Notizie dal Watanabeverse

“Udine sta realizzando una rassegna speciale sul mio lavoro, ma hanno dovuto farla online… Mi sarebbe piaciuto andare a Udine, perché ho sentito dire che è un bel posto”. Così dice con rimpianto Watanabe Hirobumi, durante i mesi del lockdown, al telefono con il suo storico direttore della fotografia Bang Woohyun, nel film Way of Life che del lockdown è una specie di diario filmato. Adesso, al Far East Film Festival 2023, Watanabe potrà finalmente venire come ospite a Udine, insieme al fratello e collaboratore abituale Yuji.

Quella rassegna sul maestro giapponese si è tenuta nel 2020 ed è stata la grande scoperta che il FEFF 22 ha offerto ai suoi spettatori. Nato a Otawara (prefettura di Tochigi) nel 1982, Watanabe Hirobumi ha fondato col fratello Yuji, compositore di musica per film, la casa di produzione Foolish Piggies nel 2013. Nella cittadina agricola di Otawara sono sempre ambientati i film di Watanabe, e questo senso filmico del genius loci è il primo elemento che contribuisce a creare – potremmo dire – il Watanabeverse. Da film a film ritornano i luoghi, lo stile d’inquadratura, i volti. Watanabe ama usare lo stesso gruppo di amici e collaboratori; fra di essi, la bisnonna Hirayama Misao (poi scomparsa a 102 anni) e la bambina Hisatsugu Riko. E naturalmente c’è il regista, che interpreta i propri film – non sempre in veste di protagonista – come una sorta di se stesso visto in uno specchio un po’ deformante. Sono film attraversati da un bizzarro senso dell’umorismo, che raggiunge il suo vertice nelle folli tirate polemiche di Watanabe su la vita, il rock, gli anime, il cinema, seduto in auto accanto a uno stoico guidatore che ascolta impassibile, perpetuamente muto.

Per dare un’idea attraverso riferimenti occidentali, si potrebbe pensare a Jim Jarmusch incrociato col David Lynch di Una storia vera – ma il regista dichiara anche altri numi tutelari, da Wenders ad Allen a Kaurismäki. Watanabe Hirobumi è un poeta della vita di ogni giorno. C’è qualcosa di arcano nel modo in cui nei suoi film la quotidianità più immediata diventa appassionante. I piccoli avvenimenti ordinari (guardati attraverso la lente della magnifica fotografia in bianco e nero, firmata dal coreano Bang Woohyun) assumono un senso nuovo, una quieta emozione, una pregnanza: il calmo fluire della realtà si trasforma in cosa mirabile.

I film di Watanabe si fondano quindi su un’estetica della ripetizione; dentro il film, ma anche da film a film. La ripetizione è la base della nostra vita ma il cinema è nato per eliderla; mentre invece Watanabe la porta in primo piano. C’è dietro un accorto lavoro di preparazione: questi film sono piccoli gioielli accuratamente sfaccettati. Dove l’attenzione al mondo naturale (per esempio le ricorrenti inquadrature delle nuvole) non offusca il fatto che il grande elemento di esplorazione alla base di tutto il suo cinema è l’uomo.

Nel corso degli ultimi anni, si nota nella produzione di Watanabe una tendenza ad “aprire” il suo mondo poetico e narrativo, pur senza perdere la fedeltà alla sua ispirazione originaria; questo già si vedeva in I’m Really Good del 2020 (proiettato a Udine in prima mondiale), di cui era protagonista la bambina Riko; e i tre film presentati all’edizione 2023 del Far East Film Festival, in presenza dell’autore, ne sono testimonianza. E rappresentano inoltre l’irrompere del colore nell’universo watanabiano.

Your Lovely Smile, di Lim Kah Wai, è interpretato da Watanabe – o da un suo fratello gemello narrativo, un regista indipendente (con la scritta “Genio” sulla maglietta) che gira per il Giappone, tra realtà e fiction, cercando di far proiettare i suoi film. In un passaggio assai divertente se la vede anche con un aspirante produttore che è una specie di gangster, e vorrebbe un film sulla propria giovinezza rissosa. Ma i cinema che vediamo sono autentici, i loro gestori (fra cui uno degli interpreti di Drive My Car di Hamaguchi Ryusuke) sono reali, e raccontano a Watanabe, fuori dal tenue pretesto fictional, della loro vita di esercenti, con il declino del cinema in sala e con l’ultimo disastro della pandemia. Così Your Lovely Smile diventa un’alta, toccante dichiarazione di amore per la sala e lo schermo, che culmina nelle interviste finali ed è – leggiamo alla fine – “dedicata a tutti i cineasti indipendenti e le sale d’essai nella pandemia da Covid-19”.

Way of Life, diretto da Watanabe, ci riporta ai giorni del Covid: è una sorta di video-diario in cui Watanabe ci mostra se stesso confinato nella sua cameretta in casa dei genitori durante il lockdown, in ossessive immagini ricorrenti in b/n da un’inquadratura fissa che riprendono la camera sempre dallo stesso punto di vista. Impossibilitato a dirigere, Watanabe è ridotto a lunghe conversazioni telefoniche – e al disegno. Perché si sfoga disegnando tutto il giorno: e in queste parti del film esplode il colore come una liberazione. I disegni sono bellissimi, e ci svelano un Watanabe Hirobumi inedito: sia un inventare sia un rifare motivi (riconosci Van Gogh, il Doganiere Rousseau, Picasso, i disegni infantili, i fumetti americani, e naturalmente Basquiat) con grande verve e bellezza. L’uso del colore non è solo questione di visibilità dei disegni: in pratica, con Way of Life Watanabe organizza la propria personale pittorica, su pellicola anziché in una galleria d’arte.

Ma anche dal lockdown, alla fine, si esce! Ed ecco allora Techno Brothers. Interamente narrativo e fictional, e interamente a colori, questo film assai divertente è un omaggio incrociato ai Blues Brothers di John Landis e ad Aki Kaurismäki. Dei Blues Brothers, i fratelli Watanabe, Hirobumi e Yuji, più un terzo elemento (Kurosaki Takanori), sono la prosecuzione: quelli blues, questi techno; quelli in completo nero, questi con camicia rossa e cravatta scura (c’è anche un riferimento al gruppo tedesco dei Kraftwerk); ma la stessa impassibilità e gli stessi occhiali neri. È l’epopea di un trio di suonatori di strada nella bizzarra cronaca di un viaggio pieno di speranza verso Tokyo, pieno di incidenti, comandati a bacchetta da una durissima manager (simile ad Anna Wintour) – che li tratta malissimo, esattamente come in Leningrad Cowboys Go America di Kaurismäki Matti Pellonpää trattava i Leningrad Cowboys. Inutile aggiungere che il finale di questo road movie è un omaggio a Otawara, il luogo che è il vero cuore dell’universo watanabiano. Watanabe parte dal patrimonio filmico dei suoi film precedenti per ampliare il suo cerchio “narrativo-affettivo”, ma restando fedele a se stesso
Giorgio Placereani