Apolitical Romance è una commedia romantica interculturale di produzione cino-taiwanese, che commette pochi passi falsi e in pratica è l’opposto di Great Wall My Love (2011), di Emily Liu. In questo caso c’è una ragazza della Cina continentale che visita Taiwan e si innamora di un ragazzo del posto, il quale la aiuta a rintracciare il primo amore della nonna, dopo sessant’anni e rotti. Come nel delizioso film di Emily Liu, la trama è, fondamentalmente, solo un pretesto per raccontare il rapporto di una strana coppia. Romance, che si concentra maggiormente sulla coppia centrale, ha una struttura molto più semplice di Great Wall e, in ultima analisi, lo supera di misura grazie all’ottima alchimia naturale che si instaura tra i protagonisti, l’attrice cinese Huang Lu (anche produttrice esecutiva del film) e l’attore taiwanese Bryan Chang.
Malgrado il titolo inglese, in Apolitical Romance la politica non è mai assente, sebbene sia trattata in modo semplice e lieve. La cinese polemica e volitiva di Huang (con l’attrice che adotta un marcato accento pechinese) contrasta particolarmente con il taiwanese più arrendevole, quasi infantile, di Chang, che fa una scenata quando lei critica la sua collezione di robot giocattolo. La ragazza si riferisce sempre a Taiwan come a una “provincia” invece che a una nazione, e in una scena memorabile ambientata nel sancta sanctorum di Taipei, il National Chiang Kai-shek Memorial Hall, inizia a cantare per scherzo un inno comunista. Lui invece cerca di insegnarle un po’ di dialetto taiwanese (Hokkien) e di farle assaggiare il cibo locale. Mentre le barriere iniziano a cadere, la ragazza si addolcisce e inizia a scattare il lato romantico ed emotivo della commedia, dopo circa un’ora di film, mentre il finale all’aeroporto stuzzica la curiosità del pubblico che non sa se i rappresentanti dei due territori della Grande Cina “unificheranno” la loro relazione.
Essendo ambientato nella piccola Taiwan invece che nei più vasti e fotogenici paesaggi cinesi, Romance ha un’atmosfera più intima e circoscritta rispetto a Great Wall di Liu, sebbene questo aspetto contribuisca a mettere più in luce la relazione centrale del film. Huang, originaria del Sichuan, è un’attrice che in tutta la sua carriera ha sempre fatto scelte intriganti e non scontate (Blind Mountain, The Red Awn), anche quando i film stessi erano meno interessanti (She, a Chinese e Here There). In questo caso domina la scena con il ritratto appariscente ma credibile di una cinese disinvolta e apparentemente molto sicura di sé, che è l’esatto opposto del ragazzo taiwanese di Chang, emotivamente sottosviluppato. Chang (One Day; Kora) viene fuori in un modo più tranquillo man mano che il film prosegue e il ruolo di Huang si addolcisce; l’apparente incapacità del suo personaggio di impegnarsi affettivamente sottolinea anche scene successive, come il ricongiungimento con il padre e il finale all’aeroporto. Non c’è nulla di particolarmente originale nella resa del personaggio, ma riesce a essere sempre coinvolgente. In soli 88 minuti di durata, il film mantiene un buon equilibrio tra la sua relazione centrale, le vicende personali delle persone incontrate dai due protagonisti nel loro viaggio (che riflettono tutti, in qualche modo, la separazione geografica tra coloro che sono rimasti in Cina dopo il 1949 e quelli che sono fuggiti a Taiwan), e gli aspetti turistici legati al loro viaggio attraverso le varie comunità dell’isola.
Viene fuori che entrambi sono, in un certo senso, orfani: lei è stata allevata di fatto dalla nonna, mentre lui per un certo periodo è stato privato del padre, un criminale. Questi particolari emergono in modo naturale dalla sceneggiatura, che ha un ritmo semplice e spontaneo.
Al suo primo lungometraggio, il regista Hsieh Chun-yi evita di sottolineare il potenziale di tipica carineria taiwanese nella relazione, e trova anche il tempo di fare della delicata ironia attraverso i dialoghi, anche se si insinuano alcuni momenti (come una breve sequenza animata) che marchiano il film come prettamente taiwanese. La fotografia del regista e direttore della fotografia Jordan Schiele, originario di Brooklyn, è naturale e priva di fronzoli, senza un “look” specifico che possa essere d’intralcio alle interpretazioni degli attori.
Derek Elley