riuscita a continuare a farlo.
Interpretando i film della serie Tora-san ho imparato molto sulla società e sul mondo. Quella serie era come una scuola.
— Quando la serie finì era preoccupata di ciò che sarebbe accaduto in seguito?
Volevo solo fare una pausa. Smettere no, solo fare una pausa.
— Ha ottenuto diversi riconoscimenti per questa serie, a cominciare dai premi per la sua interpretazione ricevuti dalla rivista Kinema Junpo e i Blue Ribbon del giornale Mainichi nel 1970.
Ebbi la notizia dal signor Yamada una mattina, alla fine delle riprese. Era la prima volta che la serie Tora-san riceveva un riconoscimento. Quando me lo disse, seppi che dovevo andare avanti. Ed è quello che ho fatto.
— Alcuni anni fa ha avuto un ruolo da protagonista nel film di Kobayashi Shotaro Only the Cat Knows (2019), che è stato presentato al FEFF di Udine. Quando affronta un ruolo da protagonista lo fa in modo diverso rispetto a quando deve interpretare un personaggio secondario come quello di Sakura?
Non cambio molto l’approccio al ruolo: devo diventare quella persona. Nei film della serie Tora-san ero Sakura e nel film di Kobayashi ero Yukiko. Ci sono però alcune differenze nel modo in cui interpreto ogni personaggio. Come attrice, desidero mostrare al pubblico diverse sfaccettature, ma ci sono ruoli che non potrei mai interpretare perché non sono giusti per me. Chiedo a me stessa se posso diventare quella persona: mi ci vedo in quei panni? Persino nel caso di Sakura-san. Non voglio trasformarla in qualcosa di troppo diverso da ciò che è, non ho quel tipo di intenzione; voglio semplicemente essere quella persona e, se ci riesco, allora sono soddisfatta.
— Può dire se la parte è giusta per lei solo guardando la sceneggiatura?
Sì, quando la storia è buona, solo leggendola di solito lo so, senza doverci pensare. So se si tratta di un film al quale voglio partecipare.
— È successo così anche con Plan 75?Ho pensato che si trattasse di una buona storia, ma ho esitato un po’. Mentre pensavo a cosa fare, mio marito ha detto “Perché non incontri il regista?” e subito dopo ho deciso di farlo.
— Il film si è aggiudicato dei premi ed è andato bene al botteghino, ma sembra anche che abbia ragione sul futuro. Avrà sentito parlare di quel professore giapponese dell’Università di Yale, Narita Yusuke, il quale ha dichiarato che l’unico modo per affrontare il problema del rapido invecchiamento della popolazione nipponica è che gli anziani commettano un suicidio collettivo.
Non ne sapevo nulla, no.
— Lei è stata premiata come miglior attrice ai Mainichi Blue Ribbon Awards, per la seconda volta a 42 anni di distanza da quando aveva ricevuto lo stesso riconoscimento nel 1981.
Mi chiedo perché sono stata scelta. Forse mi hanno dato un riconoscimento non solo per Plan 75, ma anche per i film precedenti.
— Il suo primo film con Yamada è stato The Sunshine Girl (1963). E lei è cresciuta nello Shitamachi (la città vecchia di Tokyo).
Sono cresciuta a Takinogawa, vicino a Sugamo.
— Essere originaria dello Shitamachi l’ha aiutata a connettersi con il personaggio del film?
Quello di The Sunshine Girl è stato il mio primo ruolo da protagonista, a un anno dai miei esordi nel mondo del cinema. Sono nata e cresciuta in un quartiere come quello del film. Quando aprivo la porta di casa i vicini dicevano “Ciao” e io dicevo “Ciao” e loro dicevano “Ho del cibo avanzato, lo vuoi?”, e così via. La gente si riuniva per chiacchierare – lo si chiamava idobatakaigi (letteralmente, “ritrovarsi al pozzo”). Anche gli anziani si riunivano. Sono cose che stanno scomparendo.
Ho infuso questo genere di cose nel mio personaggio, Machiko (in The Sunshine Girl). È stato più o meno in quel periodo che ho iniziato a lavorare per lo studio Shochiku. Mi chiamavano “Chiko-chan”. Ero come una rosa che sta sbocciando: era meraviglioso.
Ero sbucata dal cemento dello Shitamachi come un fiorellino di tarassaco ma in qualche modo riuscii a entrare a far parte di una società cinematografica di nome Shochiku. The Sunshine Girl mi insegnò a recitare. Quelli sono diventati i fondamenti della mia vita, e ancora oggi li uso come strumento di osservazione di diverse cose.
— Fu la sua canzone di successo a ispirare il film, vero?
Il film trasse ispirazione dalla canzone di Eguchi, è vero. A quell’epoca, quando una canzone faceva successo la trasformavano spesso in un film. Così, quando ebbi successo con Shitamachi no Taiyo, Shochiku decise di farne una pellicola.
— Lei è ancora attiva come cantante. E la sua voce viene usata anche per il cinema, come ne Il castello errante di Howl di Miyazaki Hayao e in Weathering with You di Shinkai Makoto. Com’è stato lavorare con quei due registi?
Durante la lavorazione de Il castello errante di Howl, Miyazaki mi disse che non dovevo far sembrare il personaggio di Sophie una nonnina. Disse “Basta che usi la tua voce naturale”. “Perché?” mi chiesi. Ma poi, in qualche modo, ho capito.
La voce non doveva essere cambiata perché Sophie diventava due persone, una giovane e una anziana, e quindi andava bene così, no? Ma io volevo fare molto molto di più.
Weathering with You è stato più difficile. I dialoghi erano più serrati e non riuscivo a farci stare tutto, così il regista disse: “Se ti serve, possiamo provare qualcosa di diverso”. E fece delle piccole modifiche in modo che io potessi farcela. Il risultato era un po’ diverso dalle intenzioni di Shinkai, ma riuscii a far combaciare le parole con il labiale del personaggio. Fu davvero complicato.
Mark Schilling