Volendo definire il cinema taiwanese nel 2025, potremmo dire “inizio in sordina, finale in crescendo”. Se nei primi mesi dell’anno il settore si è mostrato privo di slancio, la fase successiva ha portato una decisa ripresa; fra i cinque film con incassi oltre 100 milioni di NT$ [tutte le cifre nell’articolo sono in dollari taiwanesi, ndt], tre hanno goduto di un successo tardivo, costruito pian piano grazie al passaparola. Nel complesso, gli introiti sono saliti dai 700 milioni del 2024 a 946 milioni, con una quota di mercato dell’11,75%. Uno sguardo ai titoli più rilevanti dell’anno rivela inoltre un ampliamento dei generi: accanto all’immancabile richiamo dei gangster movie e dei thriller soprannaturali, hanno trovato spazio film catastrofici, narrazioni storico-sociali e opere d’autore a tema femminile, segnali evidenti di un pubblico dai gusti sempre più diversificati e di un cinema taiwanese più esplorativo nelle tematiche.
La prima metà del 2025 si era rivelata preoccupante per l’industria locale, che aveva addirittura rinunciato alla competizione sotto il Capodanno Lunare, tradizionalmente il periodo di maggior incasso nel calendario delle uscite al cinema. Fortunatamente le uscite successive sono riuscite a invertire il trend. Lovesick, commedia romantica ambientata in un campus diretta da Hsu Fu-hsiang, ha visto esordire Zhan Huai-yun e Chiang Chi, conquistando il pubblico con una miscela accattivante di lacrime e risate. Con un incasso di 62,5 milioni è risultato il film taiwanese più redditizio della prima metà dell’anno. Da menzionare anche il thriller soprannaturale Haunted Mountains: The Yellow Taboo, con Jasper Liu, Angela Yuen e Tsao Yu-ning, che ha confermato il fascino duraturo dell’horror locale con 30 milioni al botteghino.
L’estate ha portato la concorrenza agguerrita dei blockbuster internazionali, con film come l’hollywoodiano F1: The Movie e l’anime giapponese Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba – Il Castello dell’Infinito a dominare le sale; quest’ultimo ha raccolto 845 milioni di dollari, collocandosi al terzo posto nella classifica dei maggiori incassi di sempre nell’isola. In mezzo a questi colossi, il quinto capitolo della longeva saga gangsteristica Gatao, intitolato Gatao: Big Brothers, ha sfruttato oltre un decennio di riconoscibilità del marchio e il ritorno del cast originale arrivando a 189 milioni di incasso.
Lo stallo del cinema taiwanese è durato fino ai primi di settembre, quando 96 Minutes ha finalmente rotto l’impasse. Per la regia di Hung Tzu-hsuan, con Austin Lin e Vivian Sung, il film (costato 160 milioni di dollari) è il primo disaster action taiwanese ambientato nel sistema ferroviario dell’alta velocità. Al suo realismo ha contribuito la costruzione a Taichung di un set a grandezza naturale, il primo mai realizzato nell’isola. Nonostante un’apertura poco brillante, il film ha dimostrato una notevole tenuta nel tempo, con 207 milioni di ricavi totali.
Ottobre ha segnato un altro traguardo con Mudborn, esordio alla regia del montatore Shieh Meng-ju, che ne ha firmato anche la sceneggiatura; il lavoro ha superato i 100 milioni di incasso, imponendosi come principale successo domestico dell’anno nel campo dell’horror. È seguita poi un’ondata di opere prime realizzate da registi emergenti, fra cui spiccano La mia famiglia a Taipei di Shih-Ching Tsou e Girl di Shu Qi, entrambi frutto di anni di sviluppo, che hanno fatto apparizioni significative nel circuito dei festival internazionali.
Residente negli Stati Uniti, Shih-Ching Tsou collabora da tempo con il regista premio Oscar Sean Baker. La mia famiglia a Taipei, che segna il suo esordio alla regia, è stato girato a Taiwan, con Baker nel ruolo di montatore e co-sceneggiatore. Il film segue una madre single (Janel Tsai), che lavora a una bancarella di noodle in un mercato notturno di Taipei insieme alle due figlie, interpretate da Ma Shih-yuan e Yeh Tzu-chi, tentando di gestire una fragile vita familiare. Grazie a un montaggio agile e preciso il film dà vita all’energia dei mercati notturni taiwanesi e anima lo sforzo intergenerazionale di queste donne per sfuggire alla precarietà delle loro vite. Presentato alla Semaine de la Critique del festival di Cannes, il film ha anche rappresentato Taiwan nella shortlist dei 15 titoli candidati all’Oscar per il miglior film internazionale.
Di segno diverso è Girl, opera dagli evidenti echi autobiografici, nonché primo lungometraggio che l’attrice Shu Qi ha scritto e diretto con l’incoraggiamento del regista veterano Hou Hsiao-hsien. Attraverso l’obiettivo della direttrice della fotografia Yu Ching-pin, il film ci riporta nella Keelung del 1988 e narra di un’adolescente profondamente segnata dalla violenza domestica, che cerca di governare le difficili dinamiche della relazione con la madre e con i compagni di scuola. Immagini poetiche e un montaggio non lineare intrecciano diversi livelli temporali, ricostruendo gradualmente il paesaggio emotivo della protagonista. Il film è stato presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e in seguito ha vinto il premio per la miglior regia al Busan International Film Festival.
Il Golden Horse Award per il miglior film è invece andato a A Foggy Tale, sesta opera scritta e diretta da Chen Yu-hsun. Noto soprattutto per le sue commedie, qui Chen adotta un sobrio realismo per rievocare la Taiwan dei primi anni Cinquanta. Piuttosto che raccontare l’era del Terrore Bianco attraverso esplicite accuse politiche, il film rappresenta la storia dal punto di vista dei cittadini comuni, seguendo una ragazza di campagna (Caitlin Fang) che si reca in una Taipei a lei sconosciuta per recuperare il corpo del fratello giustiziato. Nel cammino si lega a un conducente di risciò, interpretato da Will Or, e il loro viaggio insieme – in un intreccio di dolore e conforto – a poco a poco fa luce su quell’epoca turbolenta.
Forte di un budget da 120 milioni di dollari, A Foggy Tale è frutto di una meticolosa ricostruzione storica. Lingua, costumi e paesaggi urbani sono stati ricreati dopo lunghe ricerche, combinando set costruiti appositamente, edifici esistenti adattati ed effetti digitali per evocare la trasformazione della Taiwan degli anni Cinquanta da retroterra rurale ad ambiente urbanizzato. Pur affrontando un capitolo storico doloroso, il film inserisce momenti di quotidianità – canti e balli, furtarelli, venditori ambulanti – che attenuano il senso di malinconia restituendoci un ritratto della vita comune. Proprio a causa del suo soggetto storico cupo, il film non ha registrato immediatamente risultati rilevanti al botteghino; tuttavia, il potere del passaparola a due mesi dall’uscita lo ha spinto oltre la soglia dei 100 milioni, mantenendo lo slancio fino al Capodanno Lunare del 2026.
Un altro titolo uscito nel periodo festivo è stato Sunshine Women’s Choir, adattamento del film coreano Harmony. La storia segue un gruppo di detenute che trovano solidarietà e riscatto formando un coro in carcere. Il regista Gavin Lin e lo sceneggiatore Hermes Lu, avevano già ottenuto un grande successo con il remake taiwanese del melodramma coreano More Than Blue, incassando 240 milioni di NT$. Sono tornati all’adattamento di un film coreano per il pubblico taiwanese calibrando con attenzione il casting e la scelta delle canzoni con la narrazione, e catturando così il cuore emotivo della storia: legami familiari struggenti e la forza commovente delle voci che si levano oltre le pareti del penitenziario.
Curiosamente, Sunshine Women’s Choir è uscito in sordina alla fine di dicembre 2025, con risultati modesti nel primo weekend. Nel giro di due settimane, però, è avvenuta una straordinaria rimonta: a 20 giorni dall’uscita erano stati superati i 100 milioni e nel giro di sei settimane addirittura i 534, rendendolo il film taiwanese con il maggior incasso nella storia del botteghino nazionale e proiettandone il successo ben oltre il nuovo Capodanno Lunare.
La programmazione festiva del 2026 è stata tuttavia dominata da due importanti produzioni locali, Kung Fu e Double Happiness, con approcci al mercato basati su differenti strategie di genere. Adattato dal romanziere e regista Giddens Ko dal proprio romanzo, il fantasy action Kung Fu nasce con un budget di quasi 280 milioni e un ensemble di attori fra cui Leon Dai, Kai Ko, Berant Zhu e Gingle Wang. La trama parla di due liceali combinaguai che, essendo stati bullizzati, decidono di prendere lezioni da un misterioso vagabondo esperto di arti marziali. Sperano di impadronirsi del kung fu per difendere la giustizia – e sfogarsi per le umiliazioni subite ogni giorno – ma invece vengono trascinati in un mondo bizzarro e fantastico. Dietro la premessa apparentemente scanzonata si nasconde però un’allegoria sociale più tagliente, che esplora i diversi livelli di violenza e controllo esercitati sui più vulnerabili: dai criminali di quartiere ai politici avidi fino al meccanismo dello Stato. Allo stesso tempo, il film tenta di smontare la dicotomia tra bene e male giungendo a una sorta di rivelazione spirituale.
Kung Fu si può definire il progetto di Giddens Ko più ambizioso della sua carriera per forma e contenuto. Forte dell’esperienza tecnica maturata con i precedenti Mon Mon Mon Monsters, Till We Meet Again e Miss Shampoo, il regista si concede un’ampia sperimentazione stilistica, mescolando elementi di melodramma televisivo taiwanese, teatro tradizionale di burattini budaixi e classico wuxia hongkonghese. Il risultato è insieme un omaggio nostalgico e una parodia sovversiva, ricca di ironia e invenzioni visive. L’azione travolgente e brutale, con la coreografia curata da un team coreano, è sostenuta da 1600 inquadrature con effetti speciali che stabiliscono un nuovo standard tecnico per il cinema taiwanese.
Dopo il successo critico di Little Big Women, il cineasta Joseph Hsu torna con Double Happiness, opera di approfondimento delle tensioni familiari dove i movimenti di macchina, la prossemica degli attori e il ritmo narrativo mostrano una nuova maturità. La storia segue una coppia appena sposata (Liu Kuan-ting e Jennifer Yu), i cui piani per il matrimonio precipitano nel caos. Poiché i suoi genitori divorziati rifiutano di incontrarsi, lo sposo è costretto a organizzare due banchetti nuziali nello stesso giorno, soluzione che la sua sposa hongkonghese accetta di buon grado.
Gli equivoci comici sviluppano una trama in cui i complessi riti matrimoniali e una continua processione di parenti generano sia divertimento che frizione. Dalla disposizione dei piatti al banchetto all’accoglienza degli invitati, fino alle aspettative degli anziani, ogni dettaglio produce nuove tensioni e la trama avanza alternando leggerezza e pressione crescente.
Sotto la superficie festosa si cela però un rito di passaggio più profondo. Cresciuto sotto il peso della separazione dei genitori, lo sposo si trova stretto tra due fuochi e nel grande giorno vive un turbinio di emozioni represse per anni. Così, affrontare i genitori con franchezza diventa una prova di accesso alla prossima fase della vita. Liu Kuan-ting offre un’interpretazione finemente calibrata, sospesa tra ansia e gioia, mentre la solida performance di Jennifer Yu dona stabilità emotiva al racconto. Le interpretazioni di Tou Tsung-hua e Yang Kuei-mei nei panni dei genitori dello sposo, e di Tin Kai-man in quello del padre della sposa, aggiungono ulteriori sfumature narrative.
Deep Quiet Room del regista Shen Ko-shang è una coproduzione internazionale che ha coinvolto Taiwan, Italia, Polonia e Nuova Zelanda. Tratto dal racconto omonimo di Shoher Lin, il film indaga il trauma persistente della violenza domestica attraverso la storia di due coniugi (Ariel Lin e Joseph Chang) e del padre di lei (King Shih-chieh). Shen, già vincitore del Grand Prize ai Taipei Film Awards per il documentario A Rolling Stone, esordisce qui nel lungometraggio confermando il suo interesse per l’ambito psicologico.
Il film si apre con un rapido montaggio che ripercorre la relazione della coppia dal primo incontro fino alle nozze. Tutto sembra idilliaco, ma la scoperta, durante gli esami prenatali, che il feto è femmina provoca nella donna un cambiamento improvviso, conducendola al suicidio. Sconvolto e in lutto, il marito deve prendersi cura dell’anziano suocero e cercare allo stesso tempo di dare un senso alla scomparsa della moglie. Gli indizi emergeranno a poco a poco ripercorrendo frammenti della loro vita passata.
La ventennale formazione di Shen emerge nelle riprese documentaristiche e nell’attenzione alle interpretazioni. Il cineasta richiama in modo sottile le ferite nascoste delle vittime di violenza domestica, mentre le performance di Ariel Lin, Joseph Chang e King Shih-chieh costruiscono un equilibrato triangolo di relazioni, restituendo la tensione soffocante che può insinuarsi nelle relazioni più intime.
Il film d’animazione A Mighty Adventure, scritto e diretto da Toe Yuen (autore di My Life as McDull) narra di tre minuscole creature della foresta – una cavalletta, una farfalla e un ragno – che si incontrano per caso. Dotati di abilità distinte (saltare, volare e tessere ragnatele), i protagonisti sono catturati da un collezionista e collaborano per fuggire dal suo laboratorio, solo per scoprire di essere finiti in una moderna metropoli piena di insidie. Per sopravvivere dovranno trovare il modo di tornare a casa – la verde e lussureggiante foresta dove un tempo vivevano.
Yuen ha iniziato a sviluppare il progetto nel 2007. Combinando animazione 3D e riprese dal vero, oltre il 70% del film è stato girato a Taichung in location come Maple Valley Park, il canale Liuchuan e le strade cittadine usati come sfondo. Il film osserva il mondo naturale, la giungla metropolitana e la società umana dalla prospettiva microscopica degli insetti. Oggetti di uso quotidiano come penne, tavoli, robot aspirapolvere e frutta, fino a strutture imponenti come edifici, fogne, cisterne e scale, assumono significati completamente nuovi, dando vita a un universo ricco di sorprese e giocosa immaginazione.
Privo di dialoghi, il film affida lo sviluppo narrativo al sound design e alla musica, risultato premiato con il Golden Horse Award per i migliori effetti sonori. La produzione è anche un connubio di talenti creativi provenienti da Hong Kong, Taiwan e Malaysia, secondo un modello collaborativo che rispecchia quello dei protagonisti: ciascuno mette in campo le proprie capacità, crescendo nella collaborazione con gli altri.
Traduzione italiana dal cinese di Francesco Nati.
Hsiang Yi-fei